DynafemPadova, 2024 – Un racconto di scrittura collettiva @BiosLab

ornitorinco-largo-giallo
[Quello che segue è il risultato di un laboratorio di scrittura collettiva con il metodo SIC tenutosi il 25 settembre 2016 al BiosLab di Padova, durante il festival di narrazioni Bolina.
Il laboratorio ha visto la partecipazione di una quindicina di persone sotto la guida di Dimitri Chimenti, che ha lavorato in passato al progetto SIC nella stesura del romanzo multi-autore In Territorio Nemico.

Il laboratorio ha visto due fasi, una prima i cui si sono costruiti i personaggi (Bolina e Tonio), il luogo dello svolgimento e un oggetto misterioso, e la seconda nella quale si è prodotta la narrazione vera e propria.
Ringraziando i/le compagn@ del BiosLab per il loro lavoro e Dimitri per la sua disponibilità, pubblichiamo il risultato finale del laboratorio.] – Maz


DynafemPadova, 2014

bolina

Bolina avanzava sulla gamba malferma. Un casco di ricci odorosi, striati di bianco, età indefinibile. Il naso per aria, sembrava inseguire una creatura fumosa e invisibile ad occhio umano. Le apparizioni, forse retaggio di una bacca allucinogena ingerita in tenera età, o forse sintomo di disturbi della personalità, come sostenevano i medici, accompagnavano Bolina a ogni passo.
Aveva un appuntamento con Mortiga o Meringa, uno di cui a stento ricordava il nome. Era talmente assorta che non si accorse di aver superato il portone. Tornò indietro di qualche passo e cercò il cognome sul citofono del civico 34, “Muriga”.
Suonò. Salì senza chiedere il numero del piano. Alla quarta rampa di scale vide una porta aperta ed entrò. Tonio era seduto su un divano accanto a tre ragazzi che indossavano gli Oculus. Strinse gli occhi verso Bolina. Bolina restò immobile, lo sguardo fisso sopra la fronte di Tonio.

Bolina: Embè? Quanta era?

Tonio: 5-6 canne al massimo, poca roba, ma fatta in casa, con criterio, con amore, una cosa che fai due tiri e sei in paradiso.

Bolina: Se la sarà raccattata qualche sbirro di ronda, sti cani maledetti.

Tonio: Non me ne frega un cazzo se qualcuno si frulla il cervello con quella roba, io rivoglio il Dynafem.

Bolina: E come sarebbe sto Dynafem?

Tonio: Una scatoletta tipo piccola, legno, hai presente quelle che usavano le vecchie per le caramelline? Ecco. Bella rovinata, ma dura eh? Pensa che mi è volata dal terzo piano e zero, niente, ancora viva. Sono tipo 50 anni che assolve il compito di scatola porta sgami, manco mi ricordo come me la sono ritrovata in mano!

Bolina: E speri di ritrovarla?

Tonio: So già dov’è. Dentro il santoprotettore di Prato della Valle Virtuale. Ce l’ha quel cazzo di Pokemon che senza gli occhialetti magici non si può vedere.

Bolina: Senti, sta cosa della realtà virtuale non la capisco… Cioè mi sta sul cazzo. A me piacciono i ruderi, i quartieri arabi di Lisbona, con i vecchi scalzi. Sta cosa con gli occhiali virtuali…

Tonio: Si tratta solo di squartare il Pokemon e riportarmi il Dynafem!

Bolina: Dio bono è troppo in alto!

Tonio: Niente Dynafem, niente serata, niente di niente.

Bolina: Sei proprio una testa di cazzo.

Tonio le porse un paio di Oculus.

Piazza Virtuale Prato della Valle era esattamente come se la ricordava. Ad apparire per primo è un enorme kebab, poi una mano, poi il viso di un vecchio. Dal lato opposto, oltre i murales, la facciata azzurro cimiteriale dei magazzini centrali riporta il motto “Don’t do bad”.
Aveva promesso a se stessa che non ci sarebbe più tornata. La odiava. La odiava a pelle, come le capitava con certe persone. Un odio radicale, profondo, irrazionale, folle, antico. Un odio che una volta le nasceva in petto, divampando in tutto il corpo, ma che oggi sentiva crescere nel suo ginocchio sinistro, quel ginocchio malandato, ferito durante gli scontri con la polizia e che oggi la costringeva a zoppicare.
Per Bolina Lopes l’odio abitava nel ginocchio.
La folla s’apriva al suo passaggio, ignorandola e respingendola al contempo. Utenti intermittenti che comparivano pochi minuti per poi disconnettersi o dislocarsi in altro luogo virtuale. Bolina tagliò Prato della Valle con passetti corti e asimmetrici. Dall’alto un pokemon malconcio penzolava da una gru.
Si, ce la posso fare, pensò.
Iniziò la scalata, dapprima con attenzione a ogni mossa, a ogni cambio di peso. Poi, man mano che gli ologrammi si allontanavano, l’arrampicata si faceva spigliata. Il sole in faccia, vide il Pikachu giallissimo con quelle guanciotte rosse e soffici. Più si avvicinava, più la rabbia cresceva. Bolina avrebbe voluto strappare il pupazzo dalla cima della gru e farlo a pezzi. Riuscì a farlo dondolare, avvertì la protuberanza della dynafem. Gli oggetti le apparivano amplificati, giganteschi, incombenti, si sentì invasa dai colori, dai rumori. Quando l’asse dell’emozione si piega troppo verso il buco nero del delirio, abbaia Bolina. Abbaia adesso! Bolina tentennò. Rallentò. Si fermò.
Una zoppa anti-specista di domenica pomeriggio a Padova, quando la Piazza è stracolma di gente. A forza di arrampicarsi, strisciare, guaire, scammellare, se n’erano accorti tutti. Compresa la polizia. Bolina aveva lo sguardo sgomento. Digrignò i denti. Sentì le lacrime e improvvisamente gli occhi diventarono piombo. Bolina stramazzò a terra, incredula, continuando a guardare quel Pokemon come fosse un miraggio. Provò a pensare l’impensabile, immaginarsi l’inimmaginabile e scervellarsi l’inscervellabile, ma per quanto le ripugnasse l’idea in fondo non aveva alternativa. La vita pareva stagliarsi a partire da quella gru, da quel peluche dai colori accesi al di sopra della foschia. Un preciso punto dell’universo.
Riuscì a bisbigliare “Attenta Bolina, non illuderti, l’amore non esiste, ma magari una fumata insieme..” sul viso una vaga espressione di soddisfazione.

FacebookCondividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *