Come si racconta il conflitto? Un’ analisi media archeologica della #MayDayNoExpo

da nexusmoves

Dopo la #MayDay di Milano e l’inaugurazione di Expo, l’immagine del movimento è uscita completamente intossicata. All’indomani del corteo che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone da tutta italia, la narrazione di riferimento si incentra sulle devastazioni compiute dal blocco nero durante la manifestazione, obliterando le ragioni politiche e sociali che stavano alla base di una lunga e partecipata campagna alter-Expo. Varie cornici, vari tableaux, come li chiamava Michel Foucault, si sono incastonati in questa narrazione di riferimento che, tuttavia, rappresenta l’unico setting, l’unica scacchiera entro cui giocare la partita. Piuttosto che dare un’interpretazione politica di questo scenario, vorrei analizzare le condizioni di creazione e trasformazione dello scenario stesso da un punto di vista media archeologico. L’archeologia dei media infatti, non si occupa semplicemente di portare a galla “il nuovo” dalle ceneri dei vecchi media, ma promuove una teoria e un uso radicale dei media quale dispositivo storicamente situato nel tecnocapitalismo moderno.

Indossabili, componibili e sempre più embeddati nella realtà, noi siamo i media e la forma corteo è ormai un organismo tecno-antropologico dai confini nebulosi e dalle temporalità sovrapposte. Non si segue più il corteo “da casa”, ma si può intervenire attivamente su di esso producendo immagini, moltiplicando le testimonianze, orchestrando i tempi di circolazione delle informazioni. La linearità del corteo che in passato assicurava una narrazione semplificata in 2D (si parte da un punto A, si arriva ad un punto B), oggi scompare di fronte alle narrazioni molteplici e transitorie che in tempo reale sovrappongono storie e percorsi in contraddizione fra loro. Questa database narrative, come la chiamavano Lev Manovich e Hiroki Azuma intorno al 2000, non ha però portato ad una democratizzazione delle storie, non ha dischiuso alcun “rizoma”, e l’elaborazione di una strategia efficace di storytelling è tornata una questione centrale. Come si racconta il molteplice? Come si determina una linea narrativa radicale e aperta che allo stesso tempo crei consenso e partecipazione? Non si tratta semplicemente di raccontare storie alternative, ma di sviluppare pratiche di regia. Da un lato valorizzando la singolarità delle narrazioni personali, dall’altro orchestrando un ritmo narrativo collettivo e sempre aperto, come in una jam session. In pratica, poi, che fare?
*** Segue un parte teorico analitica molto corposa. Se volete, potete saltarla e andare direttamente alla parte “pratica” ***

L’obsolescenza dell’editoriale

I quotidiani online, Repubblica in prima fila, sono delle vere e proprie macchine da guerra per la produzione del setting degli scontri. In tempo reale anche You Reporter, uno dei siti di video sharing più importanti per i reportage di piazza, è stato invaso in poche ore da immagini di guerriglia urbana. Il giorno successivo, nella sezione “storie” sarà presente una playlist cronologica dei contributi video intitolata “No Expo, Milano scontri Primo Maggio” e un montaggio di 24 minuti con presumibilmente i video più cliccati. A due giorni di distanza, se scorriamo le timeline dei principali quotidiani on-line, è impossibile trovare immagini “pacifiche” del corteo. Questo perché a pochi minuti dall’inizio del conflitto, si diffonde viralmente l’immagine (non l’idea) che le devastazioni coinvolgano l’intera manifestazione e Milano sia stata messa a ferro e fuoco. Questo setting si afferma anche all’interno del corteo stesso. Consultando gli smartphone o ricevendo le chiamate di amici e parenti preoccupati, i partecipanti al corteo (si) vedono catapultati all’interno di uno scenario apocalittico. Quell’immagine-del-mondo si appiccica ai meccanismi del nostro apparato di percezione e azione, influisce sui processi ermeneutici del nostro sistema nervoso centrale. Quel fumo bianco che fino a pochi minuti fa interpretavamo come un fumogeno, ora appare come la fumea tossica di un lacrimogeno. L’immagine produce isolamento interpretativo, decontestualizza e crea un container percettivo entro cui il resto del corteo crede di collocarsi. Questo è un meccanismo cognitivo che utilizziamo normalmente per dare senso alle nostre percezioni (percepiamo che la farfalla voli all’interno del giardino, nonostante il giardino non sia un box delimitato).
Creare il setting: la foto in homepage di Repubblica.it, il giorno prima dell’inagurazione di Expo (30 Aprile 2015)
Nelle ore successive, bisognerà scardinare questa immagine di base, questo box interpretativo, al di fuori del quale però spesso non c’è niente. La narrazione alternativa del giorno dopo, in questo senso, non può hackerare un bel niente, soprattutto se passa attraverso un solo linguaggio (quello scritto) e, attraverso un unico punto di vista vuole scardinare un mondo narrativo che invece è stato co-creato da una moltitudine di soggetti e dispositivi.
Articolo di Repubblica-Milano, uscito nel pomeriggio del 1 Maggio 2015.
La tradizione letteraria è la causa e la soluzione agli attuali problemi comunicativi del movimento. Si scrivono editoriali e manifesti di rivendicazione, si usano parole d’ordine e hashtag, si scrive tanto ma si racconta poco. Non si tratta dell’annoso scontro tra forma e contenuto, ma di scarsa attenzione alla specificità del medium. Se in passato la pubblicazione di un articolo equivaleva alla stampa su carta (volantini, fanzine, riviste indipendenti), oggi la principale piattaforma di diffusione di “testi” è il web. Sebbene la lezione di McLuhan sia stata recepita (il medium influisce sul messaggio), l’errore, grande, sta nel pensare che il messaggio sia unitario e a-temporale. Nell’epoca del live tweeting e del tagging collaborativo, i contenuti vengono co-creati da una moltitudine di utenti che in tempo reale fa rimbalzare parole, inquadrature, video e dati. L’editoriale del giorno dopo, per quanto lucido e complesso, lavora su un mondo narrativo e multisensoriale che si è già sedimentato nell’immaginario collettivo. Un’esperienza simile a quando vediamo il film prima di leggere il libro da cui è tratto. Se, viceversa, leggere il libro prima di guardare il film può al massimo deludere lo spettatore, risulta estremamente difficile scalzare le immagini di un film mentre se ne legge la versione letteraria. Esse lavorano sul nostro inconscio cognitivo, sono pre-semiotiche. Un ramo delle scienze cognitive sostiene infatti che un processo narrativo interattivo e multisensoriale come quello che avviene nelle piattaforme media contemporanee costruisca attivamente l’impalcatura cognitiva attraverso cui interpretiamo la realtà. Più che offrire un canovaccio, le piattaforme media sono invece la cabina di regia entro cui mettiamo in scena (ognuno a modo suo, ma all’interno dello stesso mondo) il conflitto. Ciò che viene dopo sono scosse di assestamento, utili ma spesso non sufficienti a ricombinare il nostro setting cognitivo che per forza di cose giocherà in “difesa”.
La balla dei social media
Tia Sangermano, il ragazzo incappucciato che davanti alle telecamere del TgCom ha dichiarato “giusto spaccare tutto”, è diventato in poche ore il protagonista delle narrazioni anti #NoExpo. Di lui sono nate 4 pagine Facebook, un’imitazione video e decine di meme che in combinazione con le citazioni alla mamma di Baltimora, hanno ridicolizzato l’immagine dei manifestanti, aumentato l’indignazione pubblica e – dopo il video di scuse dello stesso – alimentato il frame buoni vs cattivi. Quello che nel 2011 fu #erpelliccia (il ragazzo arrestato 6 giorni dopo gli scontri e immortalato mentre lanciava un estintore), oggi è un personaggio tossico avanzato, per velocità di diffusione e rimediazione. Questo è reso possibile dalla velocità con cui ormai si riesce a co-creare l’universo narrativo di riferimento (cioé la “Milano a ferro e fuoco”), entro cui il virus narrativo di Tia può dischiudersi.
Una delle tanti meme nati dal “virus narrativo” di Tia Sangermano, nelle ore successive all’intervista del TgCom
Che i media diventassero “social” era il sogno di piattaforme radicali come Indymedia. Oggi però la socializzazione delle lotte attraverso la tecnologia di rete è tutt’altro che risolutiva. Un anno dopo la rivolta di Gezi Park ad Istanbul, il governo chiuse per la seconda volta l’accesso a Twitter. Mentre l’anno precedente questo atto di censura fu tra i fattori determinanti per l’insorgere della protesta, oggi il ricorso individuale a servizi di comunicazione criptata, ha di fatto annullato ogni bisogno di insurrezione collettiva. Il clicktivismo non è solo la sindrome di rimanere seduti anziché scendere in strada, ma anche la tendenza a risolvere i problemi attraverso soluzioni individuali e personalizzate (spesso offerte da altri). I nostri social network digitali infatti tendono a creare dei mondi ad hoc, simili al fenomeno di auto-segregazione culturale definito “the big sort”. Immettendo le nostre idee, educhiamo l’algoritmo dedicato al nostro account a visualizzare e interagire con contenuti simili, creando di fatto un bolla esperenziale che promuove isolamento anziché socializzazione.
Mentre negli anni 70 le radio indipendenti rivendicavano frequenze alternative al flusso radio istituzionale, e nei 90 fanzine, web forum e centri sociali assicuravano la circolazione della contro-cultura, oggi, nello scenario del capitalismo social-network, tutto ciò è impensabile. L’hackeraggio perpetuo del sistema e la proliferazione di nicchie sotto-culturali non soltanto è tollerata ma incoraggiata dalle stesse multinazionali che traggono dai contenuti grassroot la loro linfa vitale. I social media sono entità molecolari, non semplicemente dei siti web. Come l’invenzione del telegrafo generò una sovrapposizione e un’accelerazione temporale delle nostre esistenze, oggi il dispositivo social media ci sta forzando a pensarci come spettatori estesi, le cui azioni/visualizzazioni si ripercuotono aldilà delle nostre cerchie sociali. Tutto questo non è vero. Come già detto, l’allargamento è solo quantitativo e non qualitativo (registro molte visualizzazioni e like, ma si tratta di utenti che già la pensano come me ed ergonomicamente simili a me) mentre nel back-end del web si trae profitto dalla profilazione degli utenti.
Per questo ci vuole un uso e una presenza critica e conflittuale all’interno del sistema social media. Un uso unidirezionale, a mo’ di spam, basato sul modello emittente-ricevente è non solo inutile ma pericoloso. Senza influire sulle condizioni di creazione e diffusione dei mondi narrativi, si rischia di assumere semplicemente un ruolo archetipico (volendo anche positivo) che rientra sempre e comunque all’interno di un box di percezione/azione delimitato e pre-disposto da chi controlla l’architettura di rete.
Cosa fare in pratica?
Alla fine del XVIII secolo, il gestore di una caffetteria di Lipsia di nome Johann Georg Schröpfer divenne celebre per i suoi spettacoli di necromanzia (poi chiamati Fantasmagoria). Una volta entrati nel café, agli avventori veniva offerta una ricca dose di punch e dopo essere entrati in una sala piena di candele e simboli, Schröpfer annunciava loro l’arrivo dei fantasmi che presto si materializzavano all’interno del locale tramite un congegno di lanterne magiche multiple. Per aumentare la suggestione, pare che alcuni spettatori venissero colpiti da piccole scosse elettriche emesse da un dispositivo nascosto sotto le loro sedie. La forza delle immagini fantasmatiche di Schröpfer (molto rudimentali e statiche, poiché fotografia e cinema ancora non esistevano) era però garantita da quel minuzioso setting cognitivo fatto di parole, alcool, scosse elettriche e scenografia.
Uno spettacolo di Fantasmagoria, dispositivo di intrattenimento diffusosi in Europa tra la fine del XVIII e il XIX sec.
