La prima brezza (1/2)

di Roberto Gastaldo

[Intro]

30 Novembre 2015

Oggi sono dieci anni dall’inizio della libera repubblica di Venaus.
Di quelle giornate si ricorda più spesso l’epilogo, o addirittura la reazione all’epilogo, ma credo che bisognerebbe dare più peso a quello che la libera Repubblica è stata, anche se solo per pochi giorni, perchè quello che si era messo in piedi a Venaus, e che tanti per curiosità venivano a vedere di persona, abbattendo il muro di falsità costruito dai media attorno al movimento, preoccupava davvero il potere, al punto da farlo optare per uno sgombero di forza, anche correndo il rischio di causare problemi alle olimpiadi che si sarebbero tenute in zona due mesi dopo.
Alla fine per lo stato la scelta pagò, grazie anche al pompiere Ferrentino, che già al Seghino aveva lavorato sottobanco per le forze dell’ordine, aiutandole ad ingannarci, e che dopo la fine della libera repubblica si spese senza risparmio in favore della “tregua olimpica”, ma gli errori che, per eccesso di prudenza, commettemmo nei mesi successivi nulla tolgono all’importanza di quei giorni.Non a caso sei anni dopo alla Maddalena si è scelto di riutilizzare il nome, e forse altrettanto non a caso dieci anni dopo la regione piemonte sceglie proprio il 30 novembre per chiudere il punto nascite dell’ospedale di Susa, formalmente all’interno di un programma di riduzione della sanità pubblica di per sè orrendo, ma che in questo caso riecheggia sinistramente i versi di De Andrè:

perchè de nostru da a cianûa a u meü
nu peua ciû cresce ni ærbu ni spica ni figgeü*

Insomma, per celebrare il decennale della libera repubblica di Venaus preferisco pensare più al suo inizio che alla sua fine, con me sono daccordo quelli di Maz Project che hanno deciso di pubblicare oggi questo piccolo UNO, a metà tra cronaca e invenzione che avevo scritto allora.

*perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio

[/Intro]

bandiera

Trenta di novembre. La sveglia suona alle cinque, ma per una volta non ti é cosí odiosa, forse perché il tuo sonno era giá reso piú leggero dall’attesa quasi ansiosa del suo suono. Accendi la lampada piccola e inizi a vestirti, in silenzio per non svegliare chi ancora dorme. Indossi molti strati per tenere lontano il freddo di una valle alpina a dicembre, parastinchi per evitare colpi troppo bassi, pantaloni da sci per proteggerti dall’acqua che oggi temi possa venire anche da direzioni non naturali, scarponi per dare sicurezza sul terreno ghiacciato o fangoso (e ancora per parare colpi bassi), giaccavento, guanti, cappello. Finito di vestirti risistemi i panini e la borraccia nello zaino e ti sposti nell’ingresso dove ti aspettano gli altri, anche loro giá pronti e silenziosi. Uscite dalla porta e vi avviate sulla strada ancora buia. Sará libera? Oppure bisognerá tagliare dai campi? Se hanno messo i posti di blocco sui ponti sará piú difficile. Tutto questo pensi, ma non lo dici, perché sei tu quello del posto, tu a dover trovare la strada per il tuo piccolo gruppo. Scegli di cercare di attraversare subito il torrente e ti va bene, strada sgombra e avanti sull’asfalto, sotto i piloni di un’autostrada imposta con l’inganno vent’anni fa. Poco piú avanti c’é un furgone che vende panini, il suo riflettore fa una luce spropositata che ti nasconde il fatto che subito dopo c’é un posto di blocco, ma per fortuna ferma solo le automobili, noi che ci muoviamo a piedi non ci guardano neanche.
Tutta la scena ha dell’irreale, dal buio silenzio del bosco lungo il torrente, alla luce della paninoteca mobile col suo rumoroso generatore, alla congestione dei mezzi delle divise disposti a bloccare la strada, fino a tornare al silenzo dei prati. Questa era la tua valle, fino a pochi anni fa, e non é la prima volta che la percorri di notte, ma stanotte é tutto diverso, tutto piú duro, tutto dá una strana sensazione, metallica come le loro camionette, scura come le loro divise.
Continuate in silenzio, scambiando solo poche parole ogni tanto, e alle sei siete al presidio. Tutto pare calmo sulla strada tra le due barricate, chi é rimasto tutta la notte cerca di scaldarsi con un po’ di tè, e ti racconta che le divise hanno cercato di passare per dare il cambio ai loro colleghi che stanno dentro all’ex cantiere dell’autostrada, ma che sono stati bloccati. Tu mandi qualche sms poi fai un giro del campo, se cosí si puó chiamare, per capire dove dovrai muoverti. Piú vicino alla montagna un piccolo canale e un’altra barricata tengono lontani altri uomini in divisa, dal tuo lato uomini e donne senza divisa li tengono d’occhio cercando di non allontanarsi troppo dai fuochi. Sei lí da meno di mezz’ora e giá inizi a sentire il freddo. Il cielo ha appena iniziato ad arrossarsi ad est, verso l’imbocco della valle, e tu torni ancora al presidio, nella luce dei fuochi riconosci qualche volto, saluti, inizi a parlare. Qualcuno ha passato tutta la notte sveglio. Entri e ti prendi un tè (col miele perché é finito lo zucchero) e un paio di biscotti, in cambio lasci due di euro nella cassetta delle offerte e poi torni fuori per lasciare qualche attimo di caldo a qualcun’altro. Il presidio é davvero piccolo, paragonato ai capannoni dell’ex cantiere dell’autostrada e ancora meno di Davide di fronte a Golia.

Passa un’ora e forse anche di piú, la luce inizia ad arrivare ma il sole diretto non ancora, e fa sempre piú freddo. Per fortuna le presenze iniziano ad aumentare, ma siamo ancora troppo pochi ed é quasi arrivata l’ora in cui potranno dare inizio alla procedura. Serve piú gente maledizione, serve adesso.
Sei di nuovo vicino al canale (la ‘bialera’, come la sentirai chiamare da voci di ogni accento) e qualcosa si anima, “I tecnici, ci sono i tecnici” urlano da una barricata vicina. Guardi meglio e vedi che tra le divise nere dall’altro lato ci sono quattro uomini in borghese, a volto coperto e con dei fogli in mano, e vanno verso la barricata che é difesa da poche persone, troppo poche. Bisogna arrivare lí, bisogna attraversare la bialera, peró é troppo larga per saltarla, e l’unico ponte sono due assi accostate coperte dalla brina, ci si attraversa uno alla volta e non si puó correre perché, anche se sotto l’acqua non é molto alta, bagnarsi a queste temperature sottozero non é consigliabile. Per fortuna le divise si muovono adagio, prima che tocchino la barricata dal tuo lato si sono radunate una trentina di persone, e siccome il passaggio dalla loro parte é stretto e possono venire avanti non piú di cinque o sei alla volta prima di far qualcosa ci pensano un attimo su, e vi danno il tempo di diventate cinquanta, e poi cento, e allora puoi lasciare il posto e andare a dare una mano a chi sta cercando di costruire un secondo ponte “perché se é una finta e noi veniamo tutti di qua poi ci fregano”.
Attraversi di nuovo la bialera e torni verso il presidio per cercare altre assi, ma non ci sei ancora arrivato quando qualcuno urla che stanno cercando di passare da valle, e allora via di corsa. La zona da difendere é larga, sará quasi mezzo chilometro, ma ancora una volta le divise si muovono adagio e riuscite a schierargli di fronte una fila compatta, e a frenarli il tempo necessario per fare accorrere una seconda fila, e poi una terza, e una quarta… ormai sono le otto e mezza e voi siete giá ben piú di mille, per fortuna molti piú di loro. Sará l’inferioritá numerica o l’arrivo di un europarlamentare (che hanno malmenato il giorno prima col risultato di rendersi impresentabili davanti a tutta l’Europa, e che quindi oggi si guardano bene dal toccare), comunque decidono di trattare e smettono di spingere. Gli ‘alti gradi’ loro e vostri vanno a parlamentare in qualche posto meno freddo e voi restate lí, una linea in divisa e una senza a due passi una dall’altra. Le divise il manganello lo tengono ben stretto in mano, ma oggi non l’hanno ancora usato, forse per la figuraccia di ieri o forse perché essendo meno di voi avevano troppa paura per abbassare lo scudo anche solo quel poco che basta per far passare il colpo. Eppure, a differenza di loro, voi eravate a mani nude, a volto scoperto, senza caschi o protezioni.

Passa del tempo e qualcuno inizia a fare battute su poliziotti e carabinieri, qualcun’altro prova a parlare con loro, una signora anziana dice ad un’amica “Ma varda sa sun giovu, cul lí a smija me nevut”[1]. Intanto il sole, con i suoi tempi lunghi, inizia a prendere possesso della piana, tu peró sei nel punto piú lontano, sono le dieci e il terreno é ancora completamente ghiacciato.

Passa altro tempo, la trattativa va per le lunghe. Nella vostre file la gente incomincia a spostarsi, nelle loro qualcuno si toglie l’elmetto e si fuma una sigaretta. Il loro capitano inizia a dire che loro vengono dal mare e non sono abituati a queste temperature, qualcuno gli risponde che per quel che ci riguarda al mare possono tornarci anche subito, intanto qualcun altro ha raccolto un po’ di legna e accende dei fuochi ad una decina di metri di distanza dalle linee, e per andare a scaldarsi vi date il cambio per non sguarnire la linea di fronte. La presenza é solo dimostrativa, ma non volete rischiare di farvi di nuovo fregare come un mese fa.

E poi finalmente il sole arriva anche qui. É quasi mezzogiorno e le divise iniziano a raggrupparsi verso la strada per poi a tornare alle loro camionette, di trecento e forse piú che erano ne restano solo una cinquantina, tutti sulla strada e un po’ piú lontani del nostro cordone. Non sai se questo sia il risultato della trattativa ma apprezzi il fatto che non ci sia piú bisogno di restare tutti schierati, adesso basta un gruppo piú piccolo sulla strada, e cosí tu puoi tornare al presidio a prendere dallo zaino uno dei panini che ti sei portato. Appena attraversato il campo ti penti di essere stato cosí ‘previdente’, perché vedi che da degli enormi pentoloni stanno distribuendo una minestra che forse non sará alta cucina peró sicuramente é calda. Probabilmente peró non ce n’é per tutti, visto che ormai siete molte migliaia, e cosí ti accontenti del tuo panino e di un pezzo di cioccolata, mangiati sull’erba a mo’ di picnic, finalmente sotto il sole.
I due amici con cui sei arrivato li hai persi quasi subito, é da quando sei partito in cerca della legna per la passerella che poi non hai mai costruito che non li vedi.

(seconda parte)

[1] – “Guarda come sono giovani, quello lí somiglia a mio nipote”

FacebookCondividi

One Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *