It’s like a jungle (sometimes): un racconto Hip Hop sulla fine del governo Letta

da nexusmoves

L’anno scorso ho preso parte ad uno strano carosello di scrittori, attivisti, blogger, precari e “ciabattini culturali” che profetizzava la fine del governo Letta ad opera di un gigantesco meteorite. Il 10 agosto 2013 una gragnola di 100 racconti é detonata dal blog dei Wu Ming, invadendo la mediasfera sotto il nome di Tifiamo Asteroide.

Oggi, dopo che Letta é stato polverizzato dal bolide dirigenziale del PD, non rimane “una mostruosa voragine”, bensì un ulteriore, ingombrante macigno di basse, mal-destre intese.

Per questo c’è bisogno di ri-evocare non 100, ma 100mila meteoriti che interrompano questa staffetta di accordi LateraRenzi esistenziale.

Qui sotto il mio racconto, ufficialmente intitolato “Sinergia” ma ricondotto furtivamente al titolo originariamente suggerito dal suo co-autore, ovvero: “It’s like a jungle (sometimes)” 😉

***
It’s Like a Jungle (sometimes)
Don’t push me ’cuz I’m close to the edge
I’m trying not to lose my head
Uh huh ha ha ha
It’s like a jungle sometimes
It makes me wonder how I keep from goin’ under.
[Grandmaster Flash and The Furious Five, The Message]
Hai vissuto gli eventi più importanti degli ultimi 15 anni a testa in giù. Inizi il 31 dicembre 1999, quando alle ore 23:59:59 esorcizzi il  millennium bug con un irriverente, quanto alcolico, salto mortale. Sei a gambe in aria durante i fatti di Tangentopoli, dell’11 settembre e di Genova 2001; sei sottosopra durante l’estinzione dei Craxi, degli Arafat, dei Wojtyła e dei Saddam; caracolli su te stesso, mentre i governi Berlusconi si alternano ai conduttori di Striscia la Notizia. Guerre imperialiste, strappi tecnologici, turbo-capitalismo e crisi: finanziaria, politica, esistenziale. Non ti gira la testa, perché sei tu a girarci attorno. Breakdance, quest’arte urbana vecchia di quarant’anni, anacronistica novità nell’immaginario collettivo. È il tuo pane quotidiano, in tutti i sensi. Da tempo immemore (in ogni caso non più di cinque anni) lavori presso via del Corso in Roma con la mansione di “artista di strada”. Il tuo  core business consiste nell’intrattenere turisti e passanti in cambio di offerte “a cappello”. Le regole sono semplici, e sono due: 1. Chi primo arriva meglio alloggia; e 2. Le guardie hanno sempre ragione. Anche questa volta, allo scoccare dell’Evento, stai compiendo un headspin (aka giro-sulla-capoccia) sul marciapiede di fronte alla chiesa di Sant’Antonio. A pochi metri di distanza, presso l’aula conferenze di Montecitorio, Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, annuncia l’inannunciabile. Primo piano a reti unificate: «Cari italiani e care italiane, il ministero della difesa, congiuntamente con quello degli esteri, ha giudicato fondata la notizia che nessuno di noi avrebbe voluto divulgare: un gigantesco sciame asteroideo è in imminente rotta di collisione con il territorio italiano. Il raggio, l’entità e la durata dei danni provocati da questo evento sono attualmente incalcolabili. L’unica notizia certa è che fra 344 giorni, 12 ore e 27 minuti si verificherà l’impatto…».
Meno 334 g, 12 h, 27’ all’impatto
Alla parola  impatto, l’Italia diventa ostaggio dell’isteria collettiva. Milioni di schermi si spengono e centinaia di migliaia di automobili gorgogliano lungo le strade. Quel tablet lassù! Scagliato dal quinto piano di una palazzina, Enrico Letta continua il proclama: «Invitiamo la popolazione a mantenere la calma» – pum! – «è tutto sotto controllo».
Meno 300 giorni all’impatto
L’talia dichiara lo stato d’emergenza internazionale. L’arte d’arrangiarsi non ci salverà. Ci sono voluti trentaquattro giorni per sedare gli scontri, sturare le autostrade, ripristinare un minimo di lucidità nel Paese del meteorite «screwing an entire country», secondo «the Economist». È bagarre fra i quotidiani internazionali: Good Bye ItaLenin!, titola la «Bild-Zeitung»; Pane, Amore e Meteroite!, per «the New Yorker»; Ceci n’est pas une météorite» su «le Monde»; ¡Vamos a evacuar!, rilancia «el País». E la stampa italiana? Asini in cathedra. Che tempo che fa?, spara «Libero» con un’invettiva rivolta al conduttore televisivo Fabio Fazio, accusato di aver affrontato il tema del meteorite da una prospettiva antiberlusconiana e di sinistra. Finalmente il corazziere apre la porta: il Consiglio dei ministri è terminato. «Questa è la prima conferenza stampa dopo l’annuncio dell’impatto» – la porta è spalancata – «cioè la s-seconda convocata durante lo stato d’emergenza», balbetta il cronista, «ecco ancora qualche istante…». Pubblicità! La folla assiepata alla stazione Termini sbotta. Sei affacciato alla balaustra del primo piano rialzato che dà sul grande corridoio centrale, dove le gigantografie di Beyoncé si alternano ai subdoli avvisi di Trenitalia: “soppresso”, “ritardo” e un enigmatico “—” al posto della città d’arrivo. Poi accade. Il primo meteorite colpisce il militare di fronte all’edicola, poi è il turno del ferroviere col trolley, l’hostess del Frecciarossa, il fornitore delle patatine. «Dieci, cento, mille meteoriti», lo slogan degli attivisti che ti sbucano alle spalle e lanciano asteroidi di gomma piuma delle dimensioni di una palla da tennis. È un cazzo di flash mob! Con la stazione al collasso e il governo in “pubblicità”, la pagliacciata ha dapprima un effetto distensivo, ma nei minuti successivi il giramento di palle collettivo si riappropria della sua classica connotazione eufemistica. Il primo treno ad essere dirottato “per il bene comune” è un Frecciargento. La comunità per disabili Sant’Adalberto da Praga rivendicherà l’iniziativa una volta in salvo presso la stazione di Salisburgo. Seguiranno numerosi dirottamenti, coordinati attraverso l’hashtag #occupyFS. Il caso vorrà che il medesimo acronimo sia utilizzato per coordinare l’occupazione oltranzista di una celebre piazza londinese. Senza una ragione
apparente, centinaia di italiani saranno coinvolti nell’epico sgombero di Finsbury Square. A Termini, nel viaggia-viaggia generale, edicole e librerie sono prese d’assalto. Ti ritrovi in mano un libro di un filosofo sloveno dal nome impronunciabile. Lo infili nello zaino, magari ci alzi qualcosa al mercatino.
In serata, il premier Letta, per mezzo del suo portavoce, dichiara in una nota scritta, poi pubblicata sul sito del ministero, copiata sulla pagina Facebook della rai e trasmessa in sovrimpressione durante il monologo di Maurizio Crozza a Ballarò, che «Per il bene del Paese il Consiglio dei ministri andrà in ritiro presso l’Abbazia di San Pietro in Valle di Ferentillo, in provincia di Terni». Il primo consiglio d’emergenza si conclude in attivo rispetto al secondo: che non ci sarà mai.
Meno 100 giorni all’impatto
Mai ci furono “cento giorni” tanto disattesi. Ricordi quelli a tre mesi dalla maturità, quando l’obiettivo della colletta studentesca era garantire una sonora sbornia a tutta la classe dei maturandi. Ora, a maturità compiuta, scolletti la sopravvivenza nel paese della sbornia collettiva. Parenti e amici si accalcano al confine con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia. «Ci ho pensato e credo che la convivenza non sia una buona idea. Ho bisogno di una pausa. Ti ricontatto io», l’sms di congedo della tua ragazza. Il libro del filosofo sloveno si intitola Living in the End Times e cade a fagiolo. Pause. L’orizzonte ruota di 180° sull’asse trasversale. Il cappello che usi per girare si trasforma in salvadanaio. Un mazzo di carte da cento euro piomba nel fondo del berretto, afflosciandolo. Gli euro sono carta straccia perché, finita l’Italia, finisce l’Europa. Me ne sbatto della politica!, il tuo io un anno fa.

