Il mio amico S.

di Kubo

scale-condominio-

Oggi sono stato a casa del mio amico S.
“Ho qualche problema con le bollette…” mi aveva detto qualche giorno fa.
Così prendo la bici e vado a casa sua.
Arrivo. Lego la bici e mi avvicino ai citofoni.
Il suo nome non c’è.
Ma lo sapevo… Lui non può metterlo, sul citofono, il suo nome.
Non ha i documenti.
Lui, dicono, è un clandestino. Un migrante irregolare.
Lo chiamo al telefono. Risponde dice “scendo”.
Quando lo sento correre giù dalle scale già penso alla spallata che mi tirerà. Come fa sempre.
Eccolo davanti a me.
“S.! Ciaobellocomestai?”
“Salam alaykum! Fratello…”
La scena è quella di due amici che si salutano e raccontano le prime quattro cagate.
Saliamo le scale.
Ci fermiamo a salutare una signora che scende di fretta, tutta accaldata, con un passeggino in braccio.
“Buongiorno signora”
Dal suo volto, racchiuso dal velo, si apre un sorriso buono e caldo che ci saluta e scivola via proseguendo la discesa.
Sulle scale l’odore è quello di riso speziato, pollo bollito, cipolla fritta, uovo mezzo bruciato.
Entriamo in casa.
S. mi dice che in casa c’è solo un coinquilino. E’ rimasto senza lavoro da poco.
Gli altri sono tutti fuori. Compresa sua sorella che lavora per una ditta di pulizie.
Arrivati in camera S. mi parla di questo “problemaconlebollette”.
Mi siedo sul suo letto e lo ascolto.
Il viso di S. si spegne.
Inizia una serie di frasi che faccio molta fatica a capire: “padrone che non paga le bollette…”, “affitto terminato…”, “altra casa più lontano…”, “no acqua, no gas…”.
S. parla l’italiano da poco più di 1 anno.
E’ la sua quarta lingua.
Mi dice che il padrone di casa si rifiuta di pagare le bollette.
La banca gli sta prendendo la casa e lui non vuole pagare.
“Tanto la casa se la prende la banca” pensa lo stronzo.
Peccato che, nel condominio, abitino una cinquantina di persone.
Famiglie intere con bambini e bambine. Ghanesi, senegalesi, nigeriane, marocchine, tunisine, siriane.
Una piccolo condominio che accoglie, in poche centinaia di metri quadri, persone nate a migliaia di chilometri di distanza.
Vite che sono viaggi lungo le rotte migratorie sahariane.
Storie che sono sogni di mondi talmente lontani da sembrare paralleli.
Almeno a me.

Fermo immagine

Insomma. Cazzo.
“Il gas non c’è da una settimana, l’acqua da due giorni”.
La prima cosa che mi viene da chiedere è se stanno ancora pagando l’affitto.
S. mi guarda come si guarda un povero coglione che ha scoperto che 1 più 1 fa 2.
“No, no” mi dice.
Il punto è-porcodio-quello.
Il padrone prende l’affitto e se ne fotte. Non paga le bollette.
Tanto loro sono irregolari.
Cosa fanno? Vanno all’APS? Sporgono denuncia? ‘Staminchia?
Se non hai il contratto di lavoro non hai documenti.
Se non hai il documento non puoi aprire un’utenza.
Se non hai un’utenza devi scendere al primo piano e riempire il secchio.
Riempirlo 6-7 volte al giorno. L’acqua del giardino ancora c’è.
“In sa Allah” mi dice S.
Se dio vuole.
A me suona male ma lascio alla libertà di scelta.
Tagliata male suona: “cazzo-mi-frega” ma poi se hai voglia ti spiego tutti i perchè-percome, la spiritualità, l’elemento del karma, ecc…
Preso male chiedo a S. “se posso aiutarti”
Se posso dare una mano in qualche modo, insomma.
Se c’è qualche stronzo che posso almeno, dico almeno, mandare affanculo.
Un qualche padroncino di casa, qualche sbirro in qualche ufficio o semplicemente il primo stronzo che mi dice che questa situazione… no dico… gli sembra-cazzo-possibile.
Anche uno dell’APS.
Lui mi guarda ancora come si guarda un povero coglione che ha scoperto che 2 più 2 fa 4.
“No, no” mi risponde sereno S.
“Lui (il padrone di casa) ha 3 case… solo in questa via”
S. mi spiega che la questione riguarda anche la banca e c’è poco da fare.
Già, le banche.
Quelle che prendono le disuguaglianze, le ingiustizie, le prepotenze e le rendono profitti, soldi, capitali.
Prendono le vite delle persone e ne fanno: “Soldi…” mi dice S. fingendo di avvicinarsi al mio orecchio.
E’ finiamo ovviamente lì.
Quasi dovessi ricordarmelo, ogni volta, chi sono i pezzi di merda della storia.
Una storia che c’entra con la mia e con quella di S.
Quella che si svolge in un appartamento della periferia di Padova il cinque-novembre-duemilaquindici alle quindici e zerodieci.

Fermo immagine.

Io sono ancora seduto.
S. invece è appoggiato all’armadio.
Nel caso ci fossero ancora dubbi gli dico sorridendo: “…che, insomma… se ti serve qualsiasi cosa, devi chiamarmi”.
Lui mi sorride e mi dice “sì, va bene…” e non lo dice per scherzo.
Mi chiamerà per chiedermi se sto bene, se la mamma sta bene, mentre io dovrò chiedergli se è tornata l’acqua in casa.
Ci salutiamo di fretta.
S. mi dice “… devo vedere una persona” e con un abbraccio-bacio sono già sul pianerottolo.
S. deve vedere una persona ed è meglio che evapori.
Scendo le scale con le mani infilate nel giubbotto e con lo sguardo agli scalini.
Arrivato al portone vedo, in un angolo, il secchio.
Il secchio che devi riempire se vuoi avere l’acqua.
“Cazzo” dico uscendo…
L’acqua.

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