Il pizzaiolo del Punjab

di Luisa Catanese

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Il mio pizzaiolo preferito è un ragazzo indiano che ha imparato la sua arte in Germania, a Colonia, in una pizzeria di immigrati italiani. Suo padre, da bambino, nel 1947, alla fine della dominazione britannica, emigrò dal Pakistan all’India, nel Punjab, anzi da una parte all’altra del Punjab. I colleghi che non parlano la sua lingua, le sue lingue, lo chiamano Sonny, forse perché Singh Gurwinder è considerato un nome troppo lungo e difficile.
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La fidanzata

di Sara Mazzini

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Quello che più ti sta a cuore, ricordi? è la tua libertà personale. È per questo che due settimane fa ti sei accesa una sigaretta nel bagno senza aprire la finestra, solo per impregnare l’aria e rendere chiaro a tua madre che sì, tu fumi; ti sei votata a quella pratica comune tra i tuoi compagni di scuola e non avevi alcuna voglia di trascorrere i mesi o gli anni a venire a nasconderle una tale sfumatura di te stessa, con tutti i fastidi che ne sarebbero conseguiti. Tanto valeva che la stronza lo sapesse fin da subito, no? che desse un calcio al meccanismo del farsene una ragione e cominciasse a digerire quell’informazione fino al momento in cui la realtà di te fumante sarebbe entrata a far parte della quotidianità, e fine della storia.
D’altronde, sei stata tu a iniziare. Se siamo qui, ora, è per un motivo.
Per nessun motivo al mondo ripeterai l’errore commesso con la Susi, quando eri ancora così giovane e sciocca da cedere ai sensi di colpa. Adesso sei quasi una donna e non hai certo intenzione di collezionare bugie, giusto? E poi, per proteggere cosa?
Era questo che volevi? Ricorda. Ricorda come le ansie di tua madre e le pressioni del dottor Iannone hanno finito con l’allontanare Susi, la tua Susi, di cui adesso ti restano solo un ricordo e un gran vuoto dentro: non riusciranno a fare lo stesso con Diana.
Ascoltami bene
. Stasera a cena presenterai Diana come la tua fidanzata. Come una parte inseparabile di te e della tua vita. Dirai a tua madre di accettarla e a quel maiale che scopa tua madre di starle alla larga. Rilassati, e tutto andrà a meraviglia.
Rilassati, ho detto, o ti farà male.
Respiri. Ti prendi ancora un po’ di tempo per aggiustarti il trucco: ombretto scuro, mascara blu, rossetto rosso. Osservi il modo in cui i tuoi lineamenti si trasformano al passaggio del pennello. Quando hai finito ti nascondi il più possibile la faccia dietro un ciuffo di capelli che poi sarai costretta a soffiare via continuamente per riuscire a vederci attraverso. Distendi le pieghe del top e ti allontani con urgenza dallo specchio. Detesti vederti conciata così.
E allora perché lo fai?
chiedeva il dottore. Perché ti vesti come una puttana?
Avrebbe potuto dirlo in qualsiasi altro modo, ma alle tue orecchie sarebbe suonato comunque così.
Puttana, diceva il maiale stringendoti i polsi. Puttana, e ti colpiva col cuscino sulla faccia. Stupida che non sei altro.
Il vecchio Iannone sapeva, anche se tu non volevi parlare. Capiva molto più dai tuoi silenzi che dai tuoi rari fiotti di parole. Fu lui a scoprire la Susi, ricordi? durante le vostre sedute speciali. Capì subito dalla tua elusività che nascondevi qualcosa di molto importante. Ti disse di non avere paura, che la tua è una reazione piuttosto comune tra chi ha sopportato la merda che hai dovuto ingoiare anche tu. Non ci vedeva niente di anormale.
Sei pazza da legare, ti sto facendo un favore. Ti indusse a confessare, assicurando che la tua dolce metà sarebbe rimasta un segreto. Un segreto tra voi due. E avrebbe mantenuto la promessa, lo sapevi, ma a te proprio non andava di dividere un segreto con un uomo, per quanto quell’uomo fosse in grado di spiare dentro la tua testa. Così, pur di evitare che tua madre lo vedesse e gli parlasse, preferisti sganciare la bomba tu stessa. Era stato in quel momento che all’interno della casa era calata quella specie di silenzio. Bisognava stare attenti a tutto ciò che si diceva, a non alludere a nulla che potesse scatenare una scenata. A chi pensavi che avrebbe creduto? È la tua parola contro la mia. E tu, chi cazzo sei tu?
Susi, ricordi? Susi percepiva lo stato di tensione e si mostrava solamente se eri sola. Non perché avesse paura dei due stronzi con cui eri costretta a dividere i tuoi spazi materiali giorno dopo giorno, ma perché li disprezzava al punto tale da non sostenerne la visione. In particolar modo odiava il tuo patrigno e tutto quello che lo riguardava. A te piaceva un sacco che Susi lo odiasse, e che facesse quello che faceva con le sue palle da golf. Se ti scordi di te stessa puoi visualizzarla ancora, perché in fondo non ti ha mai davvero lasciata e vive ancora in quella parte di te che si sente eccitare da cose perverse, deviate, malate.
Parola mia, non avevo mai visto una bambina tanto assatanata. Si toglieva i vestiti con una maestria da funambola. Si sdraiava sul letto, nel punto in cui il lenzuolo teso tra i due materassi formava una conca, e lì, mentre spiegava nei dettagli tutto quello che aveva intenzione di fare, prendeva a contorcersi in modi davvero pazzeschi per una ragazzina. Tu la fissavi e sentivi un pianto antico sgocciolarti via dal viso. Pensavi che fosse bellissima e che nessun uomo dovesse toccarla. Mai più.
Perché proprio lei?
chiedeva il dottore. Perché hai scelto una ragazza come lei?
A lui Susi non piaceva. La trovava una cattiva compagnia, perché capiva che avevi bisogno di lei.
Dovresti essermi grata. Se non fosse per me, ora staresti sulla strada. Rispetto ai tuoi compagni di scuola, Susi era molto più interessante, e sempre disponibile. E poi era esotica. Aveva gli occhi scuri, i capelli neri e la testa troppo grande per il suo corpo sottile. Parlava con un accento ingombrante, come se avesse sempre una pietanza succulenta tra le labbra. Leggeva e scriveva in albanese, e questa è la cosa che più di ogni altra sembrava spedire tua madre in una folle agitazione. Quando ti domandava dove avessi imparato tutte quelle filastrocche in albanese, tu le rispondevi: «Me le ha insegnate Susi, no?»
«E lei dove le ha imparate?»
«Ma a scuola, come tutti. Che domande. Susi è albanese, viene da un posto sul mare chiamato Durazzo.»
Quella spiegazione così lineare non ha mai soddisfatto tua madre. Lei è il tipo che vede ovunque un complotto, non apre la porta neppure al corriere e gira alla larga dagli ambulanti neri all’ingresso dei supermercati. Pensa che il popolo tedesco porti in sé il germe
del nazismo, che la religione islamica sia indissolubilmente legata al terrorismo, e che tutti i rumeni siano ladri di gioielli e di bambini. Riguardo alla faccenda del sesso, poi, non c’è neanche da parlarne. Se avesse saputo quello che la Susi faceva sul suo letto, sarebbe uscita di testa. Eppure, non aveva fatto nulla per proteggerti da lui, quel maiale. Vorresti avere altre parole, perché i maiali ti sono simpatici e non meritano di essere accostati a una simile carogna, ma in fondo le parole hanno smesso da tempo di avere un significato. Altrimenti, ti avrebbero ucciso.
Puttana
, diceva il maiale. Doveva rimanere un segreto tra noi due. Puttana. Puttana. Puttana.
E adesso hai paura, perché sai che Diana potrebbe piacergli e che tutto potrebbe ricominciare. Così timida e insicura, la tua povera Diana, e sopraffatta dalla piega che hanno preso all’improvviso le cose tra voi. Eccola qua, la vedi? Che ti fissa dalla soglia senza decidersi a entrare. Col suo taglio di capelli che la fa assomigliare a un ragazzino, il gilet spazzolato, il sorriso ingessato. Ha le braccia strette al petto, ma tu puoi vedere la chiazza di sudore che si spande sotto le sue ascelle e sai che il panico le ha dato un nuovo calcio nello stomaco. È sempre nello stomaco, ricordi?
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Il carnevale in cui ho imparato a odiare i miei vicini – Un racconto da Odi di effequ

di Flavio Pintarelli

[Il seguente testo è uno dei 15 racconti dell’antologia Odi – Quindici declinazioni di un sentimento pubblicata dalla casa editrice toscana effequ, in uscita il 12 ottobre. L’antologia è curata da Gabriele Merlini (già curatore, sempre per effequ, di Selezione Naturale, 2013) e contiene una postfazione di Vanni Santoni.  

I quindici racconti presenti sono tutti inediti, di autori e autrici esordienti che già hanno scritto e scrivono su riviste cartacee e online. L’antologia è una rassegna di storie e visioni sul sentimento dell’odio, considerato elemento chiave per raccontare i tempi attuali. Rabbia sociale, conflitti generazionali o sentimentali, razzismo, vendetta e violenze, sono le sfumature raccontate nell’opera, come in questo racconto di Pintarelli, ambientato nella sua città natale, luogo di contrapposizioni linguistiche e culturali.

Ne approfittiamo per ricordare, inoltre, che proprio a Bolzano si terrà una presentazione di Odi mercoledì 18 ottobre, presso Bar Osteria “Da Picchio” alle 18:30. Parteciperanno il curatore Gabriele Merlini e gli autori Flavio Pintarelli e Daniele Gambetta. Modera Domenico Nunziata.]


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Bolzano, 20 febbraio 1996. Da qualche parte sulla passeggiata che costeggia il torrente Talvera hai promesso a te stesso che non sarebbe mai più accaduto. Per questo non sei qui da solo, e ne vai fiero.
Quella sensazione, hai giurato, non la proverai mai più.
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