Questa pratica di fine Settecento è molto simile a quella che mi auspico per narrare il movimento oggi. Innanzitutto bisogna creare un setting narrativo non solo prima e dopo un evento di piazza, ma anche e soprattutto durante. Mentre il prima e il dopo possono essere programmati, l’imprevedibilità del durante (quello che Gilles Deleuze chiamava il “punto aleatorio”) richiede un grado di attenzione e azione molto elevato, e quindi necessita di un freestyle estremamente performativo. La produzione di immagini e video che avviene direttamente dal corteo dovrebbe coordinarsi con l’organizzazione e la diffusione delle stesse che, molto più efficacemente, potrebbe avvenire da una postazione decentrata che disporrebbe anche di mezzi tecnologici più sofisticati. Mentre un’ unità si occupa di accumulare materiale per un reportage video da diffondere successivamente, un’altra dovrebbe aggregare gli utenti che individualmente stanno effettuando la stessa operazione (i così detti “grassroots intermediaries”) e coinvolgerli nella propria, alternando con loro lo sviluppo della narrazione come un gruppo che tira la volata durante una corsa ciclistica. Bisogna entrare nell’ottica che non c’è più nessun messaggio da comunicare, né alcuna visione privilegiata per farlo. C’è un campo di forze temporaneo e dinamico che si “spalma” (per usare la terminologia di Jenkins, Joshua e Green) attraverso più media.
D’altro canto una contro-narrazione dell’immagine mainstream va svolta. In questo caso si potrebbero seguire due linee: (i)  In tempo reale, l’hackeraggio mediatico attraverso bufale, satira, dirottamento di hashtag, live streaming della piazza; (ii) Più in generale, scalzare il linguaggio verista della “breaking news” offrendo una narrazione esplicitamente “di fiction”, che lavori sui generi, sulla serialità e sul coinvolgimento dei “fan” attraverso opere derivate, approfondimenti, ecc.
In ultimo, la presenza dei movimenti sui social deve essere necessariamente creativa: inventarsi uno stile di scrittura, sviluppare pratiche ludiche e autoironiche, rallentare i tempi di visualizzazione, ma soprattutto ascoltare, ascoltare tanto e offrire il timone ai propri “follower” (ricordiamoci che Facebook è un dispositivo omologante e inglobante in termini di grafica, tempi di interazione e  linguaggio e che tutti i nostri dati sono fisicamente archiviati negli Stati Uniti all’interno di data center di proprietà di una delle più grandi multinazionali del mondo).
Tutto questo, ovviamente, ha bisogno di un’organizzazione e una certa dose di competenze che a mio avviso si acquistano sul campo. Esperienze simili esistono e si stanno diffondendo anche altrove. Il movimento 15M/Podemos e Syriza hanno costruito gran parte del loro consenso grazie ad un’equipe di giovani mediattivisti che ha saputo spalmare la partecipazione attraverso diversi (social) media valorizzandone la specificità; durante l’ultimo attacco israeliano in Palestina, Israele ha finanziato un nucleo di studenti che ha svolto in diretta una gigantesca campagna comunicativa pro-Israele; in ultimo, il Movimento Cinque Stelle, che deve il suo successo all’investimento milionario della Casaleggio Associati, ma che oggi, riesce a (far) condividere i propri video su Facebook nell’ordine di milioni di visualizzazioni in poche ore.
Esperienze Italiane ci sono e la recente campagna #scioperosociale si muove nella direzione giusta, anche se ancora non sufficiente a creare un engagement duraturo. L’esempio decennale del collettivo Autistici/Inventati, il lavoro avant-pop di Wu Ming e la “formula magica” sviluppatasi dalle vignette di Zerocalcare, sono a mio avviso le esperienze esemplari su cui impostare un modello performativo, partecipativo e duraturo di narrazione del movimento.
Si tratta di addentrarsi criticamente nello sporco mondo del marketing comunicativo – ma attenzione! – il marketing è entrato nel nostro già da un pezzo.
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