Istanbul

di Maria Parisi

istik-lal
Ad aprile mi sono laureata e, non appena consegnati i documenti per la seduta, ho iniziato a navigare tra i mille e mille siti e motori di ricerca per voli e ostelli low cost (perché sì, alla veneranda età di quasi 28 anni, mi diverto ancora ad alloggiare nei peggiori ostelli del continente).
La meta definita è stata Istanbul, partendo da Bologna con la compagnia Pegasus Airline.
La capitale turca non mi ha accolta nel migliore dei modi. La navetta dall’aeroporto, dopo quasi due ore di viaggio, mi ha lasciata in Piazza Taksim, nel centralissimo quartiere di Beyoglu, sotto una pioggia feroce, alle 10 di sera.
I suoi 12 milioni e mezzo di abitanti sono schivi e ritrosi, e difficilmente conoscono l’inglese. Con grossissime difficoltà sono arrivata all’ostello (a solo un isolato dalla fermata della navetta).

Con la luce del sole la città assume un altro aspetto. Le due culture che la caratterizzano (quella musulmana e quella occidentale) convivono, apparentemente, in serenità.
Non sarà difficoltoso, dunque, incontrare nella “Tezenis” turca una ragazza “scosciatissima”, con minigonna e zeppe, scegliere tra tanga fuxia e perizoma in pizzo, accompagnata dall’attentissima madre, avvolta nel burqua integrale, o ancora, all’uscita delle scuole, incrociare ragazze col velo e gonna lunga nera, con la maglia dei Pearl Jam, o dei Guns N’ Roses con una chitarra a tracolla (immagine che mi ha subito riportato alla mente l’interessantissimo film d’animazione Persepolis di Marjane Satrapi ).
Istanbul è un fiume in piena che ti travolge prepotente, sembra di far un tuffo in un’ Italia post-bellica: la povertà si percepisce forte, ti aggredisce e ti lascia l’amaro in bocca; bambini scalzi e vestiti di stracci corrono tra le strade affollate di Istiklal a contrasto con le scintillanti boutique dei pilastri della moda mondiale, i banchetti di pesce arrosto ti attirano diffondendo nell’aria aromi invitanti di spezie ignote ad Eminonu, c’è chi pesca nel Bosforo, i numerosi venditori di molluschi ad ogni angolo di strada ti invitano ad assaggiare le loro cozze giganti al limone, ripiene di riso e menta (esperienza da provare), i numerosi lustra-scarpe ti incitano a sedere sui loro sgabellini col loro italiano stentato all’uscita dei numerosi bagni turchi, gli enormi gabbiani planano, famelici, sui banchetti del pesce ad Arap Camii.

Sul caos del vociare delle masse, delle urla dei venditori, del traffico incontrollato, si impone, con cadenza regolare, nelle ore di preghiera, la voce dell’Imam che recita le Sure del Corano, mandata in filodiffusione in tutta la città. Una voce sofferente, trasportata, cantilenante (a tratti martellante), che non potrà lasciare indifferenti le orecchie disabituate del turista occidentale, (abituato al massimo ad avere il sonno disturbato, la domenica mattina, dalle campane della chiesa più vicina).
Certamente il quartiere più affascinante e caratterizzante è quello di Sultanahmet; all’apice della collina che lo sovrasta, facilmente raggiungibili a piedi dalla fermata del bus, spiccano solenni le moschee di Haigha Sophia (attenzione alla pronuncia, è Sòphia) e la notissima Moschea Blu.
Nella maggior parte delle moschee l’ingresso è gratuito, o comunque il costo è irrisorio.
All’ingresso, alle donne occidentali, sarà offerto un velo e un telo per coprire le gambe e il capo.

