El soldatin Bepin

di Lou Palanca

Lo sguardo sullo Stretto di Messina di Bepin. Disegno di Sabrina Bagnato

Lo sguardo sullo Stretto di Messina di Bepin. Disegno di Sabrina Bagnato

La luce fa splendere tutti i colori quando la tramontana s’incanala nello Stretto. Rende netti i contorni della costa e delle montagne, mentre fa risaltare il glauco del mare, increspato dalle creste bianche delle onde. Nelle giornate come queste, dai fortini della batteria di Pentimele ci incantavamo a guardare la cima dell’Etna sbuffare nubi di vapore bianche a contrasto del cielo limpido e azzurro, magari proprio mentre i falchi pellegrini migravano passando sopra di noi.
Chissà se era così limpido il cielo anche quel giorno di fine luglio, quando la notizia del regicidio giunse fino al piroscafo sul quale navigava il principe, proprio qua sotto, tra Calabria e Sicilia. Fu qui, tra le correnti mescolate di Jonio e Tirreno, che il nostro sovrano assunse il comando in capo dell’Esercito e la guida di tutta la Nazione.
Proprio in quei giorni del primo anno del secolo veloce, nel momento in cui Vittorio Emanuele da queste acque ascendeva al trono, io mi ritrovavo giovane ufficiale inviato poco distante a braccare sulle montagne il brigante Musolino. Un brigante un po’ particolare, forse accusato ingiustamente di un omicidio, ma ribelle e senza scrupoli nel commetterne sicuramente altri.
Così son finito qui, nella punta del continente che quasi tocca la Trinacria, in questa striscia di colline tra il mare e l’Aspromonte, dove ancora si sente l’eco dello sparo che fermò Garibaldi: lui generale e condottiero, ma pur sempre ribelle come un brigante.
Fu la felice memoria, Umberto re d’Italia in persona, a decidere la costruzione proprio su queste colline delle roccaforti, nelle quali piazzare le batterie d’artiglieria sulle due sponde dello Stretto a presidio e difesa del braccio di mare ed a controllo dei suoi traffici. Furono i miei superiori a decidere che qui dovessi esercitare un periodo di comando. Dapprima sottotente, lo svolsi nel fortino di Pentimele, dacché tenente addetto alla logistica per tutte le roccaforti e quindi capitano a soprintendere agli armamenti di tutte e tre le batterie del versante calabrese.
Ancora qualcuno dei reggini più anziani se la prendeva con i piemontesi invasori e diceva di rimpiangere i Borboni e Francheschiello. Ma dopo quasi quarant’anni ormai che le camice rosse dei Mille risalirono da Marsala e i plebisciti ratificarono l’avvenuta annessione all’Italia ed al suo regno, tutti si sentivano un po’ compatrioti, uniti sotto la corona di Vittorio Emanuele.
Era una vita strana quella che facevamo. Una vita sempre all’erta, ma nella quale non succedeva mai nulla, se non l’allarme per qualche esercitazione. Io, ormai, dopo parecchi anni, mi ci ero abituato a quel tempo dilatato nell’attesa. In Piemonte avevo lasciato i miei genitori, su a Verduno, in altre colline, quelle dolcemente degradanti delle Langhe, povere quasi come quelle di quaggiù. Con i cari miei parenti ci scrivevamo ogni tanto, ma le amicizie le ho fatte qui, dove i contadini ci portavano buon vino, olio, pomodori, formaggi e le donne, a cui piacevano le nostre divise sempre in ordine, erano allegre e gentili. Ogni tanto poi scendevo al circolo ufficiali per qualche festa. In una di esse conobbi Agatina, poi adorata moglie e madre dei miei figli.
Ma invece il soldatin Bepin proprio non ci si abituava a star rinchiuso nel fortino di Arghillà. Lui veniva dalle montagne del bellunese. Si chiamava Benedetto Dal Pozzo, aveva diciannove anni e da uno ormai era addetto alla guardia della batteria Gullì. Oltre a ciò aveva il compito di aiuto artigliere, insomma quello che, quando mai si fosse dovuto sparare, avrebbe dovuto manovrare il cannone per farlo girare e alzare secondo le indicazioni dell’ufficiale addetto alla balistica, rapido quanto bastasse per consentire agli artiglieri di caricare il pezzo e sparare al bersaglio predestinato.
