Eppur c’è chi giura di averli visti

ghosttown

No, non sono dove mi cercate, ma qui da dove vi guardo ridendo. […] Più d’uno, come faccio senz’altro io, scrive per non aver più volto.
Non domandatemi chi sono e non chiedetemi di restare lo stesso: è una morale da stato civile, regna sui nostri documenti.

Michel Foucault

 

Per le strade della città da giorni non si parlava di altro.
Certo, non era uno di quegli argomenti che la gente affronta del tutto apertamente e neppure in più di due o tre alla volta; diciamo che era una di quelle storie da bar, da raccontarsi seduti al tavolino davanti a un caffè o a un bicchierino di amaro serale, uno di quei discorsi che passano tra un messaggio sottinteso e una frecciatina improvvisa, e che ti lasciano un paio di dubbi anche quando te ne torni a letto alla sera.
D’altronde non era facile non averne sentito affatto parlare visti gli avvenimenti più recenti. Se ne era occupata la stampa locale, ne discutevano i lavoratori dell’università, per non parlare di tutto quello che si diceva tra gli studenti.
“Saputo della storia dei libri?”, “ma chi è questo Assunta?”, “e questo ex-Gaia, dov’è esattamente?”

Poi si sa come funzionano queste cose. Le voci passano e a ogni passaggio si trasformano un po’, finendo per dare vita a tante storie diverse, tutte comunque buone per farti passare quei dieci minuti di conversazione alla macchinetta del caffè.
Ma per il commissario Blissetti questa non era soltanto una storia da bar. Era il suo lavoro. Perchè lui su tutta questa vicenda… beh, non proprio tutta, ma su parte di questa vicenda doveva iniziare a vederci un po’ più chiaro.
Un furto: era questa l’accusa rivolta a qualcuno da parte di qualcun altro; un furto un po’ strano, a essere sinceri, insolito – a partire dal fatto, per nulla banale, che non era chiaro (per una persona dotata di buon senso quale Blissetti era) chi avesse rubato cosa a chi. Non è molto da cui partire. E non era neppure l’unico tassello da dover mettere al proprio posto.

Ma fermiamoci un attimo, rimettiamo indietro gli orologi e ripercorriamo i fatti.

Tutto era incominciato pochi giorni prima, in un calda mattina autunnale, quando – a seguito di una assemblea di ateneo organizzata in risposta dell’ennesimo aumento delle tasse – un nutrito gruppo di studenti universitari si era spostato nelle strade del centro, urlando slogan e distribuendo volantini come in ogni manifestazione studentesca che si rispetti, dirigendosi intanto verso un edificio universitario. Il cosiddetto ex-Gaia era un polo semi-vuoto del Dipartimento di Scienze per la Cooperazione Internazionale, da anni noto per il suo sottoutilizzo da parte dell’Ateneo, e per questo occupato diverse volte negli anni precedenti – occupazioni studentesche e non solo. Ad aggiungere sale alla vicenda era stata anche una recente inchiesta di un cartello di associazioni cittadine, che denunciava come, in maniera ancora non del tutto chiarita, il polo in questione fosse al centro di una permuta immobiliare stabilita da accordi tra l’Università e i cugini Assunta, noti imprenditori locali attivi nei più svariati campi, dall’edilizia alla sanità passando per la costruzione di ferrovie.
Stando all’inchiesta delle associazioni, pareva che questi Assunta comparissero di tanto e intanto qui e là, all’interno di qualche amministrazione, o come revisori dei conti di aziende locali, e coinvolti, a quanto pare, anche in questa permuta che aveva come oggetto di scambio – oltre al polo ex-Gaia – il vecchio convento delle ex-Agostiniane, edificio promesso dall’Ateneo come futuro studentato ma attualmente utilizzato a fini commerciali e turistici da parte della cooperativa Vucciria cui era stato dato in gestione.
Questa, per quanto incasinata, una delle possibili premesse.

Come da copione, gli studenti entrarono in corteo nel suddetto ex-Gaia, preparati probabilmente ad organizzare qualche evento culturale o qualche festa (perché non di sola mobilitazione vive lo studente: anzi, di solito carbura ad acool).
Quello che non avevano messo in conto era che il polo ex-Gaia era meno vuoto di quello che credevano. In una delle aule retrostanti l’edificio, un grande spazio solitamente utilizzato per ospitare le lezioni, si imbatterono in una curiosa scoperta: montagne e montagne di scatoloni di libri.
Libri, sì. Quelli che trovi nelle biblioteche o nelle librerie, proprio quelli lì. Non che sia un fatto raro, all’università, ma generalmente hanno la curiosa tendenza ad essere catalogati in maniera certosina, essere a disposizione di un pubblico che a regole determinate può fruirne, o ad avere un proprietario. E in ogni caso, di solito, hanno l’abitudine di essere letti. Quei libri, invece, non li leggeva nessuno: accatastati in scatoloni a loro volta accatastati in un capannone che aveva conosciuto pesanti dosi di umidità, e posso giurarvi che continuerà a conoscerne per un po’. Insomma, surrealismo puro: migliaia di libri bagnati dalla pioggia, corrosi dall’umidità. E nessun lettore. Nessuno. Forse i libri chiacchieravano tra loro alla notte, forse meditavano sul senso della vita, o forse prendevano semplicemente la polvere. Ma non si facevano leggere.

