Jingle Bells

di Alberto Prunetti

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24 dicembre. Mal di testa, neve che scende su una fottuta città del Regno Unito. Raggiungiamo un appartamento in una bella residenza georgiana. C’è già un camion lì davanti e dei tizi dall’aria robusta, seria e professionale, stanno caricando scatoloni su scatoloni di cartone. Un tipo con un accento duro del nord ci informa che sarà il nostro supervisor. L’agenzia interinale ci ha appaltati a una ditta come manovali e facchini per un trasloco quasi natalizio. Sempre meglio che andare a travestirsi da Babbo Natale in qualche Starbucks, pensiamo. Ci radunano tutti e ci fanno il solito discorsetto pseudo motivazionale inglese, una sorta di assemblea dove parla solo il capo e gli altri annuiscono e poi si battono il cinque come se fossero giocatori di rugby. Ci dividono secondo uno schema che sta sul foglio del capo. Io e Mike e un altro, grassottello e vecchiotto, che si chiasma Steven, finiamo in una camera da notte. C’è un letto antico, con comodini in legno massello, una vecchia scrivania, un armadio pieno di tessuti di lino e stoffe pregiate (niente magliette sportive con scritto Umbro o Sharp o Emirates in questa casa). Un tipo arriva con le scatole, noi dobbiamo sistemare dentro a ogni scatola oggetti che stanno nella stessa stanza e nello stesso mobile. Poi arriva un altro con lo scotch e sigilla e mette un’etichetta col nome del proprietario, il numero progressivo della scatola, il nome della stanza (kitchen, living room, etc.) e il nome del mobile. E un altro ancora scrive in un database di un pc portatile tutti i codici (della casa, della stanza e della scatola). E infine un altro ancora prende la dannata cassa e la porta fuori e dalla finestra la fa scendere col montacarichi e la passa a un tizio che la infila in un camion. Organizzazione, roba anglosassone, mate. La casa è piena di stronzate, porcellane francesi, quadri, ammennicoli, artigianato indigeno, portaincensi nepalesi: anni e anni di viaggi in business class nella British Airways, mate. Sì, lo so. La cosa più sensata sarebbe buttare tutto fuori dalla finestra, cospargere di miscela al quattro per cento e poi appiccare il fuoco. Ma è quasi Natale e siamo tutti più buoni. E poi vai a sapere, magari Santa fucking Claus che ha il dono dell’onniscienza è un delatore e lo racconta ai maiali in divisa. Così facciamo i good boys e mettiamo tutto delicatamente dentro alle cassette. A un certo punto il mio collega più vecchio comincia a inveire: quattrinai di merda, segaioli malcagati, che se ne fanno di queste cose? E l’altro: cazzoni, parassiti. E un altro ancora: manteniamo col nostro sudore questa gente e la famiglia reale. E per l’appunto si deterge il sudore dalla fronte con un tessuto di lino ricamato a mano di pregevole fattura italiana (e manodopera cinese). Continuiamo a lavorare e siamo sempre più in sintonia. A un certo punto, Steven si alza per sollevare una scatola piena di libri e gli parte una scorreggia brutta, di quelle a squacquero. Ci guardiamo un attimo imbarazzati… poi scoppiamo a ridere tutti, prese le debite distanze dal maleducato omaccione. “Dedicata ai landlord”, dice lui. E Fatty Boy replica: “Vogliano signori accogliere i miei più sentiti omaggi…”. Si cimenta in un goffo inchino, poi coi bicipiti che gli esplodono dalla maglietta lancia un tremendo scorreggione anche lui. Bloody Hell, questi ai tempi dei maiali erano sospiri! Ridiamo ma sembra che ci sia una perdita di metano. E appunto ci mettiamo a cantare: metano, metano… Così ne approfittiamo per prenderci una pausa: per ragioni di sicurezza è opportuno ventilare i locali. Sigarette, caffè nero che esce da un thermos e si infila in bicchieri di plastica, fumando. Usciamo su una specie di terrazzo. Un facchino tira fuori una cima d’erba avvolta in un rotolo di stagnola, già frantumata. La rolla senza tabacco, alla maniera nordeuropea: lungi da darti l’abbiocco, ti sveglia di brutto. Come filtro usa un pezzo terminale di sigaretta, avendo cura di togliere il filtro di pseudo cotone sintetico e di rimpiazzarlo con un ritaglio di cartone, sottratto al biglietto dell’autobus. Forse non è il massimo per un trasloco, ma ho visto anche dei muratori rollare sui ponteggi. Sotto di noi i bravi cittadini escono dai negozi con borse cariche di regali. Lasciano impronte sulla neve che già comincia a diventare nera. Il supervisor ci richiama all’ordine, ci toglie la canna di bocca e fa l’ultimo tiro, poi l’ammazza a terra. Si riparte, guys. Malintenzionati. Ci disperdiamo tra le stanze, lasciamo impronte ignobili sulla moquette, sul parquet della cucina. Chi va al cesso non tira lo sciacquone. Mettiamo su una radiolina che spinge musica del cazzo ad alto volume. Un vicino si lamenta. Fatty Boy prende a cazzotti la parete e urla rude: “Mind your fucking business”. E lui volente o nolente torna a farsi i fatti suoi. Impiliamo, chiudiamo, mettiamo label con lo scotch e soprattutto diamo aria agli sfinteri: anche dentro ai pacchi. Il problema è sigillarle al volo perché nessuno mette volentieri le mani sotto il culo strabordante del ciccione. Il risultato comunque è un lavoro di puro artigianato bristoliano, oh yes. Bombe chimiche che verranno consegnate al padrone dell’appartamento nel momento in cui aprirà i pacchi esplosivi, nella sua nuova residenza esclusiva nel Dorset. Terrificanti, nefaste. Le peggiori quelle di Fatty, il culone brufoloso che è stato costretto dalla fidanzata a uscire dal dole, dal piano di sussidio ai disoccupati, perché stava prendendo cinque chili alla settimana. Il problema è che con la scusa del lavoro da manovale pesante fa colazione per due: quattro salsicce fritte nell’olio combusto, beans immersi nel ketchup e terrificanti slice di pane, burro e marmite. La marmite è l’innesco, i fagioli sono il materiale detonatore e l’intestino di Fatty è un’enorme e turbolenta marmitta. Il risultato si riverserà nella casa del nostro padrone di casa e di sua moglie, elegante coppia di professionisti di mezza età che si stanno trasferendo verso le bianche scogliere di gesso cantate da rinomati poeti.
A quel punto i giochi son quasi fatti. Rimane il frigo, pieno di calamite con tutti i simpatici viaggi della coppia cosmopolita. Steven lo afferra da dietro, in alto, Fatty boy, dal davanti, in basso. Lo spingono fino alla porta, poi si fermano un attimo per prendere fiato. A quel punto, ci accorgiamo di un curioso fenomeno: le calamite si sono staccate dallo sportello del frigo e si sono incollate al pacco di Fatty Boy. All’altezza dei suoi testicoli. Ci avviciniamo incuriositi, lui è imbarazzato e diventa tutto rosso. “Sono i fottuti piercing ai coglioni che mi sono fatto, ragazzi… Eccitano tanto Samantha…”.
Scoppiamo a ridere… “Oh, i sonagli tintillanti che pendono dalle palle di Fatty Boy…”
“Suonate campane, suonate”
Come nella canzone che ogni bravo supermarket sta lanciando dai suoi sistemi di amplificazione:

“Jingle bells, jingle bells Jingle all the way,
Oh what fun it is to ride
In a one-horse open sleigh,
O Jingle bells, jingle bells Jingle all the way,
Oh what fun it is to ride
In a one-horse open sleigh.”

La cosa ci mette di buonumore. Ci sentiamo più buoni, anche coi quattrinai. Finita la nostra sgobbata, carichiamo l’ultimo scatolone e aggiungiamo una card natalizia con un bel Babbo Natale al nostro bravo gentleman e alla madam: Merry Christmas, brava gente. Poi torniamo ai coglioni tintillanti come sonagli di Fatty Boy e iniziamo a cantare: “Jingle Bells, Jingle Bells”

La neve scende, è Natale anche per i facchini della working class britannica.

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