Batman, Superman (e tutti gli altri) VS Jeeg Robot, l’eroe delle passioni felici

di Roberto Sciarelli

“Ciò che implica tristezza, esprime un tiranno.” – Gilles Deleuze

“Qui tratteremo del Fare nel suo insieme e delle sue forme, quale finalità abbia ciascuna di esse, e come si debbano comporre i Miti affinché il Fare vada a buon fine.” – G. Murray, Preface to Aristotle, On the Art of Poetry, trad. Wu Ming 4

JEEG
Si è parlato e si è scritto tanto del film “Lo chiamavano Jeeg Robot”, dopo il grandissimo (e meritatissimo) successo conquistato dal primo lungometraggio di Gabriele Mainetti. Ci siamo detti che è stato un film importante, innovativo, diverso, di genere, che inventa un genere, neorealista, capace di sprovincializzare il cinema italiano, e diverse altre cose. Quello che mi pare più interessante è il modo in cui questa storia (insieme ad alcuni corti girati da Mainetti, come Basette e Tiger Boy) sia stata capace di raccogliere quei miti provenienti da mondi diversi, dai manga e anime giapponesi e dai fumetti supereroistici americani, per poi ripiantarli nella periferia romana, facendoli funzionare benissimo. Anzi, facendoli funzionare meglio. Perché ambientandoli nella periferia romana quei miti sono stati riportati sulla terra, nei corpi vivi di personaggi assolutamente credibili, che incarnano forse eroi e antieroi, ma in modo spurio, lontano da qualsiasi purezza e manicheismo. A Tor Bella Monaca, l’eroismo è stato messo in scena nell’imperfezione della vita quotidiana, nella sua sporcizia e crudezza, ma anche nella sincerità delle sensazioni e delle aspirazioni.

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Le origini di un eroe, si sa, sono ciò che maggiormente lo definisce, l’evento da cui scaturiscono le motivazioni per cui indossare maschera e mantello. Sono le origini a decidere che tipo di eroe (o antieroe) sarà quel personaggio. Le origini del Jeeg romano sono per certi versi simili a quelle di vari supereroi dei fumetti americani, che diventano tali dopo la morte di una persona amata, ma sono anche tanto diverse, fortunatamente. Mi riferisco qui in particolare a Batman e Spiderman, due delle icone intramontabili con cui di fatto ogni personaggio supereroico dovrà confrontarsi. Come sappiamo, Bruce Wayne decide di trasformarsi in pipistrello dopo l’assassinio dei suoi genitori da parte di un ladro, ed è sempre un ladro a uccidere zio Ben, fatto che spingerà Peter Parker a diventare l’uomo ragno. Per Bruce si tratta fondamentalmente di un misto fra la sete di vendetta e il desiderio di giustizia: a uccidere i suoi genitori è stato un criminale, cioè il “male” che attanaglia Gotham, e Batman dovrà mondare la città di quel male, in una interessante oscillazione fra un giustizialismo alla Saviano ed esplicito fascismo. Il povero, quindicenne Peter, invece è attanagliato dal senso di colpa; avrebbe potuto fermare il ladro prima che uccidesse la sua figura paterna, ma ha preferito farsi i fatti suoi. E’ responsabile di quella morte, e si assumerà la responsabilità di difendere tutti, perché ha il potere per farlo.

Vendetta, giustizia, colpa, responsabilità. Si passa dai sentimenti tristi agli ideali trascendenti. La questione per Enzo Ceccotti/Hiroshi Shiba è ben diversa. La morte della donna che ama non gli fa capire che è giusto essere un eroe, che non deve pensare solo a sé stesso, convincendolo a salvare la gente. Gli fa invece scoprire che amare e salvare la gente è bello! Non ci sono ideali superiori, non è un noioso e ingombrante super-io a farlo diventare Jeeg Robot, ma è il puro e semplice amore. Amando Alessia, Enzo reimpara ad amare, nelle sue parole riscopre le altre persone, la bellezza di stare insieme a loro. Salvando la bambina dalla macchina in fiamme, capisce quanto è bello l’affetto degli altri. Amare e salvare la gente si rivela come qualcosa di gratificante, non è una croce che da portare in nome di qualcosa di trascendente. Ci sono stati tanti commenti negativi sulla scena dell’abbraccio, della madre in lacrime che salta al collo del protagonista. Principalmente, ho sentito dire che si trattava di una scena banale, già vista, ovvia, però quella scena non è nulla di tutto questo: è solo semplice. E’ semplice un abbraccio, eppure è così importante per uno che diceva di non essere amico di nessuno. Da lì, Enzo capisce che salvare la gente non è qualcosa che lui deve fare in quanto giusto, ma che vuole fare perché è bello. Nell’eroismo di Jeeg non c’è posto per il sacrificio, ma ce n’è per il piacere e la gioia.