Meno 30 giorni all’impatto
A Montecitorio infuria il dibattito. La minaccia asteroidea ha accelerato il processo di abolizione del Senato in nome della semplificazione legislativa, ma a distanza di mesi i lavori del parlamento italiano si sono assestati in un satollo «Nulla di fatto». Votazione del decreto legislativo n. 234  Disposizioni concernenti la disciplina dell’evacuazione e norme sulla condizione dell’evacuato. Votanti: 400. Pro: 101. Contro: 299. Risultato: non approvata. Una battaglia almeno vinta: dopo decenni di lotta all’mmigrazione, tunisini, algerini, albanesi e marocchini si sono auto-rimpatriati di loro spontanea volonta’ lasciando uno spaventoso cratere ideologico nell’estrema destra. Cécile Kyenge, il primo ministro nero della Repubblica Italiana, trattiene a stento il sorriso. La prima a cadere è la Lega Nord quando invoca il rimpatrio in Italia di 202 cittadini rom, rei di essersi imbarcati clandestinamente a bordo della nave militare salpata da Gallipoli e diretta al porto di Antivari, in Montenegro. A rimanere in Montenegro non sono solo i rom, ma anche i diciassette membri dell’equipaggio italiano. La denuncia di Maroni circa il rapimento dei militari da parte dei rom definita «ridevole» dal ministero della Difesa, quando all’indomani dell’ncidente, lo status del primo ufficiale della ciurma passa da single a disertore. Finis Legae. Votazione del disegno di legge n. 376 Regolamentazione delle norme di hacking e spionaggio industriale. Votanti: 350. Pro: 150. Contro: 200. Risultato: non approvata. Ebbene sì, ottenere illegalmente informazioni a proprio vantaggio è non solo un diritto personale, ma una pratica necessaria alla sopravvivenza nazionale. Il governo Letta presenta un progetto di legge sulla liberalizzazione della pirateria informatica, istituendo un consiglio di “saggi” guidati da Gianroberto Casaleggio, al fine di impadronirsi dei programmi di difesa spaziale stranieri. L’irresistibile propaganda di Berlusconi: «Detasserò lo scudo spaziale sulla prima casa!». Dieci giorni dopo, palazzo Grazioli in Roma implode su se stesso: di B., evacuato giorni prima col suo jet privato, non si saprà più nulla.
Meno 10 giorni all’impatto
A dieci giorni dalla catastrofe, quella che una volta era la Camera dei Deputati appare come un’acampada di colletti bianchi in attesa dello sgombero da parte di Madre Natura. Il parlamento esiste solo formalmente, ma di fatto regna l’anarchia. Determinare un quorum è impossibile: richieste di “onorevoli dimissioni” riempiono il tavolo della presidenza del consiglio. Le poltrone del palazzo si svuotano, mentre quelle dei trasporti vanno in overbooking. Tutti danno forfait, tutti tranne quelli del Movimento 5 Stelle. Alle prime avvisaglie di anarchia, hanno occupato l’aula con tende, sacchi a pelo e tablet luminescenti, dando il via alle consultazioni online per la nomina del capocuoco del ristorante
della camera, dopo la pubblicazione su YouTube di un video in cui due parlamentari grillini si nutrono della carcassa dell’on. Domenico Scilipoti, irreperibile da settimane. Il “popolo della rete” nomina Giulietto Chiesa. Prima del blackout nazionale, Grillo griderà a squarciagola: «Li abbiamo mandati a casa!», chiudendo il collegamento Skype dalla sua villa a Malindi.
Meno 8 giorni all’impatto
Enrico Letta e la sua ultima affermazione di senso compiuto: «Care italiane e cari italiani, non c’è più nulla da fare. Non ci resta che pregare». Joseph Ratzinger, papa emerito della Chiesa cattolica, si sveglia di soprassalto con uno strano ronzio all’orecchio. «Jürgen!», grida nel cuore della notte, «Chiama Berkoglio: ho afuto un’itea dscheniale!». La fievole luce della stanza papale squarcia le tenebre di Castel Gandolfo, roccaforte vaticana che sovrasta il cratere del lago vulcanico di Albano.

