Il carnevale in cui ho imparato a odiare i miei vicini – Un racconto da Odi di effequ

di Flavio Pintarelli

[Il seguente testo è uno dei 15 racconti dell’antologia Odi – Quindici declinazioni di un sentimento pubblicata dalla casa editrice toscana effequ, in uscita il 12 ottobre. L’antologia è curata da Gabriele Merlini (già curatore, sempre per effequ, di Selezione Naturale, 2013) e contiene una postfazione di Vanni Santoni.  

I quindici racconti presenti sono tutti inediti, di autori e autrici esordienti che già hanno scritto e scrivono su riviste cartacee e online. L’antologia è una rassegna di storie e visioni sul sentimento dell’odio, considerato elemento chiave per raccontare i tempi attuali. Rabbia sociale, conflitti generazionali o sentimentali, razzismo, vendetta e violenze, sono le sfumature raccontate nell’opera, come in questo racconto di Pintarelli, ambientato nella sua città natale, luogo di contrapposizioni linguistiche e culturali.

Ne approfittiamo per ricordare, inoltre, che proprio a Bolzano si terrà una presentazione di Odi mercoledì 18 ottobre, presso Bar Osteria “Da Picchio” alle 18:30. Parteciperanno il curatore Gabriele Merlini e gli autori Flavio Pintarelli e Daniele Gambetta. Modera Domenico Nunziata.]


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Bolzano, 20 febbraio 1996. Da qualche parte sulla passeggiata che costeggia il torrente Talvera hai promesso a te stesso che non sarebbe mai più accaduto. Per questo non sei qui da solo, e ne vai fiero.
Quella sensazione, hai giurato, non la proverai mai più.
Hai smesso il costume e indossi una divisa: lo scarpone militare che pesta il suolo tetro e pesante, la testa rasata che quando l’ha vista tua madre le è quasi venuto un infarto, e poi il gagliardetto, il bianco e rosso da cui occhieggia l’aquila tirolese ammiccano sbilenchi dalla manica del giubbotto su cui l’hai cucito alla bell’e meglio.
Però tutto questo non avrebbe senso senza l’unica insegna che conta davvero per fare parte del gruppo: l’odio. E tu, da quel giorno, di carogna ne hai da vendere, che lo schiaffo ti brucia sulla guancia e lo sputo sembra colare ancora e ancora verso il basso, giù dagli occhi in direzione del naso e della bocca. Il ricordo del sapore vomitevole di quel bastardo dopo un anno ha ancora la forza di strizzarti lo stomaco come uno straccio per pavimenti.
A volte, di notte, quando la luce si spegne e tutto il mondo sembra contrarsi e le pareti della camera ti si fanno sempre più a ridosso, stringi le lenzuola talmente forte che le nocche diventano bianche e vorresti gridare. Vendetta. Quella che sei uscito a cercare oggi. Sai che non puoi contarci, ma in cuor tuo lo speri, di incontrarli di nuovo, quei due walscher.
Ma stavolta sei preparato, non ti beccheranno con le brache calate come l’anno scorso, quando invece di una divisa indossavi un costume. Lo facevi sempre, a carnevale. Prima che succedesse ti mascheravi come tutti i bambini, e come tutti i bambini il pomeriggio dell’Unsinniger Donnerstig, del giovedì grasso, andavi sulle passeggiate, una lingua di verde disegnata lungo il corso del torrente Talvera che traccia il confine tra il centro storico e la zona nuova della città. Una linea che separa la città tedesca da quella italiana, a cui hanno dato il nome di Parco Petrarca ma che i più, forse ignorando la dedica che evoca le chiare e fresche e dolci acque a specchiare la bellezza della donna amata dal poeta, preferiscono chiamare col più didascalico nome di prati del Talvera.