Ma erano anni che non sparavamo. Le tensioni con gli ottomani, le alleanze e le rotture con la Francia, la Prussia, la Russia, l’Austria e l’Inghilterra rendevano il mare sotto di noi uno dei punti strategici per la navigazione nel Mediterraneo. Eppure non accadeva nulla, mentre nel mondo sfrecciavano sempre più automobili, l’energia elettrica sostituiva il fuoco ed il vapore, entrando nelle case come negli uffici, illuminando le strade e finanche i teatri.
Lo chiamavano Bepin perché su in Veneto ci sono tanti Giuseppe quanti Bepin e quindi per i suoi commilitoni, provenienti da tutte le parti d’Italia, Bepin lo potevano diventare anche quelli che non si chiamavano come il papà di Gesù nostro Signore.
Fu la leva obbligatoria ad unire uomini di tutte le regioni della nostra Nazione, a mischiare usi, lingue e dialetti sotto lo stendardo di casa Savoia ed a portare Bepin fin quaggiù. Alto, secco, biondo, con la carnagione chiara gli occhi azzurri, lo sguardo malinconico e spaurito, gli uomini e le donne di Arghillà lo chiamavano affettuosamente ‘u ciciulune, che stava ad indicare quel tipo umano, così diverso dai caratteri e dai tipi delle genti delle pendici d’Aspromonte.
Bepin non si rassegnava a non avere potuto trascorrere il Natale a casa sua. “Volìa star co’i mie’ zenitor, co’i mie’ parenti, manzar quel che le nonne preparavano per la zena de la vigilia e per il pranzo del Natal. Volìa veder la neve e la tosa che s’atteggia a far la mia morosa”.
La tramontana che aveva spirato per tutto il giorno di Santo Stefano, il giorno dopo si era un po’ calmata soprattutto col calar della sera, ma le stelle nel cielo sopra Arghillà risplendevano come un manto fatato.
Avevo dormito al fortino quella notte. L’alba non era ancora arrivata, ma ero già sveglio da un po’. Stavo fumando un sigaro guardando le stelle e le belle luci di Messina, quando lo sentii dalle mie spalle pronunciar quelle parole.
Non avevamo confidenza. In fondo io ero un ufficiale, egli un mio subordinato ed avevo pure dieci anni più di lui. Eppure quella voce mi commosse, perché sentivo parlare allo stesso tempo il soldato, l’uomo, il ragazzo. Mi girai, accorgendomi che non mi aveva visto nell’angolo in cui stavo, tra il muro ed il cannone. Dunque non stava parlando con me, ma forse con sé stesso o con gli spiriti del luogo.
Per questo sobbalzò quando vide la mia ombra, accennando a puntarmi contro il moschetto armato pure della baionetta, fin tanto che non si avvide chi fossi, allora ponendosi sull’attenti, battendo i tacchi e portando la mano tesa alla visiera per il saluto militare.
«Comandi, sior Capitano! Mi scusi! Non mi aspettavo di trovarla qui!»
«Tranquillo, Dal Pozzo, riposo, riposo… Fa freddo, eh?»
«Signorsì, sior Capitano. Sto col pastrano e i guanti, la maglietta e la sciarpa de lana, ma ‘l calor che si trattiene non è mai abbastanza e l’umido che vien su dal fossato entra nelle ossa.»
«Eppure sei montanaro, no?»
«Signorsì, sior Capitano, ma non è la stessa cosa.»
«No, non è la stessa cosa, soldatin Bepin», lo guardai sorridendo, appellandolo col suo soprannome.
«Sono orgoglioso di servire la Patria ed il re per tutto il tempo che dovrò, sia chiaro. Ma mi piacerebbe farlo vicino alla casa del mi pa’ e della mi’ ma’, tutto qua.»
Un leggerissimo filo di vento levò con più velocità in alto e dissolse le volute del fumo che dalla brace del sigaro salivano lente verso il cielo. Le seguimmo insieme con lo sguardo e presi a dirgli: «Ma dove lo trovi un altro posto così. Un luogo così pieno di bellezze, che diventano leggende: quando cala la nebbia e sull’acqua si stende il velo di fata Morgana; quando Colapesce, mezzo uomo e mezzo pesce, si confonde coi giochi dei delfini; quando le teste e le fauci di Scilla e Cariddi paiono ancor oggi come ai tempi di Ulisse terrorizzare i naviganti che volessero passare tra le due sponde.»
