Il mio papà operaio

di Elia Mangiaboschi

Domani – 22 dicembre – uscirà tramite la Fondazione Rosewater l’ ebook “Un centimetro in più”, raccolta di racconti di Elia Mangiaboschi, che già ha collaborato con Maz.
Pubblichiamo di seguito la quarta di copertina e un racconto tratto dal libro.

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“Un centimetro in più” è una raccolta di racconti scritti da Elia Mangiaboschi. Dieci storie (più una) in cui la sua famiglia, emigrata da Colobraro e giunta a Roma nel neonato quartiere della Magliana, percorre, con occhi ora ingenui ora consapevoli, alcune tappe della recente storia italiana attraverso le vicende di disoccupati, operai e precari con il mito della rivolta. Un microcosmo magico fatto di streghe, vecchie megere, palazzi oscuri, pozioni miracolose, uomini con la lingua biforcuta e il sangue di un serpente, occupazioni di case, bambine anarchiche, autoriduzione degli affitti, Grande Puffo, mal di testa, alberi parlanti, due sampietrini lanciati di corsa, ricette prelibate, un tredicenne pieno di brufoli e un piccolo aspirante sabotatore sovversivo di cinque anni, convinto che la rivoluzione sia proprio lì, dietro l’angolo, e che basti montare in bici per raggiungerla.

Il mio papà operaio

Io sono cresciuto a Magliana, un quartiere di Roma che i più conoscono per le losche vicende della famigerata Banda della Magliana. A Magliana ci sono i miei nonni e i miei genitori. Da Magliana me ne sono dovuto andare, ché ho trovato un appartamentino a Trigoria, e se Magliana è periferia Trigoria è l’estrema periferia. Trigoria, Amici & Amiche, è una di quelle zone costruite in blocco, dove le nuove famiglie e il nuovo sottoproletariato si trasferiscono in massa. Una zona residenziale ecco. Io ci dormo a Trigoria e ci faccio la spesa ma non me la vivo, cioè, non mi vivo il quartiere.
ilva1Magliana invece me la vivo eccome, i miei compagni di infanzia stanno lì, la scuola l’ho fatta lì e nonni e genitori pure sono lì. È tipo un nido sicuro, un luogo felice dove passare del tempo. Alle volte ci arrivo in bici ché c’è la pista ciclabile e il Tevere bello che scorre fino alle baracche dei rom. È un crocevia di culture Magliana. C’è di tutto. E c’è mio papà. Mio papà è un racconta balle come me. Romanza più che altro, parte da un episodio realmente accaduto e ci ricama sopra. Raccontare bugie, vizio di famiglia, è un’arte. Il nocciolo, la base su cui si fonda la storia, deve essere reale, è il contorno a mutare o ad essere modificato. D’altra parte è come preparare un’insalata e condirla con l’olio dell’Umbria, di Amelia casomai, l’olio buono insomma. È un’altra cosa, c’è differenza tra l’olio del Todis da tre euro e l’olio preso diretto dal contadino. Eh. Un’altra storia. Quindi, mio padre è un cazzaro. Io sono cresciuto convinto che nelle notti di tramontana dalla crepa sul muro nella mia cameretta uscissero strani esseri alati, per una vita sono stato convinto che il Tibet fosse il luogo magico dove stregoni e vecchi saggi si riunissero per decidere le sorti del mondo e ancora aspetto il Siero della Giovinezza Eterna, quello che non ti farà mai morire.
Mio padre lavorava in fabbrica, una fabbrica di periferia; tutte le sere, ogni sera, tornava a casa distrutto.
«Instancabile lavoratore!», dicevano gli amici. Io non capivo molto, per me mio papà era un mago e il luogo dove lavorava un castello magico di metallo e ferro, una fortezza in cui venivano fabbricate armi innocue. Ma non era così. Ogni giorno papà era più stanco e ogni sera andava a letto più presto; alle volte lo vedevo sbracarsi sul divano, bicchiere di vino in mano, e addormentarsi di colpo davanti alla televisione. Non mi piaceva quel papà, lo preferivo la domenica quando mi portava al Parco degli Elfi a giocare a nascondino e a lanciare gavettoni alla mamma.