Le due Moschee sono titaniche, il loro fascino orientale richiama alla mente panorami da “Le Mille e una notte”. L’unica nota negativa è il totale abbandono di questi monumenti, specie l’Haigha Sophia, al cui interno aleggiano indisturbati piccioni che si posano sulle poche statue rimaste, il mosaico che ritrae gli imperatori e Cristo con la Vergine e Giovanni Battista, nasce con tasselli di marmo colorato proveniente da ogni luogo d’Oriente, e oro… inutile sottolineare che i tasselli in oro sono rimasti pochi e radi. Vista dall’esterno piange il cuore, le mura cadono a pezzi, alcune pareti e il tetto sono stati ripresi da mattonacci e cemento visibili.
A contrasto, si staglia di fronte, splendida, la Moschea Blu (tra le più grandi al mondo). Il suggestivo nome è dovuto alle piastrelle Iznik che decorano la sala della preghiera. Tuttavia, nello splendore architettonico, e nella vastità della sala principale, salta all’occhio una piccola stanzetta in un angolo della moschea, un’area ricavata da un ritaglio di suolo e delimitata da un recinto di fascette di legno che, intrecciate, vanno a formare una rete fitta-fitta che occlude la visuale ai curiosi: è questa la zona di preghiera riservata alle donne.
Eminonu, il quartiere dei bazar, è facilmente raggiungibile a piedi dal quartiere di Sultanahmet, per dei piedi allenati, per degli occhi curiosi e per delle menti motivate ad esplorare la città nelle sue mille sfaccettature, per un turista non timoroso di inoltrarsi nei vicoli meno esposti e, perché no, perdersi. Mi è capitato proprio questo; proseguendo dalle Moschee ai Bazar mi sono ritrovata in un mercato genuino e rionale, più precisamente nella zona dei corredi e degli abiti da sposa.

Giovanissime ragazze col velo (all’apparenza poco entusiaste), sceglievano, sempre accompagnate dalle loro attentissime madri col burqua, il proprio abito e corredo di matrimonio. Una fantasmagoria di pizzi, veli e organza dai colori più svariati confondono gli occhi del turista affascinato da questa realtà, e come al solito bambini scalzi, venditori di caramelle e dolciumi, spezie e frutta secca, gatti ovunque.
Non mi sono ancora soffermata su questa peculiarità turca. I gatti randagi sono numerosissimi, tollerati e tenuti benissimo. Non sarà raro, per il turista seduto a far colazione con uno degli eccezionali dolci al miele e frutta secca, trovarsi un micione strusciarsi sulle sue gambe, e con un sinuoso movimento salire sul tavolo a fare le fusa.
Il gatto è un oggetto d’ornamento. Accoglie il turista spaesato e stanco alla reception dell’ostello. Lo si può vedere, orgoglioso della sua bellezza, acciambellato nelle vetrine di negozi dell’usato e modernariato, negli studi fotografici di giovani artisti emergenti e nei negozi d’abiti etnici o di strumenti musicali.
Questa tipologia di negozi è presente nella parte bassa del quartiere di Beyoglu, attraversandolo da Piazza Taksim, scendendo verso il mare (e scrivo “scendendo” perché proprio di una discesa si tratta: la città è costruita su colline, le strade, in salita e discesa, sono ripidissime percorribili a stento) si raggiungerà il quartiere degli artisti (Buyuk Hendek Sokagi, per dare un punto di riferimento sulla cartina), interessantissima nuova contraddizione, in una città che pare reggersi proprio sulle discordanze. (Da notare che, alle ultime elezioni è salito al governo il partito conservatore di destra e maggiormente tradizionalista).

Le contraddizioni non mancano in questo paese a cavallo tra Europa e Asia, al bivio tra discoteche e Moschee, tra infibulazione e reality show.
Istanbul è una città colorata, odorosa, in fermento, che investe il visitatore con la sua architettura antica e le sue sregolate costruzioni moderne, l’abbandono in cui verte lascia l’amaro in bocca e fa arrabbiare, ma in fondo, essendo italiana, mi sono un po’ sentita a casa.

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