Ci guardammo negli occhi ed insieme volgemmo lo sguardo verso il mare che adesso era nero, scuro come il mantello della morte. Cominciammo a sentire sotto di noi salire un rumore inquietante, come un brontolio sommesso e poi un rombo che cresceva. Fu questione di pochi attimi e quel rumore divenne una sorta di esplosione, ma non avemmo il tempo di reagire, ché il camminamento sul quale ci trovavamo cominciò a tremare ed allora i nostri sguardi divennero di stupore e di paura.
«E’ il terremoto, dai l’allarme! Tutta la guarnigione fuori dalle camerate!» gridai.
Ma non ce ne fu praticamente bisogno. Le porticine si stavano già aprendo e gli uomini, quei ragazzi in divisa dal volto impaurito, ne stavano sortendo in preda al panico, mentre la terra continuava a sobbalzare.
Sapemmo dopo che lo sconquasso durò poco più d’un quarto di minuto, ma ci sembrò un eternità, tanto il mondo ci apparve volere andar sottosopra. Quando smise ci fu un attimo di silenzio, nel quale ognuno rimase fermo nel posto in cui si trovava, per assicurarsi che tutto fosse finito o per paura che nuovamente cominciasse. Mi resi conto di stringere ancora il mozzicone del sigaro tra il medio e l’indice. La mossa di portarlo alla bocca e provare ad aspirarlo fu il primo movimento che compii per rompere l’immobilità del terrore.
Sotto di noi, ai piedi della collina di Arghillà, intuivamo che il mare stesse crescendo; capivamo che l’acqua salisse per il vento che giungeva fino a noi. I mostri delle mitologie che hanno abitato questo specchio di mare parevano emergere tutti insieme a divorare le vite e i beni dei suoi abitanti rivieraschi.
Attendemmo l’aurora, appena qualche decina di minuti ancora. Il nostro fortino aveva resistito, giusto qualche pietra era venuta giù dai muri, segnati da qualche crepa, mentre gli arredi erano stati sballottati ogni dove. Quando la luce iniziò a diffondersi cominciammo a capire che lì sotto era invece tutto distrutto, che il sussulto della terra e l’onda enorme del mare avevano cancellato Reggio e Messina.
Decisi di mandare due persone a comprendere cosa fosse successo in città, a recepire informazioni e ordini, a capire come potessimo renderci immediatamente utili. Bepin si offrì subito volontario, insieme con un suo coetaneo di Torre del Greco.
Lo vidi salire a cavallo che il sole non era ancora sorto e non lo vidi più. Seppi dopo non fosse giunto ancora nemmeno alla costa, che lungo la strada aveva prestato soccorso in una casa semidiroccata, nel cui crollo era rimasta bloccata una ragazza. Non ci pensò un momento ad entrare fra le macerie. Una trave rimasta in bilico cedette, colpendolo in pieno e togliendogli la vita, la mattina del 28 dicembre 1908.original
L’ho sentito varie volte ancora, sui bastioni di Arghillà, fin che vi prestai servizio: «Dovea salvar la tosa», diceva. Mi parlava le notti che mi affacciavo a guardare il nero dello Stretto, mi raccontava dei suoi incontri con la fata Morgana, dei suoi giochi con Colapesce, della protezione che assicurava ai naviganti fra Scilla e Cariddi.
Fu con me anche nei deserti della Libia, tre anni dopo, e nelle trincee del Carso durante la grande guerra, proteggendomi dal piombo austriaco. Mi accompagnò venendo giù da Caporetto «Z’è la terra mia, sior Capitano, nulla di male le succederà.»
Tornai a casa, a Reggio Calabria, dove avevo sposato Agatina mia adorata. E lì mi raccontarono delle strane ombre che le sentinelle del fortino di Arghillà vedevano durante la notte, come fosse un ragazzo alto avvolto nel pastrano, che girava lungo le mura ed i camminamenti imbracciando il moschetto.