Dopo una prima fase di sbigottimento, gli studenti avranno pensato a un modo per sfruttare al meglio questa scoperta, provando a capirci qualcosa sull’origine e la storia di queste montagne di libri.
Dovettero accorgersi abbastanza velocemente che i volumi in questione erano stampati da una casa editrice locale, la Lul, la cui amministrazione era nota per essere particolarmente legata all’Università. Anzi, diciamo pure che la Lul era la casa editrice dell’università. Quello che scoprirono gli studenti dopo qualche indagine su web (ai nostri tempi non è necessario nascondere la polvere sotto il tappeto, basta esporla sul pianerottolo e dire che è zucchero filato), fu che la suddetta Lul altro non era che una casa editrice nata dalle ceneri di un’altra azienda dello stesso tipo, la Minus, fallita a seguito di un falso in bilancio che all’epoca dei fatti suscitò un certo scandalo a livello locale.
E volete sapere la ciliegina sulla torta? Ad andare due click più in là, si scopriva ancora quel nome, Assunta, nella figura del giovane Simone, addetto alla revisione dei conti della casa editrice Lul.

Vi state certamente chiedendo come faccia questo nome a ricomparire come fosse un ritornello nei momenti più inaspettati di questa sconclusionata vicenda.
Questo, devo ammettere, resta un mistero pure per me. No, no, non prendetemi per un narratore onnisciente. È vero, sto raccontando tutta questa vicenda in terza persona, come fossi esterno ai fatti, o forse come un dottor Watson che segue le indagini di Holmes da una posizione defilata. Ma questo non fa di me un onnisciente, capite? Io, a dirla tutta, ne so davvero poco. Ne so poco della gente, ne so poco di come funziona la burocrazia, ne so poco di tutta questa storia dell’ex-Gaia e della Minus, e certamente dovrei saperne meno del Commissario Blissetti. Anche se lui stesso pare abbastanza in difficoltà nel districare la matassa.

“Cristo, che cazzo di casino.”
Sì, lo avete visto anche voi, pettinandosi il riporto sulla testa. Patetico.

Ma torniamo ai fatti. O a quella roba che sembra più assomigliare alla comune nozione di “fatti”.
A seguito dell’occupazione e della scoperta dei libri, l’unica denuncia che arrivò alla stampa e alla polizia non fu quella degli organi centrali, bensì quella degli studenti che accusarono pubblicamente l’amministrazione dell’ateneo di malagestione ai danni dei testi e dello stabile ex-Gaia. Conferenza stampa, comunicato, e tutto il consueto tran-tran. Volavano accuse pesanti nei confronti degli organi universitari. Accuse di furto.
“Libri pagati con i nostri soldi e lasciati a marcire.”
“Speculazione edilizia e interessi privati ai danni degli studenti.”
“Mauriello che fine fanno le nostre tasse? Dimissioni!”
Silenzio da parte degli organi universitari, silenzio da parte del Rettore Mauriello. Non arrivò nessuna risposta dall’università, né in difesa rispetto alle pubbliche accuse, né nel merito del ritrovamento dei libri, né sulle loro origini.
Silenzio. A parte un vago “l’università sta indagando”.

Nel frattempo gli studenti si erano organizzati per ospitare un evento culturale – una mostra di fumetti a quanto dicono – alla quale avrebbe dovuto seguire un aperitivo.
Proprio mentre stavano allestendo l’esposizione, accadde il putiferio.

Il Commissario Blissetti era in questura, nel momento in cui il suo collega Luteri aveva sollevato la cornetta al primo squillo del telefono.
“Vorrei segnalare un movimento sospetto di libri. Probabilmente li stanno rubando. Hanno occupato lo stabile dell’ex-Gaia.”
L’operatore nel frattempo aveva già inviato la segnalazione.
“Il suo nome, scusi?”
La cornetta era già riagganciata.
Nessun responsabile della segnalazione.
Nessun nome.