Lavorava tanto il babbo.
Otto ore di lavoro senza mai fermarsi, la rosetta con la mortadella come pranzo. Al supermercato i miei dicevano quasi in coro, «Due etti di mortadella grazie, quella più economica mi raccomando!», e poi mia madre sorridendo mi sussurrava, «A noi le cose troppo buone non ci piacciono, le lasciamo a chi ne ha più bisogno».
La sera ce ne stavamo tutti a cena insieme, sempre a cena insieme, ché la cena è il momento della Sacra Famiglia Unita. Mangiavamo bene, la mia mamma è un’ottima cuoca, e ridevamo delle avventure del giorno. Io raccontavo per primo, mi impegnavo nella narrazione e con voce adulta dicevo le storie di Giuseppe Grossi Eugenio Piedi Giacomo Cherichini, i miei Compagni di Merende. Poi era il turno di mia madre, segretaria sprovveduta otto ore di lavoro paga troppo ma troppo bassa, e infine c’erano gli eventi di mio papà e le sue peripezie in fabbrica. Ah! Che vita avventurosa viveva! Il mostro di metallo che ogni giorno rischiava di mangiargli la mano! L’Uomo di Latta immobile tutto il tempo! Il Grande Capo, l’oscura presenza che ogni cosa guarda, nascosto nella sua grotta ai piani alti! I maghi e gli stregoni impegnati nella catena di montaggio! L’amico Gino, lottatore di sumo convertito ad operaio! C’erano tutti, c’erano i guerrieri i nani le streghe. E c’era il mio babbo, il Capo della Resistenza. Lo guardavo ammirato mentre sorseggiava l’amaro di fine pasto, i suoi occhi splendevano nei miei e la sua voce, un mantra delicato e combattivo, risuonava, insinuandosi lungo il cervello e arrivando dritto dritto al cuore, nel luogo che ho sistemato bene. Lo ascoltavo narrare le storie dei lavoratori instancabili, uniti. Mi piaceva pensare alle armi affilate che usavano, ai grandi bulloni e alle pinze e alle tenaglie. Volevo fare l’operaio io! Il lavoro più bello del mondo, ricco di epiche avventure e strani personaggi! Il lavoro di mio papà!
«Cosa vuoi fare da grande?», diceva la maestra Tiziana a Giacomo Cherichini.
«L’attore!»
«E tu?», domandava a Eugenio Piedi.
«L’astronauta!»
«E tu Elia?»
«L’operaio! L’operaio comunista!», rispondevo tutto fiero.
Mio papà è comunista. Lo è sempre stato. Io sono stato battezzato in sezione, ormai quasi trent’anni fa. «Il Battesimo Rosso», esclamavano orgogliosi i compagni. Il comunismo a casa mia c’è sempre stato. La mamma nella mia cameretta aveva disegnato una grande casa bianca e sul davanzale della casa aveva messo una bandiera rossa, «La bandiera rossa della li-ber-tà!», cantava sempre. Li adoravo quando cantavano. Nei viaggi in macchina, a squarciagola, le nostre hit erano sempre le stesse: “Internazionale”, “Bella ciao” e “Contessa”. E poi c’erano le storie e ognuno doveva raccontarne una. Le mie preferite, scusa mamma, erano quelle del babbo. D’estate andavamo ad Anzio in campeggio e ogni tanto, solo due volte, in Yugoslavia. Avevamo una bella roulotte piccina piccina, però io non ci volevo dormire mai, perché ero grande e avevo la mia tendina da piantare accanto alla roulotte dei miei. Nella tenda dormivo con i miei pupazzi e con il peluche, non chiudevo occhio, mi facevano paura le ombre, però il giorno dopo facevo finta di niente. Ero grande, avrei fatto l’operaio ed ero comunista.
Ogni giorno mio padre tornava a casa stanco, ogni tanto lo sentivo parlare con la mamma, allora il tono era serio, da adulto, da uomo e a me quel tono non è che mi facesse impazzire, io preferivo l’affabulatore. Quando parlava con la mamma raccontava le storie della crisi, le urla del padrone e, con una lacrima nascosta, le avventure dei compagni licenziati. Il sindacato non poteva niente, non sapeva muoversi, il partito era fermo e gli operai venivano tutti buttati fuori. Rimanevano a lungo a parlare ed io li ascoltavo di nascosto, aspettando il momento giusto (il più drammatico in genere) per spuntare dal mio nascondiglio e saltargli addosso a tutti e due e inscenare la più grande battaglia mai avvenuta in Casa Mangiaboschi. Ah! La nostra piccola casa, teatro di guerre e barricate, di storie di pirati e di calamari giganti. Quando pioveva, d’inverno, e la domenica scorreva lenta e monotona, mio papà prendeva uno spago e lo appendeva per tutto l’appartamento (maniglie, porte, finestre) creando una lunghissima ragnatela su cui far passare i miei pupazzi. Era un percorso, un’altra avventura che occupava tutto il pomeriggio.
Quando la fabbrica è stata chiusa mio papà è finito in cassa integrazione.
Ero felice io, adesso passavamo molto più tempo insieme. Però mio padre no, mica era tanto allegro e i giochi non erano più quelli di una volta. Come poteva avere quello sguardo? Quell’espressione da cane bastonato? Non capiva che immensa fortuna gli aveva riservato il destino? Adesso aveva la possibilità di stare tutto il giorno (tranne la mattina che io, ahimè, andavo a scuola) con me! Mah. Gli adulti! Io odiavo andare a scuola, e non venivo neanche pagato.
«Un lavoro come un altro», dicevo ai miei amichetti. «Abbiamo diritto al nostro stipendio». Loro annuivano e allora io, preso da rivoluzionario entusiasmo, urlavo, «SCIOPERO!»
Mio padre organizzava gli scioperi. Era a capo dei cortei e faceva le riunioni e le assemblee. A casa c’erano sempre i compagni che mi prendevano in braccio ed io rimanevo in silenzio, ad ascoltare i piani di sabotaggio e le azioni delle manifestazioni. Loro erano Compagni Sabotatori e a me il sabotaggio piaceva tantissimo. Avevo deciso, da grande sarei stato un operaio comunista sabotatore. Adoravo sabotare. Io facevo i sabotaggi a scuola. Lasciavo i rubinetti dell’acqua aperta, ad esempio, per protestare contro le maestre. Nascondevo i fogli, scrivevo sui muri con i pastelli colorati, intonavo canzoni di lotta. Avevamo pochi diritti noi alunni, i miei colleghi ed io. Bisognava far qualcosa. La rivolta ad esempio. Avevamo creato un piccolo collettivo autonomo e il nostro nome era P. C. A. (Piccolo Collettivo Autonomo). Lottavamo contro il sistema scolastico, per una ricreazione più lunga, una mensa più buona (cinque giorni su cinque pasta burro e parmigiano, fettine panate e patatine fritte) e l’abolizione delle lettere minuscole. Gli altri bimbi ci guardavano strano e a qualcuno facevamo paura, eravamo pur sempre mangiabambini ed era ovvio che all’occhio del bimbo reazionario incutessimo un certo timore. Eravamo una banda e in giardino i nostri sit-in erano i più apprezzati. Come quelli che faceva mio papà e che io, assieme alla mamma, andavo sempre ad ascoltare. Adoravo quando incitava le masse con il suo vocione operaio. Pendevano tutti dalle sue labbra. Mi piaceva tantissimo. Il mio papà.
Ma la fabbrica non riapriva e ogni sera gli operai tornavano a casa un po’ più stanchi. Ogni tanto mamma massaggiava papà e lui aveva sempre un sorriso per lei.
Con la fine del comunismo mio padre e mia madre si sono intristiti molto. Anche io ero triste. Non sarei più potuto diventare l’operaio comunista.
«Il comunismo», bisbigliava papà, «non è morto, è qui dentro», diceva indicandosi il cuore.
Io lo sapevo. Il sol dell’avvenir. Dovevamo solo aspettare, prima o poi la rivoluzione ci sarebbe stata e i padroni e i capi sarebbero stati spazzati via (anche le maestre, tranne la maestra Tiziana).
Mio padre aveva trovato un altro lavoro grazie alla mamma (la mamma trova un lavoro a tutti, pure a me l’ha trovato); scaricava e caricava i camion rossi. «Grazie a me», mi diceva tutto fiero, «i pacchi giungono ovunque!»
Che papà! Dava felicità alle persone, ai bambini che volevano il pupazzo per posta, alle madri che aspettavano lo scatolone agognato, ai padri in attesa della nuova lavatrice.
Avevo deciso, da grande avrei fatto il carica-pacchi-nei-camion-rossi. E sarei stato anche comunista. E sabotatore.
Di nuovo, tutti dicevano che mio padre era un gran lavoratore.
Poi ha avuto l’incidente ed è stato in coma. Gli è caduto un pacco di cose addosso che gli ha maciullato qualche parte del corpo a me sconosciuta.
Quando era in coma mamma mi raccontava le bellissime avventure che papà stava combinando. «Un viaggio psichico», mi diceva. Ed io adoravo la parola “psichico”. «Un viaggio nell’inconscio. Sta combattendo con i mostri e con i cattivi, ma se tu gli parli all’orecchio lui ti ascolta. Ascolta tutto. Ha bisogno della tua voce. La tua voce è la sua arma più forte». E allora io mi mettevo vicino vicino e parlavo. Gli raccontavo della scuola e degli scioperi, dei miei amichetti e di Carlo che mi rubava sempre la merendina, dei cartoni animati giapponesi, di come erano brutte le femmine e di Elena Roccia, che aveva provato a baciarmi ed io ero scappato. «Mi fanno proprio schifo i baci delle femmine papà». Poi entravo in connessione mentale con lui e vedevo tutti quei mostri che lo assalivano e allora, grazie alla mia voce e al mio pensiero in simbiosi con il suo, creavo la potente spada che gli sarebbe servita ad ucciderli tutti, i porci demoni fascisti. Mia mamma di notte piangeva, la sentivo sola in camera a singhiozzare. E pure a me veniva da piangere, però non sapevo perché, ero solo tanto triste ma senza capire il motivo. Papà mi mancava, e forse un po’ di paura, di non vederlo più, ce l’avevo. Così, a piedi scalzi, correvo in camera dei miei e mi fiondavo nel grande lettone che odorava di papà e mamma e mi stringevo forte addosso a lei e in silenzio, un pochino gemendo, ci addormentavamo tutti abbracciati.
Io non volevo che mio papà diventava un Morto sul Lavoro. A me stavano antipatici i Morti sul Lavoro. Perché morivano. E io non volevo che mio papà morisse. Gli amici suoi ne parlavano sempre, tutti ne parlavano. Sembravano miti, questi Morti sul Lavoro e forse era quasi un onore finirci dentro, nel gruppo dico, però a me non interessava. Se papà voleva proprio stare in un gruppo l’avrei volentieri accettato nel mio, infrangendo la sacra regola dell’età massima. Ogni volta che parlavano dei Morti sul Lavoro cominciavo a piangere e dovevano smettere. Ero un genio e mio padre sarebbe stato fiero di me. Il pianto, ottima arma! L’avevo imparato da bambino, quando ero piccolo piccolo avevo capito che, frignando, dopo un po’ tutti facevano quello che volevo. Non voglio mangiare la minestra di verdure? Piango. Non voglio andare a scuola? Piango. Ho paura del buio? Piango. Però non funzionava sempre, alle volte papà e mamma, quando piangevo troppo, mi mettevano in punizione, soprattutto papà. Papà mi faceva delle punizioni orribili. Tipo: dovevo contare fino a centotre per tre volte; stare a testa in giù cinque minuti interi; non guardare i cartoni per una settimana (Occhi di gatto in primis); non indossare la mia maschera di Spiderman e rivelare così al mondo intero la mia identità segreta. L’ultima era la più terribile. Sapevo di essere controllato e, una volta rivelato chi ero, tutti i cattivi del mondo sarebbero venuti a cercarmi. Ero pur sempre il primo supereroe comunista occidentale in Occidente e gli americani erano dietro l’angolo.
