L’Arca della Fattanza

di Jago Malteni

Titoli di testa.

Il racconto di cui qui si ripropone il primo capitolo è da poco uscito a puntate su Carmilla, ma è stato scritto (ed è ambientato) nell’autunno bolognese del ‘14, quando le scritte e i graffiti che ne sono in certa misura protagonisti (comprimari o quasi dello studente attorno a cui gravita la storia) erano ancora lì, ben visibili per le vie della Bologna storica e universitaria.
Già mesi prima, però, il Comune aveva annunciato una maxi-operazione con l’intento di ripulire ben 110mila metri quadri di muratura, “promettendo – come scriveva un ben noto quotidiano locale – un impegno senza precedenti nella lotta al vandalismo grafico che devasta la città”. Costo dell’operazione: un milione di euro. Quando si dice “in politica bisogna avere delle priorità”. Tanto più che il ricorso al famigerato “vandalismo grafico” è da sempre tra le mosse preferite dai media per mettere in cattiva luce e additare come nemico pubblico “quelli dei collettivi studenteschi e dei centri sociali”.
Emblematica in tal senso è la vicenda del sequestro dell’aula C della sede di Scienze Politiche, con tutto quello che ne è seguito in termini di accanimenti mediatici e provvedimenti giudiziari.
La storia che segue – a proposito – toccherà da vicino anche le vicende legate alla lotta per il diritto alla casa, specie nelle puntate centrali delle undici di cui è composta, dove si racconterà della tensione che già allora, nei tempi non sospetti (?) in cui è stata scritta, si palpava per le strade. Tensione che poi, strisciando sul pelo delle stagioni successive, è andata sempre più risalendo a fior d’asfalto (con altri sgomberi ingiustificati, eseguiti con spropositato spiegamento di forze), fino ad assumere le dimensioni di una grossa ondata repressiva ed esplodere, di recente, con lo sfratto forzato di centinaia di persone (tra cui donne, bambini e intere famiglie) dalla ex-Telecom di via Fioravanti.
Ma qui, su questo, meglio più non dilungarsi, che nulla avrebbe da aggiungere chi scrive a quanto è già stato ben detto e scritto altrove. Tanto vale concedere al racconto il tempo e lo spazio che gli spetta. Non prima, però, d’aver chiara una cosa: che cioè, ora che quelle annunciate operazioni di riverniciatura stanno andando in porto e che molti dei graffiti citati nel racconto sono stati cancellati, raschiati o rimossi sotto una passata di vernice fresca, ciò che resta è provare a tenerne viva la memoria e ricalcarne magari i contorni, se non con bomboletta e pennello, almeno con gli altri mezzi che ci restano a disposizione.
E la narrazione è certamente uno di questi.

1

Notte fonda fonda.
Bologna è sbiadenza di se stessa, garbuglio di vie deserte che affiorano dai coni arancio dei lampioni, tra la nebbia fitta di un ottobre già inoltrato.
C’è un ragazzo che sonnecchia su una panca ai giardini di San Leo. Nè l’umido né il freddo gli travagliano il sonno, ma si desta di colpo ‘n’appena avverte incombere la minaccia della Signora Anna, sedicente guardiana del parco che sbuca d’un tratto dall’oscurità, in vestaglia, coi capelli grigi e la faccia da spettro.
Brrruutto screanzaatoo!! Mo’ pensi mica di stare a casa tua? Cercati un posto sotto i portici se non hai dove dormire, caràggna, ma pussa via dal mio giardino! Adessoo, subitooo! Sennò ti strangolo con le mie…
Né il tempo di chiedersi il perché e il comecazzo, che il giovane, tutt’ancora rintronato, si vede costretto a schivare la raffica di bottigliate che la megera, dopo avergli stuprato i timpani, gli sta tirando appresso. Raccoglie i vetri da un carrello per la spesa e glieli scaraventa contro, uno dopo l’altro, a intercalare le strida che l’escono di bocca.
Una sessantasei lo piglia dritto alle gambe, già levate nella fuga. Il cancello è chiuso, porcaputtana! Deve scavalcare.
Una spinta decisa, zompa e ce la fa, non senza rimediare un culo di bottiglia sul braccio e uno strappo al jeans in mezzo ai coglioni. Ruzzola a terra dopo un salto di due metri e respira, pancia a terra, l’asfalto di via Belmeloro.
Pericolo scampato, pare.
Si rialza ma subito poi si flette, mani alle ginocchia. Ansima e annaspa, pencola, barcolla. Non vede da qua a là. Boccheggia, inspira espira inspira espira… Poi, ripreso fiato, mena uno scaracchio verso l’ingresso della biblioteca americana e si ripiglia. O almeno così, per un attimo, gli pare.
Gli duole un gomito. Quella vecchiarda ha una mira della madonna!
Occhieggia intorno con aria spaesata: ma come cazzo si trova in questo posto all’ora più fredda e buia di un giovedì notte qualsiasi? Come diavolo è finito addormentato su quella panca ruvida e lercia, in balia di una stregaccia maligna in vena di sacrifici umani?
E pensare che dopo cena, a casa, nemmeno aveva tanta voglia di uscire…

Si chiama Giovanni, il ragazzo. Biglia di cognome. E anche di fatto, per il suo imprevedibile carambolare da un posto all’altro senza il benché minimo margine di ragionevolezza.
Giovanni Biglia – Giobi per gli amici – ha ventitré anni, la barba irsuta e una congenita incazzatura in corpo. Calabrese e studente fuorisede, di quelli che all’Alta Velocità continuano a preferire l’Intercity notturno che corre da Reggio su fino a Milano, Giobi sta a Bologna già da un pezzo, contando che è iscritto al primo anno fuoricorso di una fottuta triennale in Scienze Politiche.
Sulla scrivania di camera sua, un buco in affitto fuori porta San Donato, poche cose s’attorniano alla luce del portatile dimenticato acceso: una matita spuntata, una scatola di compresse all’ibuprofene, qualche spicciolo, una tessera sanitaria e un paio d’occhiali da vista, con una stecca aperta e l’altra chiusa; poco più in là si scorgono Le città invisibili di Calvino in edizione Mondadori, col dorso verso l’alto e le pagine 92 e 93 capovolte sul tavolo, e anche una sporta di plastica con dentro tre testi d’esame fotocopiati e rilegati, ancora lì da quando, un paio di settimane prima, era passato a ritirarli in copisteria.
Giobi conosce bene le vie di Bologna e da tempo le percorre in lungo e in largo, sulle tracce di qualcosa che nemmeno lui sa bene. Stringe i lacci quando gli prudono i piedi e si lascia guidare dagli umori che la strada gli mette, via via che gli si va spianando sotto il liscio delle suole.
Il fatto è, pure, che Giobi ha un debole per i graffiti. Gli piace pensare che nessuno di essi stia al suo posto per caso, neppure gli imbratti che all’apparenza non significano niente – residui murali, forse, d’una Bologna d’altri tempi. E s’è messo in testa che seguendone le tracce sia possibile leggere in filigrana, tra le righe che s’increspano lungo i muri, un sottotesto lungo quanto tutti i portici del centro messi in fila uno appresso all’altro – sedimento inconscio di quella che, dovendo scrivere un saggio scientifico o pseudo-tale sull’argomento, definirebbe “intelligenza graffitara collettiva”. Come se veramente ci fosse un filo d’Arianna invisibile che si dipana per i vicoli, di cui non c’è che da scovare il bandolo per cominciare a sbrogliare la matassa.
Sciogliere i nodi, decifrare i segni e poi congiungerli, e vedere infine spiegarsi le cose per il verso giusto. Un po’ come unire i puntini numerati della settimana enigmistica, ma senza uno stralcio d’indizio a suggerirne la sequenza corretta.
Una faticaccia, insomma, impervia e titanica. Pari al tentare di mettere ordine, come sugli scaffali di una babelica biblioteca, i tasselli di un mosaico immenso, puzzle d’infiniti pezzi, sparpagliati alla rinfusa in quell’archivio a cielo aperto fatto di spray e di mattoni, del vivo dei colori sopra il grigio dell’asfalto.
Le ricerche di Giobi, come che sia, hanno svoltato da quando s’è imbattuto in due conigli neri, riprodotti con la stessa matrice di stampa e affissi a non più di duecento metri l’uno dall’altro. Il primo gli era sbucato tra i piedi all’angolo di una parete dietro casa sua, al semaforo di porta San Donato, sopra quello che doveva essere il vecchio muro di cinta della città. Il secondo invece lo aveva notato poco più avanti, sotto un portico di via Zamboni (all’altezza dell’88b), anch’esso incollato a pochi centimetri da terra e identico e preciso al precedente.
Nonostante la scarsa qualità delle due riproduzioni, pure mezze impiastricciate, la scoperta aveva dato a Giobi quel tanto di curiosità in più che bastava perché si mettesse a setacciare palmo a palmo, con meticolo certosino, i lastricati e le pareti dell’intero centro storico.nonostante la scarsa
Evidente – pensava – che i due conigli stanno là a segnalare un percorso più ampio, un cammino segreto e nascosto ai più. Evidente pure che quei due non sono i soli: ce ne dev’essere per forza qualcun altro, rintanato magari nell’intrico dei vichi e pronto a guizzare fuori al primo giro d’angolo.
E sì, perché due punti basteranno pure a fare una retta, ma non sono certo sufficienti a tracciare traiettorie più complesse, parabole, iperboli, prismi o parallelepipedi. Ne servono altri e devono, pertanto, esserci. Bologna non è un piano euclideo che si stende su una coppia d’assi cartesiani, ma uno spazio poliedrico con millecento scale a colore, un dedalo in perpetuo movimento.
E tuttavia, per accurate che fossero, le ricerche di Giobi non hanno mai condotto ad alcun risultato concreto. Tranne, forse, che per l’avvistamento di uno scoiattolo sulla colonna di fronte al secondo dei due conigli… ‘Mbè, ma che c’entra?, uno potrebbe dire. E invece un poco c’entra, perché, oltre a essere riprodotto con tecnica simile, lo scoiattolo appartiene anche lui, come pure i conigli, alla famiglia dei roditori… Ma tutto qua, nient’altro da segnalare. Tanto più che la posizione dello scoiattolo è tale da non aggiungere segmenti significativi all’ipotetico percorso.
[…] È da un po’, insomma, che Giobi ha incominciato a scoraggiarsi, a pensare che le sue fossero solo strampalaggini, nudi abbagli, pie illusioni: puttanate! Da qualche tempo, anzi, gli è persino passata la voglia di uscire…