Un anno fa era proprio lì, sui prati del Talvera, che cazzeggiavi – per la prima volta senza genitori a fianco – travestito da punk, un punk che aveva poco a che a spartire con i Sex Pistols e molto di più con i balordi da strada di Final Fight, il cabinato da sala giochi su cui consumi i polpastrelli, respirando afrori di MS e Marlboro in quel bar poco raccomandabile che tua madre non vuole e nemmeno sa che frequenti. Ma tanto chi se ne fotte dell’accademia, della fedeltà: è un costume di carnevale, mica una ricostruzione storica. Allora la tua unica arma era una bomboletta di schiuma, di quelle entrate a fare parte dell’arsenale di scherzi carnevaleschi solo da pochi anni, accanto a coriandoli, stelle filanti e lingue di suocera.
Troppo poco per difenderti da quei due.
Non sapresti dire da quanto, ma se ci ripensi ti sembra quasi che ti avessero puntato, che ti fossero stati a guardare aspettando il momento giusto. E solo allora si erano avvicinati, con uno sguardo che non sapevi ancora decifrare. Ridendo avevi pigiato il beccuccio della bomboletta ma lei, scarica, aveva scoreggiato fuori solo un ridicolo sbuffo di schiuma bianca che s’era afflosciato lungo la latta colorata. I due avevano sogghignato e ti si erano fatti sotto.
«Tamocco cazzo fai, cerchi rogne?» aveva ringhiato il primo. E mentre provavi a capire il senso di quella parola, rogne, che a scuola non avevi mai sentito, il secondo dei due buttava lì un «willst du probleme?» che, pur suonando abbastanza sgram maticato, era stato senz’altro esplicito nel palesarti davanti agli occhi che i problemi non eri tu a volerli, ma loro a portarteli. La prima spinta era arrivata inattesa. Avevi barcollato un paio di passi indietro mentre il cervello cercava di ricalibrarsi, modificando i parametri per farti affrontare una situazione i cui estremi stavano rapidamente risalendo la scala di automatismi che andava da scherzo di carnevale a lotta per la sopravvivenza. Il primo ceffone aveva fatto accelerare l’intero processo, i contorni delle cose si erano fatti sfocati e nelle orecchie sibilava il fischio del vortice che rotea dentro la testa, smozzicando i pensieri mentre li sbatacchia contro le pareti del cranio. A quel punto una seconda spinta, più forte della prima, ti aveva fatto incespicare: avevi sentito le suole di gomma delle scarpe scivolare sulla terra rorida di neve sciolta da poco. Avevi messo giù una mano, ti eri rialzato con una goffa mezza giravolta provando a dartela a gambe. Avevi corso. Correvi, in quel momento il tuo cervello animale dava al corpo un solo, terrificante impulso: corri, cazzo corricorricorri, ti urlavano mille scimme nelle orecchie. Non importava dove, era corri o muori, perché a quei due non era bastato e ti stavano dietro, e correvano anche loro, predatori a caccia della gazzella isolata dal gruppo. Il fiato gelido si era condensato davanti alla bocca in nuvolette sempre più piccole, avevi inghiottito paura, che era scivola in gola e l’aveva bruciata.

Avevi percorso forse trecento metri, spinto da un impulso primordiale che nemmeno sapevi di avere, che ti aveva fatto muovere nello spazio e nel tempo, connettendoti a ciò che eri stato milioni di anni prima, emerso improvviso dagli strati di cultura sotto i quali era rimasto sepolto fino a quel momento. Però non era bastato. Qualcosa, un piede – ma lo avevi capito dopo – ti aveva bloccato il passo. Avevi perso l’appoggio e per un breve istante ti eri trovato parallelo al terreno.
Caduto, scivolato nel fango. Poi li avevi visti di nuovo, i due ti erano sopra. Ti avevano fatto piovere addosso una serie di calci da cui ti eri malamente protetto con le braccia. Non dovevi scappare. Quel momento era sembrato non finire mai, eppure era durato pochissimo: il tempo di recuperare il fiato, il tempo che l’adrenalina animale scorresse via dal loro sistema in grosse gocce di sudore che presto avevano bagnato le loro magliettine di lana a contatto con la pelle.
«Willst du probleme?»
Prima di andarsene non ti avevano risparmiato l’ultima umiliazione di due scatarri verdognoli, di quelli risucchia ti raspando con forza il fondo della gola. Si erano schiantati sulla tua faccia ed eri restato lì, non sai dire quanto.
Allora avevi sentito per la prima volta un puntino nero e freddo, perso da qualche parte in fondo al tuo cervello o al tuo cuore. Mano a mano che recuperavi la calma e la lucidità l’avevi sentito ingrandirsi dentro, quel puntino. Mentre ricostruivi quello che ti era successo lui era cresciuto, si era espanso come una galassia che occupa il vuoto siderale con stelle e pianeti e orbite e asteroidi. Un sistema complesso di odio ha trovato così, giorno dopo giorno, appigli ed evidenze: il fastidio che grondava da tuo padre verso quella strana costruzione di pietra che non hai mai ben capito a cosa servisse, le grida ingiuriose dell’allenatore nello spogliatoio prima di un derby, i giudizi taglienti del maestro di storia su quelli che a te sembravano solo vicini che parlano una lingua diversa dalla tua. Tutti questi dettagli incomprensibili si sono incastrati come pezzi di un puzzle che acquistano, d’improvviso, una chiarezza di senso assoluta. Loro, i walscher, i faschisten, i maledetti italiani, non sono come noi.
Loro, quelli che vivono dall’altra parte del fiume, che gesticolano, che non fanno un cazzo, che vivono alle nostre spalle: loro, sono diversi. Sono nemici. Per quelli là non può esistere che un solo sentimento: l’odio.
È grazie all’odio che oggi li hai accanto e non è stato facile arrivare a questo punto. L’odio, hai scoperto in questi mesi, è qualcosa che si coltiva, come il rispetto si guadagna. E tu te lo sei guadagnato eccome, perché la rivincita era il tuo obiettivo e se per poterti conquistare il privilegio di tornare a cercarla hai dovuto picchiare un ragazzino, uccidere un gatto o rubare in un negozio, be’, ne valeva la pena. Avresti fatto qualsiasi cosa per potere essere qui, oggi, con la tua gang intorno e il manico di una stecca da hockey che spunta dall’Invicta che porti sulle spalle. È uno di quei pezzi di legno che l’allenatore getta via dopo avere tagliato le stecche della giusta dimensione. Lo fa usando un flessibile, in un angolo del palaghiaccio, accanto ai container di metallo che fanno da spogliatoi. Di solito, i tòcchi che avanzano li butta su una catasta che di tanto in tanto viene portata via per essere bruciata. Ma tu sei stato più lesto e ne hai sottratto uno, e con il nastro adesivo telato, quello nero con le cuciture, hai fasciato una delle estremità per farne il manico, l’elsa della spada dell’angelo vendicatore che oggi si prenderà la sua rivincita su tutti i walscher. Hai preparato questo momento per un anno, hai aspettato, hai fatto sacrifici e gesti orribili per potere essere qui, più forte, sicuro e cazzuto di chiunque altro.
«E con questo cosa ci fai?»
Non riesci quasi a elaborare la domanda che senti il bastone sfilarsi dallo zaino. Ti volti e lo vedi: un uomo, adulto, ha in mano la tua arma.
«Allora, mi dici cosa ci vuoi fare con questo?» ripete l’omone.
Adesso che lo vedi bene ti accorgi che è alto, grosso, le mani come due badili. Ma sono gli occhi a farti più impressione, piccoli, feroci, sprofondano dentro di te come lame. Sanno già che l’unica risposta vera a quella domanda è “ci spacco la testa a un italiano”, ma non sono quelle le parole che pronunci. Mentre intorno a te la gang si squaglia come neve al sole, lasciandoti solo ad affrontare l’omone, ti ricordi che, dopotutto, sei ancora un ragazzino e «me lo ridai, signore?» pigoli con l’aria più innocente e paracula che hai imparato a fare.
Quello non ci casca e ringhia un «vattene o te lo do sulla schiena».
Fai un paio di passettini all’indietro, come ad allontanarti, ma senza smettere di guardare. Magari lo lascerà cadere, pensi, e tu potrai riprenderti l’arma quando si sarà allontanato, ti dici proprio mentre quello carica il braccio e lancia il tuo bastone nell’aria. Lo vedi roteare, lungo alto e preciso oltre la fila di alberi che separa l’argine dal letto del fiume, e mentre lo osservi scendere sotto le chiome dove verrà trascinato via dalla corrente senti una fitta stringerti il cuore: che cos’è quest’emozione che non hai mai provato?

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