Meno 7 giorni all’impatto
Sette. I giorni della creazione, le virtù teologali. Sette sono le trombe che suoneranno i sette arcangeli dell’apocalisse. Sette corna, sette occhi, sette sacramenti. «Sette giorni per pentirti», è lo slogan del Vaticano per la grande campagna di confessioni in occasione dell’Apocalisse. La sigla, accompagnata da un mezzo busto di papa Francesco in stile “I want you”, imperversa lungo tutta la Penisola. Per fronteggiare lo sciame penitente che inesorabilmente converge nella capitale, la Santa Sede ricorre a misure drastiche per favorire un pentimento «sincero ma decentrato», parole di Bergoglio. Vengono istituiti i confessionali ambulanti: decine di cabine mobili dotate di tendina, inginocchiatoio e croce lampeggiante, spuntano a ridosso di scali marittimi, stazioni e aeroporti, diffondendo messaggi di propaganda fide in stereofonia: «Donne, è arrivato il confessore! Assolve da parole, opere, omissioni e peccati mortali. Abbiamo la penitenza giusta per i tuoi peccati mortali». Visto l’insuccesso dell’iniziativa, il papa autorizza la confessione per via telematica, purché sia garantita l’identità e il sincero pentimento del peccatore. Boom della telefonia mobile: «Scegli Wind e vola in paradiso», «Tim x Dio», «3: via, verità e vita». Le confessioni su Twitter saranno il tallone d’Achille di questa impalcatura te(o)cnologica. Particolarmente spinosa la questione dell’atto di dolore che sfora di gran lunga il limite dei 140 caratteri.
Betsabea Russo @Donmazza posso abbreviare l’atto di dolore
con xké al posto di perché?. grazieeee!!!!!!

Don Mazza @Pontifex_it Santissimo padre una fedele mi chiede
se sia possibile abbreviare l’atto di dolore. Sia lodato G. C.

Papa Francesco Cari fratelli e sorelle, è consentito l’uso di
hashtag per abbreviare le vostre confessioni. Es. #attodidolore
#egoteabsolvo ecc. Non è consentito il RT dei peccati.

Betsabea Russo @Donmazza #attodidolore #falsatestimonianza
#gola #onanismo #amen

Don Mazza @betsabea.r 1 rosario+ 15 pater noster
#egoteabsolvo
Messa alle strette, la Chiesa fa all in: indulgenza plenaria a tutti gli aderenti alla giornata di preghiera e digiuno convocata per il giorno prima della catastrofe. A chi solleva il problema, il portavoce della Santa Sede preciserà che «No, lo sciopero della fame dell’on. Pannella non è compatibile con i criteri di obliterazione della pena temporale concordati dalla Chiesa».