Come anche stasera, quella di un giovedì uggioso e stupido, cominciato male e destinato, pare, a finire peggio. Tanto valeva starsene a casa, a guardarsi una puntata dei Soprano in streaming o a sfogliare un vecchio albo di Dylan Dog. come anche staseraOra invece, per la piega che hanno preso le cose, pare a lui d’essere finito in una storia da Indagatore dell’Incubo, tipo quella in cui Dylan è costretto a passare la notte all’aperto e gliene succedono di ogni.
In un caso o nell’altro, Giobi non credeva – e dopo cena c’avrebbe scommesso! – di mettere piede fuori casa prima dell’indomani.
Però poi lo aveva fatto. O non si troverebbe lì adesso, a un’ora imprecisata della notte, storduto com’a una gallina, con la testa diroccata e le ossa fradice.
Il fatto è che non riesce nemmeno a ricordare come, dove, con chi cazzo…
Si concentra, spreme le meningi. Ecco, sì: come in un sogno, ricorda di essersi andato a stendere in camera subito dopo cena, senza manco prendersi la briga di sparecchiare in cucina. Poi gli pare d’essersi assopito… No, ‘momento! La vibrazione del telefono sul comodino gli aveva riaperto le palpebre: Luca, che gli proponeva una serata in quel locale, là, come si chiama… non ricorda… comunque una traversa di San Vitale. Voglia non ne aveva, mica, ma come ogni volta s’era lasciato convincere. Poi si erano imbarcati pure Maso, Enzo e Tino, però già nel procacciarsi la prima consumazione, in mezzo al trambusto di gente che c’era inchiavicato là dentro, li aveva persi di vista e s’era ritrovato solo. Allora era uscito dal locale e aveva provato a chiamarli al telefono, uno a uno, ma nessuno aveva risposto e li aveva mandati idealmente affanculo.
E poi, ch’era successo poi? Un vuoto, non ricorda… Anzi no, forse qualcosa… Ecco, sì, ricorda d’essersi riavuto di colpo come da un deliquio, seduto su uno scalino in un vicolo scuro e forse cieco, con la nuca schiacciata contro una serranda chiusa. Ricorda pure che poco distante ci stava un gruppetto di matricole che s’atteggiavano a intenditori-di-sta-minchia e parlottavano di decadentismo, atti poetici e stronzate simili. Perciò, con le tempie picchiettate dal chiacchiericcio e un forte mal di testa che gli s’andava inoculando in fondo al cranio, Giobi s’era risolto a compiere l’atto più poetico che potesse fare in quel momento: alzarsi e andarsene. […] Poi, calato il silenzio, come risucchiato dai vettori di un oscuro campo ipno-magnetico, doveva essere riuscito in qualche modo a trascinarsi fin là, su una panca del San Leo, unico giardino della città presidiato in orario notturno da una vecchia isterica e, a quanto pare, aspirante omicida!
E adesso se ne sta là, fuori al cancello del parco, in preda ai suoi strappi di memoria, intento a raffazzonare gli scampoli d’una serata allucinante come poche. Là se ne sta con il cervello in panne, mezzo in catalessi e l’altro mezzo in paresi, che tenta di darsi una smossa, di chiamare a raccolta le poche forze rimastegli per pigliare la via di casa, ché sarebbe quasi ora. Eppure Giobi è sconvolto, irretito, lobotomizzato: “Ma che minchia mi hanno fatto fumare? Quale cazzo di droga m’hanno messo in quel Negroni, che peraltro faceva pure schifo?”gli sorge il dubbio che
Coi pensieri trapanati da punti di domanda senza risposta, Giobi si guarda intorno e gli pare tutto assurdo, manco l’avessero scritturato per una comparsa a sua insaputa in un film di Lynch o per un ruolo da coprotagonista in un’esilarante puntata della Pimpa.
Gli sorge il dubbio che quella foschia non stesse davvero là fuori, densa e lattiginosa, ma che invece altro non fosse se non una proiezione sbieca della sua mente allucinata. […] Non riesce a liberarsi della sensazione di essere rimasto intrappolato in una specie di dormiveglia permanente, irreversibile, al confine preciso tra la veglia e il sonno…
Deglutisce, ma la bocca è pastosa, non un filo di saliva.
Poi, trascorso là impalato un tempo che stimato in rapporto alla sua percezione potrebbe oscillare da un paio di minuti a ben più di mezz’ora, Giobi trova finalmente il coraggio di addentrarsi nella bruma notturna. Prende a dinoccolare con andatura lenta, strascinata, testa china e spalle ricurve, ma al contempo gli pare di camminare come sospeso a mezz’aria, su e su, fin quasi a levitare sopra i cerchi di luce e librarsi leggero sopra i tetti.
alza il capoAlza il capo e adocchia alcune paia di scarpe, appese coi lacci al doppio cavo dei lampioni che pendono in lungo sulla strada. La visione lo fa vacillare e incespicare quasi sui propri passi, come se pure le sue, di scarpe, si fossero impigliate in qualcosa. Qualcosa di impalpabile, d’evanescente, trappola tesa dalla sua stessa immaginazione.
Ma più la realtà si distorce e più la sua mente sembra godere d’una strana beatitudine, del tutto fuori luogo in uno scenario come quello.
Poi a un tratto Giobi inchioda il passo, e come rapito da angelica visione resta a fissare un punto indefinito alla base del muro. S’accosta, sgrana gli occhi, li sbarra: non può essere, uguale e spiccicato agli altri due.
Un coniglio nero.
Un altro cazzo di coniglio nero!
Mesmerizzato dalla scoperta improvvisa, Giobi va per carezzarlo, ma quello, un attimo prima che le dita lo sfiorino, scompare. Nel nulla.
Neanche il tempo di bestemmiare che il graffito ricompare qualche metro più avanti, lungo la medesima parete. Giobi si stropiccia di nuovo gli occhi e, sicurissimo che non si tratti di allucinazione, raccoglie la sfida e si lancia, braccia in avanti, addosso al gerbillo provocatore.
Rimedia però solo una gran botta alla capoccia, perché il piccolo bastardo gli sparisce di nuovo sotto il naso. Irritato, si risolleva e dà sfogo alla nervatura mollando un calcione contro un bidone dell’immondizia sul ciglio opposto della strada. Il cassonetto si ribalta sul marciapiede e dal pattume gli pare di veder sgattaiolare l’ombra di qualcosa che no, non può essere un gatto randagio. È un coniglio, invece… lui, sì, quello di poco prima!
Stavolta però Giobi si frena e sceglie di usare le buone. S’avvicina piano, in punta di piedi. Ma quand’è sul punto di acciuffarlo quello gli sguscia di nuovo tra le gambe e comincia a zampettare dritto per dritto, rasente alla parete, senza spiccicarsene.il paragone èd obbligo
Non ha più senso chiedersi, a ‘sto punto, se quel coso sia reale oppure no. La sola cosa da fare è seguirlo, come Alice col Bianconiglio.
Il paragone è d’obbligo, – pensa Giobi. Non fosse che questo si direbbe più il gemello cattivo del coniglio di Carroll, la nemesi o al limite l’ombra, magari perduta e non ancora ritrovata (‘momento, no, quello era Peter Pan… ‘orcoggiuda che male di capo!).
E intanto, come fosse un’ombra per davvero, il nero-coniglio continua a filare via lungo la parte bassa del muro. E Giobi ansimante appresso, sospeso a metà tra Belmeloro, l’isola che non c’è e un più che mai stupefacente Paese delle Meraviglie.