Avemmo il tempo di fare un’altra guerra, dopo la quale le batterie di cannoni sullo Stretto furono smantellate. Agatina mi ha lasciato da tempo ed io sento che tra poco la raggiungerò in quell’altro mondo. Pertanto ho chiesto a mia nipote e mio nipote di portarmi di nuovo fin lassù, di sera, tra quelle pietre abbandonate.
Giunti al forte, li invito a lasciarmi solo. Esitano: un vecchio di più d’ottant’anni non può rimanere senza qualcuno che lo assista.
«Vi chiedo un favore, ma vi ricordo che, se anche in pensione, sono un generale. Se volete, prendetelo come un ordine.»
Perplessi obbediscono e rimango finalmente solo, sotto le stelle di Arghillà. Mi hanno detto che tra poco avremo l’autostrada che arriverà fino a Reggio Calabria e addirittura il ponte che l’unirà a Messina. Io per ora continuo a prendere il ferry boat per andare di là a mangiare un cannolo o una cassata. Annuso l’aria e mi pare di sentire la fragranza del toscano che fumavo la mattina del terremoto. Al mio fianco avverto un’ombra, ma non mi giro a guardarla, tenendo gli occhi sulle luci, tante più d’allora quanto più brillanti, che si stendono sotto di me.
«Comandi, sior Capitano!»
«Ciao Bepin, sapevo che saresti venuto, grazie.»
«Dovere, sior Capitano! Lo sapevo che voleva vedermi, non potevo mancare.»
«Sto per andarmene da questa vita. I miei figli, i miei nipoti sono tutto quel che mi è rimasto, ma non avrei voluto di più.»
«I suoi nipoti, sior Capitano, son quei tosi che la stanno a guardar mentre parliamo?»
«Sì, Bepin sono loro. Il ragazzo ha la tua età, cioè l’età di quando moristi.»
«Ma io non sono morto, sior Capitano, vivo qui, insieme con le lezzende di cui mi parlava la notte che la terra tremò e il mare sommerse Reggio e Messina. Sono parte del genius loci, direbbe qualcuno più istruito di me.»
«Ma questo posto è abbandonato, sta andando in rovina. Pensano a fare ponti ed autostrade, a fare andare tutto più veloce, non certo a restituire vita e dignità ad un edificio costruito per far la guerra.»
«Passeranno magari cinquant’anni ancora, sior Capitano, saranno i nipoti dei suoi nipoti a vedere questo posto rinascere, diventare nuovamente un presidio, ma senza cannoni, piuttosto attrezzato con le armi della cultura, dell’arte, della scienza.»
«Tu puoi vedere queste cose, Bepin?»
«Io posso vedere, sior Capitano, ma per vedere bisogna credere, impegnarsi, avere fiducia. Allora anche una batteria della regia artiglieria potrà trasformarsi in un bene comune.»
«Lo spero.»
«Sarà, sior Capitano. Ora devo andare, comandi!»
Finalmente mi giro e guardo nella direzione in cui avevo avvertito la presenza di Bepin. Non c’è nessuno, non c’è niente, solo il vento che porta da chissà dove una fragranza di tabacco, pur se i miei occhi colgono un’ombra che si dilegua, lentamente, mentre l’orlo del pastrano e la punta della sciarpa seguono la scia delle folate. Le gote mi si rigano di lacrime, che asciugo con la manica della giacca, mentre tiro su col naso e deglutisco.

Sulla busta in cui conservo queste righe scritte per raccontare la storia del soldatin Bepin, riporterò l’avvertenza che essa venga aperta non prima del 28 dicembre 2008. L’indirizzerò ai miei pronipoti di allora.

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