Un giorno, era una mattina di ottobre, mio padre si è svegliato. Non ha parlato per giorni e muoveva solo gli occhi però con gli occhi con me ci comunicava. Lui sapeva leggere nel pensiero e mi trasmetteva tutte le immagini delle battaglie e dei combattimenti che aveva fatto. Aveva vinto ed io ero suo figlio! Ed ero il figlio più fico del mondo. In ospedale venivano a trovarlo tutti, mia nonna Concetta che gli faceva le formule magiche, i compagni di sezione, i colleghi del lavoro, i parenti. Mio padre aveva tantissime persone che gli volevano bene ma io non me ne ero mai reso conto. “Da grande”, pensavo tutto tronfio, “sarò amato da tutti, come lui! Io sarò il più grande sabotatore comunista della storia! E saprò leggere nel pensiero e tutti mi vorranno come capo!”.
Quando papà è tornato a casa gli abbiamo fatto una gran bella festa, la più bella festa di Casa Mangiaboschi. C’erano i pasticcini e le tortine e i tramezzini e il vino e la birra. Non c’era la Coca Cola, simbolo del capitalismo americano. Io amavo la Coca Cola. Ogni tanto di nascosto alle feste dei miei amici ne bevevo così tanta da ruttare per tre ore di fila. Dopo mi sentivo in colpa, le lusinghe del consumismo mi avevano, ancora una volta, plagiato. Era difficile per un bambino comunista come me riuscire ad evitare le tentazioni, soprattutto in Italia, a Roma, negli anni ottanta. Ma tant’è, cedevo solo alla Coca Cola, e neanche sempre.
Mio papà non è più potuto andare a lavorare e ha ricevuto la pensione da invalido. Mio papà senza lavoro non è mio papà. mio papà ha lavorato fin da adolescente, fin da piccolo. «Il lavoro nobilita l’uomo», mi insegna. Io su questo non sono mai stato d’accordo ma per accontentarlo faccio sempre sì sì con la testa.
Dopo qualche mese sulla sedia a rotelle papà ha ripreso a camminare. Lo accompagnavo sempre, in giro per Roma, a guardare i monumenti e il centro. Lui sapeva tutto, ogni cosa. Conosce la storia della città a memoria. Mi raccontava dei gladiatori e dei poveracci che morivano nel Colosseo ed io mi immedesimavo in tutti i deboli e gli sfortunati. Mi raccontava dei mercati all’aperto, degli imperatori, dei leoni e degli elefanti ed io rimanevo ad ascoltarlo allibito/stupefatto/emozionato e sentivo che ogni storia era vera. Camminavamo per ore e mio padre era contento, sentiva di nuovo le gambe.
A Magliana, che è un piccolo paese, il mio babbo è una sorta di leggenda vivente, lo rispettano tutti e tutti gli vogliono bene. Lo rispettano i preti, gli spacciatori, il macellaio, il tabaccaio, i tossici, gli impiegati, i vecchi che giocano a carte, i coatti, il barista e anche il chierichetto. È una star mio padre e con gli anni, adesso che un po’ di anni ce l’ha, è anche una star saggia. Così, quando ha proposto di mettere su l’orto nel giardino del condominio tutti si sono fomentati. Se mio padre dice una cosa poi sicuro la fa. L’orto, negli anni, è diventato un orto gigantesco e i vecchi (ma anche i giovani) ci coltivano di tutto. I pomodori stanno spuntando e anche le zucchine. È un buon periodo per l’orto.
Quando vado a pranzo dai miei mio padre sta sempre a lavorare o ad organizzare qualcosa per il quartiere. Se manca la luce le persone vanno da papà, se un bimbo è stato picchiato dai ragazzetti un po’ più grandi i genitori vanno da papà.
Mangiamo tutti e tre insieme, come si faceva una volta, e mio padre mi racconta ancora le storie della fabbrica, e ci sono ancora i fumi neri del mostro di metallo e i lavoratori ribelli e i sabotaggi. Io lo ascolto e dopo che l’ho ascoltato gli racconto del mio lavoro, dei troll e dell’Uomo-Che-Parla-Con-La-Stampante. Allora mia madre sorride, mi guarda e sorride, ché raccontare storie è un’arte di famiglia ed io, Signore & Signori, sono figlio di mio papà.

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