In bilico tra il kolossal e il b-moovie da spazzatura.
Così recita una scritta sul muro, in via Belmeloro, a caratteri maiuscoli e tanto serpeggianti da parere mobili.
Il nero-coniglio ci passa sotto con un guizzo e raggiunge più avanti la muratura esterna di un palazzo color salmone, dall’intonaco stinto, sbiadito. Effetto della nebbia? Non il tempo di chiederselo che, da uno spicchio di muro più scolorato degli altri, Giobi scorge una sottospecie di ameba bianca che prende a fluttuare lungo la parete, passandogli proprio davanti agli occhi. Altro effetto della nebbia? O di quella che gli appanna le cervella?
altri esseri frattantoTroppe domande. Tanto vale mettere tutto tra parentesi, come diceva quel filosofo austriaco, sospendere ogni distinzione tra realtà e surrealtà e proseguire il viaggio senza stare a chiedersene il motivo.
[…]
Altri esseri, frattanto, amorfi e inclassificabili, cominciano a muoversi tutt’attorno in un fitto ordito di psichedelia murale: trampolieri che s’alzano in volo, lucertole con gli occhi a spirale che s’inerpicano su per le grate delle finestre, giraffe dal collo retrattile, cilindri che si comprimono e rimbalzano, virgulti che germogliano, folletti che caracollano, rampicanti che s’arrampicano. Anche il coniglio seguita a conigliare, mentre un cane cieco e nerofumo piscia contro una colonna sotto il portico di via Acri.
È una scritta, poco più avanti, che pare suggerire l’esatta e unica definizione possibile di tutto ciò: Arca della Fattanza.