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Ho davvero temuto che Enzo morisse, alla fine del film. Era abbastanza facile capire che lui si fosse salvato, in realtà, ma probabilmente avevo subito la cattiva influenza dell’orrendo Batman v. Superman, che avevo visto poco tempo prima. In quel terrificante ammasso di pixel, musica tamarra, flashback e pose machiste, Snyder aveva provato a inscenare lo scontro fra due tipi ideali di eroismo: da un lato il puro e quasi divino afflato verso il bene incarnato da Superman, dall’altro la “realista” necessità di sicurezza e pugno di ferro rappresentata da Batman. Che palle! Davvero non abbiamo altre opzioni che irraggiungibile idealismo e securitarismo con armatura pesante? Fra pura bontà d’animo e sospensione dei diritti civili? Sia l’ultimo che gli altri film recenti di Batman e Superman avevano messo in scena l’ossessione per gli attentati terroristici, per la criminalità efferata, per i mostri incomprensibili di quest’epoca, in toni cupi sempre più tragici e tristi, senza mai spazio per un sorriso. E infine, il mostro peggiore di tutti, Doomsday, viene sconfitto tramite il sacrificio dell’eroe, che consapevolmente distrugge sé stesso per salvare gli altri. Come lo stesso Leonida di Miller e poi di Snyder, Superman diventa un kamikaze americano per la libertà, chiudendo alla perfezione il circolo vizioso fra interventismo imperiale e islamofascismo, il cerchio di violenza che si autoalimenta di continuo, potendo venire interrotto solo dal sacrificio. Jeeg Robot invece non muore. Non potrebbe essere più importante! Se stare in mezzo alla gente e salvarla è questione di felicità e non di giustizia, allora la propria vita va preservata. Enzo Ceccotti ci dice che essere buoni fino all’eroismo non richiede di pagare il prezzo più alto. Questo fatto rende l’eroismo più accessibili, ci parla di comportamenti esemplari che sono comunque alla portata di tutti, di chi ritiene più importante la vita che gli ideali astratti alimentati dalla paura. Si deve combattere in nome dell’immanenza dei corpi, non per la trascendenza delle idee.

A un altro livello, forse nel film di Snyder avremmo potuto immedesimarci in Batman, in quanto uomo che sfida il dio. Questa cosa però è impossibile, perché Bruce Wayne è un miliardario culturista con armi futuristiche, un personaggio lontano da noi tanto quanto un alieno onnipotente venuto da Krypton. Con tutta la sua superforza e resistenza, Enzo Ceccotti rimane sempre credibile e autenticamente umano. E’ sempre un eroe vulnerabile, affaticato, sanguinante, fallibile, incapace perfino di fare l’amore. E’ un eroe impacciato, goffo, che può farsi imprigionare e ricattare, che cade e si fa male. Sia lui che la sua nemesi e l’ambiente che li circondano restano sempre profondamente imperfetti, irriducibili a qualsiasi ideale di giustizia, di bene e di male, tant’è vero che ci troviamo di fronte a un supereroe che superdelinque per due terzi di film, che è continuamente minacciato e ostacolato dai poliziotti, sempre stupidi e dannosi. Anche la cattiveria dello Zingaro è profondamente imperfetta, sfaccettata e sdrammatizzata: è certamente malvagio, ma a tratti anche comico, e ogni suo monologo e frase a effetto “da cattivo” vengono smorzati da commenti su quanto sia matto scocciato, quando non dalla musica trash.

La grande credibilità di Jeeg Robot deriva anche dalla grande attenzione che Mainetti e compagni hanno dedicato alla fisicità dei corpi. Più precisamente: alle ossa che si rompono, al sangue che esce, ai cazzotti, alle spallate, testate, colpi di mannaia, gabinetti lanciati in faccia. Ai loro suoni, così precisi che potevamo quasi sentirceli addosso mentre stavamo là seduti in poltrona. E’ stato osservato che il budget non fosse adeguato per un film di questo tipo, e certamente avrebbe giovato avere più soldi da spendere nelle scene d’azione e di lotta. Ma è anche vero che la lievitazione del budget genera mostri, fa scomparire gli esseri umani creando scene impossibili, che sono insieme la causa e conseguenza dell’eroismo ideale e irreale hollywoodiano. Con pochi soldi e molte capacità, invece, ci si assicura ancora che gli eroi restino sulla terra. Senza ambientazioni spaziali e atmosfere futuriste, l’eroismo deve ambientarsi per forza in periferia o allo stadio, in luoghi accessibili a tutti. Un investimento diverso forse dovrebbero riceverlo anche i corpi degli attori: avete notato quanto sono diversi Claudio Santamaria e Ben Affleck? Santamaria è grosso, si è chiaramente fatto le sue belle ore di palestra per questo film, ma non è davvero fisicato e definito. Non somiglia mai a un culturista oliato o a una statua greca, come invece fanno Superman e Batman. E’ massiccio sì, ma con la giusta dose di peluria, pancetta e fianchi, e questo ha contribuito ha mantenere credibile e accessibile il suo personaggio. Ovviamente non sto dicendo di non investire troppi soldi in Gabriele Mainetti (anzi, produttori: fatelo vi prego! Ci sono rimasto sotto! Ne ho bisogno!), ma suggerisco che forse tutti quei milioni hanno fatto male al gusto supereroistico americano. Ma poi anche sticazzi, noi ora c’abbiamo i supereroi nostri di periferia!

Ecco, la periferia è stata proprio importante. Nei vari incontri col pubblico, Mainetti stesso ha sottolineato di aver voluto filmare la periferia in modo “non borghese”, spiegando di volersi allontanare da quella rappresentazione patetica dei poveri e dei marginali come creature sofferenti e disperate, per le quali bisogna soffrire e disperarsi con storie di tristezza senza via di scampo. No, le periferie non possono essere ridotte a questo, perché anche lì ci sono sogni e aspirazioni, capacità e potenziali immensi, che per sprigionarsi hanno forse solo bisogno di un pizzico di potere mosso da amore, tale da mettere in contatto la gente.

La gente di periferia, la gente, “devi salvare la gente Hirò”… Mai come in questi anni la gente (proprio “la gente”, quella cosa a cui ci si riferisci chiamandola “la gente”) è stata denigrata e offesa. “Gentismo” è considerato un insulto, nascono pagine facebook sarcastiche dal titolo “siamo la gente il potere ci temono”, la destra vuole governare la gente dividendola in base a identità inventate, la sinistra (la “vecchia sinistra”, misericordia) si scioglie davanti alle genti disperate, impotenti e mute di Fuocammare e si rivolge a lei con tono umanitario e paternalistico. Ama da lontano i cosiddetti poveri e oppressi, salvo poi disprezzare le masse incolte che si emozionano per le partite di calcio e che guardano canale cinque. In un incontro con Mainetti cui ho partecipato, una ragazza gli ha chiesto, riferendosi a Ilenia Pastorelli, interprete di Alessia: “ma come ci è finita una del grande fratello in un film così bello?” e poi giù risate. Bene cara, non hai capito niente del film, esci dalla sala, perché vedi, evidentemente proprio una che ha partecipato a un reality show poteva fare un film in cui la periferia esce veramente dalla pancia degli attori, in cui le persone da salvare sono esattamente quella massa di gente che va allo stadio… e in cui un personaggio fondamentale ha pure partecipato ai reality ed è ossessionato dalla notorietà!

Bisogna volere bene alla gente, è così difficile? Pare di sì, se parti da premesse di degrado umano e disadattamento sociale. Ma i buoni sono quelli che alla fine ci riescono e vengono ricambiati, i cattivi sono quelli che dallo squallore vogliono uscire calpestando gli altri. L’esemplarità dell’eroe Jeeg Robot sta tutta nella capacità di acquisire questo amore per la moltitudine, che ti fa accettare le persone nella loro realtà e immanenza, che ti fa scoprire come è bello starci dentro, capendo che i veri nemici sono la solitudine e l’individualismo. Se vi pare banale, ricordatevi che l’esempio dato da altri eroi cinematografici è quello di sconfiggere invasori alieni, impedire a città intere di precipitare da chilometri d’altezza e, infine, suicidarsi. No grazie. Abbiamo bisogno di un eroismo imperfetto, tenero e innamorato della vita, fondato sulla felicità dello stare insieme, che sia credibile e praticabile da tutti.

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