Meno 3 giorni all’impatto.
Capovolgersi, azionare la centrifuga e lasciarsi andare. Fluttuare a braccia aperte in equilibrio sulla colonna vertebrale, intercettare applausi, arrestarsi all’improvviso. Il sangue al cervello e l’energia cinetica giocano un brutto scherzo al tuo sistema cognitivo: il quadro del mondo, come l’hai sempre conosciuto, inizia a oscillare sul muro della realtà, in una vibrazione tachicardica: affascinante quanto letale. Caracolli col culo a terra. L’eco del tonfo si riverbera lungo la gola spettrale di via del Corso. Il televisore di quel bar una volta affollato, macina incustodito la diretta CNN dell’Italian Apocalypse, dopo il forfait della radiotelevisione italiana. Lungo il banner rosso delle news, capeggia un agghiacciante count-down dell’impatto: -2d 14h 24’. L’inglese non il tuo forte, e ti avvicini per leggere
almeno i titoli, quando una parrucca fucsia ti falcia la visuale. Ti volti. Due clown, dagli abiti fluorescenti ma lordati di melma marrone, giocano a rincorrersi fra i vicoli deserti del centro storico. Macchie di colore che svaniscono dietro un angolo, lanciando un gridolino acuto dal retrogusto isterico. Perché non sei partito come tutti gli altri? Che fine hanno fatto la tua famiglia, i tuoi amici, la tua ragazza? Probabilmente sono accalcati alla frontiera, in una lotta cane mangia cane a cui hai rinunciato a prendere parte. «Questa è la prova definitiva che il capitalismo non funziona!», spiega un ometto barbuto in diretta sulla CNN, «invito tutti i popoli e le comunità minoritarie ad occupare il Territorio Libero dell’Italia», centinaia di migliaia di persone intorno a lui che conclude: «At the end of the time, tutto è possibile!». Cogli la frase in inglese nonostante i sottotitoli in italiano. Estrai il libro dallo zaino, confronti nome e foto. Cazzo, è lui: Slavoj Žižek! Dice di occupare tutta la penisola, trasformare l’Italia in bene comune, pensare l’impensabile. «Ad esempio, mi viene in mente un film di Hitchcock: è la storia di…». Blackout.
In tutti i sensi.

Meno 1 giorno all’impatto.
Quella che fino al giorno prima sembrava una città restituita al silenzio severo delle rovine romane, oggi è un paiolo di comunità operose. In un baleno ritrovi gli amici delle bancarelle del centro, gli artisti di strada, i senegalesi delle borse tarocche e i bengalesi dagli improbabili gadget luminosi. Escono allo scoperto tutti insieme, come se si trattasse di un piano ben architettato. Cosa diavolo sta succedendo? Striscioni e scritte colorate invadono le strade della capitale. In poche ore il Vittoriano di piazza Venezia è avvolto da rotoli di carta igienica! Saettano fuochi d’artificio in barba al meteorite. Ma quale meteorite!? «È tutto uno scherzo frate’!», dice Sinan, il tuo “collega” macedone. Possibile? Un complotto delle minoranze etniche ai danni dell’Italia guidato da un filosofo sloveno? Dopo gli eventi dell’ultimo anno, l’ipotesi è credibile. E il meteorite? A quanto pare i media hacktivisti nordafricani hanno il fatto loro, in culo al digital divide. Appresa la notizia, “Enrico e le larghe intese” organizzano il rimpatrio lampo.
Meno 0 all’impatto
Letta stringe i pugni sul sedile del jet privato. Letta suda. Letta strabuzza l’occhio sinistro a intervalli regolari. Letta atterra a Napoli. Letta sbatte i pugni sul tavolo e i generali annuiscono. Letta in mimetica. Letta arrota i denti. Letta ripristina le comunicazioni. Letta in diretta: basco nero e adunata militaresca. Giri sulla testa mentre il ritmo di The Message dei Furious Five accompagna la grande festa dedicata alla nuova Roma Città Aperta. Letta piomba su tutti i maxischermi. Apre la bocca e…
O Vesuviooo!
Il tappo del vulcano sbotta, catapultando in aria giganteschi massi di roccia lavica che obliterano il cielo. Sgranammo gli occhi di fronte all’immagine proiettata sul maxischermo di piazza Vittorio Emanuele. It’s like a jungle sometimes… Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica. Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

 

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