Il resto ormai lo sapete, è su tutti i giornali, ma ve lo spiego lo stesso per pedanteria. Un’irruzione di cinque volanti all’ex-Gaia e una ventina di agenti, forse più, con una modalità di ingresso discutibile anche nell’opinione del cittadino più moderato. Andiamo, non è mica uno spaghetti western. Il tutto per scoprire, per giunta, che i pancali di libri nel piazzale erano stati semplicemente spostati per fare spazio alla mostra di fumetti.
Accerchiamento, identificazione, richiesta di consegnare i cellulari: un’operazione di polizia che manco stessero stanando un boss della ‘ndrangheta. E poi quella pistola, pensò Blissetti, quella cazzo di pistola che per un qualche motivo l’agente Guaglione aveva estratto, ma che di certo non si aspettava sarebbe stata fotografata da un piccolo dispositivo di telefonia mobile, pronta a fare il giro del web. Proprio un secondo prima che si scaricasse il cellulare, proprio nel momento in cui gli agenti stavano chiedendo di consegnargli i dispositivi. Il mondo è proprio tutto ciò che accade…

Ne uccide più la penna della spada, si diceva un tempo. Pare che anche gli smartphone non scherzino un cazzo.
E certe immagini sono forti, forse più delle parole. Come l’immagine di quella pistola impugnata di prepotenza, accompagnata da toni di comando, estratta all’interno di uno spazio di cultura, contro una quarantina tra studenti e giornalisti. Immagini che rievocano per un istante fantasmi dal passato, che suscitano rabbia, che a qualcuno fanno capire che non puoi lasciar perdere, non questa volta. Non puoi far finta di niente. Beh, almeno io non ci riesco, poi fate voi, ditemi se vi pare normale che all’università la polizia possa fare retate come se stesse facendo un blitz antimafia. Lo so che ci credete nella proprietà privata, ma anche da quel punto di vista, ditemi se c’è proporzione.
Insomma, qualcuno è giusto che paghi, perché stavolta ha pisciato decisamente fuori dal vaso.
Perché puoi anche rintanarti nel tuo mondo di scartoffie e verità bollate, puoi spassartela nelle tue vesti da sceriffo di quartiere per il tempo che un giorno di infame gloria ti concede, ma quando a fine giornata esci dal tuo ufficio e torni in mezzo ai tuoi simili, che ti piaccia o no, la tua merda puzza come quella di chiunque altro.

Ce n’era abbastanza per far esplodere il caso. Comunicati di solidarietà agli occupanti, un presidio di ragazzi urlanti, tette al vento contro la polizia, cortei spontanei per il centro, assemblee studentesche, altri poli occupati.
E fin qui, siamo nell’ordinaria amministrazione del campo politico. Ma anche i fatti curiosi non cessarono.
Un impiegato della Biblioteca di Lettere dichiarò di aver visto in Piazza dei Fantini, mentre si recava al lavoro la mattina successiva al blitz, un gruppo di cinque o sei studenti recuperare dei lbri da scatoloni in mezzo alla piazza.
Alla sua richiesta di spiegazioni gli studenti avrebbero sostenuto di non conoscere la provenienza di quegli scatoloni, ma di averli trovati lì, in mezzo alla piazza, abbandonati da qualcuno. Probabilmente, avranno commentato, chi ha lasciato i libri in mezzo alla piazza li aveva prelevati il giorno prima dal polo ex-Gaia. D’altro canto lo sapevano tutti da dove veniva quell’ondata di libri marci in città.
Dopo aver comunicato la notizia agli organi, giunsero due addetti a prelevare dalla piazza i libri rimasti per riportarli nel magazzino, cosicchè potessero tornare finalmente a non essere letti da nessuno.
Simili episodi si verificarono in un aula del dipartimento di Scienze Politiche, nella quale gli studenti trovarono copie del manuali di Diritto Civile, gli stessi manuali di cui la biblioteca era da tempo carente.
Li trovarono lì, sui banchi, di prima mattina, come abbandonati da spettri dileguatisi al sorgere del sole.

Spettri.
Blissetti provò a cercare una parola diversa, d’altro canto era uomo razionale e di buon vecchio senso comune. Ma come tutte le persone di buon senso, non riusciva a raccapezzarsi.
Era una storia di fantasmi e volti senza nome.
Libri abbandonati in un magazzino. Occupanti che denunciano e occupati che tacciono. Segnalazioni senza nome a carico di ignoti. Accuse pubbliche di furto di libri pagati con i soldi dei presunti ladri.
E proprietari dei suddetti libri tuttora ignoti.

Era come se tutta questa storia, pensava Blissetti, avesse portato alla luce alcuni nervi scoperti solitamente nascosti sotto un polveroso strato di normalità e quieto vivere. Come se le carte fossero state rimescolate da un mazziere impazzito. Speculazioni, intrighi di palazzo neppure più di tanto celati, compravendite di immobili e amministrazioni pubbliche truffaldine. Ma c’era dell’altro.

Blissetti si sente turbato, lo vedete anche voi che suda freddo. Come se qualcuno avesse messo in discussione alcune verità di fondo di cui lui era assolutamente certo e che stavano alla base del suo mestiere, quanto è certo che chiunque a questo mondo ha un nome e un cognome, cristiddio!

Ma a ben pensarci ha poco senso perdere tempo prezioso a rompersi il capo a ragionarne. Tutta questa storia, Mauriello e l’ex-Gaia, la Minus e i cugini Assunta, i libri senza proprietario e di proprietà di tutti, l’umido, la polvere e la speculazione: tutta questa storia è di pura fantasia.

È una storia di fantasia, giusto?

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