Goro e Gorino, i ruoli e la guerra

di Kubo

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A guardarle bene in faccia, quelle persone appoggiate a quattro bancali in mezzo alla strada, sembrano persone qualsiasi. Che si potrebbero incontrare in coda dal fornaio, oppure al parco o al bar. Persone con cui si potrebbero tranquillamente scambiare due parole, annoiate e stanche, appena finito il turno o durante la pausa caffè.
In effetti, sembra strano dirlo, persone normali, lo sono. E non tanto perché bisogna, per forza, riscoprire un ruolo umano per tutti e tutte. Quanto perché, di ruoli previsti per l’essere umano, ce ne sono parecchi.
Li avevano le mogli delle SS che accompagnavano i bambini a scuola, giusto qualche centinaio di metri da dove i loro mariti s’adoperavano per uno degli eccidi più famosi della storia. Li avevano i soldati olandesi a Srebenica, quelli francesi ad Algeri, quelli americani sul Big Sand Creek.

Perché, in tutto questo casino, un ruolo ce l’hanno anche gli abitanti di Goro e Gorino. Che, insomma, mentre guardavano in televisione le immagini degli scontri di Calais o i migranti bastonati in Ungheria, qualcosa avranno pure pensato.
Pensato a come comportarsi, cosa dire, come andare incontro alle dieci migranti, con figli al seguito, che il Prefetto gli aveva appena assegnato. Al fine di trovare per loro, donne scappate attraverso le maglie assassine della guerra, una nuova casa. Lontano dai massacri, le bombe, la fame e la povertà assoluta.
Le donne per le quali l’unico ruolo preciso, al momento e nel prossimo futuro, è quello di sopravvivere. Anche se ciò implica vivere temporaneamente in un paesino vicino al delta del Po. Lontano da tutto e tutti quelli che conoscevano prima.
Perché un ruolo, in questa guerra, ce l’hanno tutti. Che lo chiamino anti-terrorismo, lotta al fondamentalismo o difesa della libertà. Tutti e tutte sembriamo farne parte. Esattamente come soldati richiamati alle armi, anche se rigorosamente seduti in poltrona, e non in marcia, davanti al Tg delle 20.

Ce l’abbiamo noi, ce l’ha chi attraversa il Mediterraneo rischiando la vita, ce l’ha il barricato in strada a Goro e Gorino, ce l’ha pure il celerino francese a Calais. Ce l’ha anche il migrante investito e ucciso sulla Genova-Ventimiglia qualche giorno fa. Il ruolo che ognuno può scegliere liberamente di avere.
Perché il ruolo della guerra, invece… beh, quello è sempre lo stesso. Ed è precisamente quello di uccidere. Mica ci sono le guerre dove ci si mette d’accordo ed è finita lì. Mica ci pensano le organizzazioni umanitarie, gli stati o le comunità a fare la pace. Serve tempo, serve usarle ‘ste armi che poi se no… che le abbiamo costruite a fare.
Quindi siamo tutti in guerra. Anche se non ce ne accorgiamo o facciamo finta di non saperlo. Rincuorati dal fatto che sì, cazzo sì… anche se non lo sappiamo davvero, c’abbiamo ragione noi. E stop, come sempre. Loro son quelli cattivi e noi siamo i buoni. Ovvio, cazzo.
Solo che poi quelli cattivi, alla fine, non sono poi così cattivi. O non lo sono tutti. Oppure lo sono tutti, ma fanno finta. Sono bravi ‘sti cattivi. Adesso ti vengono ad invadere il paese dieci donne, “ma poi?!? Sei fregato… è troppo tardi”.
Eh sì, perché noi mica siamo razzisti… figuriamoci. Quelli razzisti, al massimo, votano Salvini. Mica come a Goro e Gorino, dove c’è un’anonima lista civica che come simbolo c’ha pure una barca. Dove il sindaco è uno del posto che saluta sempre, anche chi non conosce. Che carino.

Quella razzista è l’Unione Europea, con le sue assurde leggi sull’immigrazione, è l’Austria che alza il muro al Brennero, è la Francia che chiude i confini con l’Italia. E’ il trattato di Schengen che è stato pensato male. E applicato peggio.
Come anche gli inglesi, quelli sull’isoletta, che prima si vogliono tirare fuori e poi incominciano a mettere nei test che se sei napoletano o siciliano mica sei italiano. Che poi questa storia, magari prendendola sul ridere, forse a qualche napoletano è pure piaciuta. Che poi ‘sti due stronzi inglesi, a dirla tutta, non sanno manco di essere razzisti. Come noi. Perché se abiti in Italia il tuo ruolo è quello di stare a sud dell’Europa, a nord dell’Africa. Non l’hai deciso tu, ci sei nato e basta. Proprio appena sopra quel continente che, con la sua enorme placca terrestre, schiaccia quella adriatica e ogni tanto ci butta giù le case.

L’Italia che, quindi… è il porto del Mediterraneo. Da sempre. Lo stesso che bagna la Siria, l’Egitto, la Libia e la Turchia. Quel mare che noi tagliamo in due, come una barriera frangiflutti disorientata e fuori posizione. Una penisola svergola che fa da ponte verso l’Africa. Quel ponte che si riflette nell’identità di un popolo viaggiatore e naufrago. Ricordandogli spesso, ma non sempre, il suo ruolo millenario.
Quello che a Goro e Gorino è stato scordato. O che forse è stato solo temporaneamente messo a tacere, abbandonato da qualche parte. Per ascoltare meglio l’urlo xenofobo di un continente intero che, invadendone un altro prima, poi si dichiara aggredito ed invaso a sua volta.
Riprendendo quel suo ruolo, poi non così antico alla fine, di rivale e contendente con quello più a sud ed a est. Dal quale transitavano le merci più pregiate, le stoffe più ricercate, i profumi più strabilianti. Dal quale oggi, invece, passano il gas, il petrolio e le armi.

Tutte cose che a Goro e Gorino sicuramente, tutti e tutte sanno. Ma che forse non si ha la coscienza di ammettere. Perché “ospitali tu, allora… a casa tua”. E vaffanculo al ruolo umano (viva la coerenza!) che prevede di aiutare un tuo simile quando sta male.
Ma non importa… perché ai soldati non si chiede di essere coerenti. Ci si aspetta che assolvano i loro doveri, rispettino i loro ruoli. E senza obiettare. Senza chiedersi spiegazioni e senza volerle. Perché, in fondo, abbiamo paura di noi stessi e di cosa stiamo diventando. Perché sono stati bravi, bisogna ammetterlo. Ci hanno voluto soldati della loro guerra e adesso siamo mobilitati per combatterla.

Anche se non è mai troppo tardi… per cambiare ruolo.

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