Il carosello s’interrompe lungo le pareti esterne di una chiesail carosello si interrompe (…poi dice che uno bestemmia!), salvo poi riprendere all’incrocio con via Zamboni, nel tratto che precede piazza Verdi. Per quel che può Giobi ci butta un occhio: la piazza è un tappeto di bottiglie vacanti, landa deserta, livida, appiccicaticcia. Due punkabbestia dormono nel lerciume sotto il portico del teatro. Alle sue spalle, in penombra, appena si distingue una scritta che non vede: Siamo tutti fuoriluogo.

Il coniglio fila dritto e scompare nel breve quarto di strada che porta all’imbocco di via del Guasto. Ed è lì che ricompare l’istante successivo, sotto lo sfarfallio di una lunga bacheca tappezzata di annunci. Giobi l’avvista e brancola nello sforzo di mantenere la rotta, costretto passo dopo passo a spiccicare le suole dal lastrico adesivo. Calcia un vetro senza volerlo e quello rotola producendo un fracasso industriale, che rintrona sordo sotto la cappa di silenzio ovattato. Un puzzo di vomito e piscio stagno, poco più innanzi, gli si ficca aggressivo nelle narici, miasma putrido che esala dalle giunture dei basoli e gli arriva come una sferzata in pieno volto.
calcia un vetro senza volerloIl coniglio continua a trotterellare; l’ombra di Giobi, con fatica, riesce a stargli appresso.
Al bivio, addossate l’una sull’altra, flessuose e con le pupille fluorescenti, compaiono altre due amebe che gli fanno strada verso il cancello d’ingresso, stranamente aperto, del giardino del Guasto – dove il coniglio s’è giust’appena infrocchiato.
Senza ormai più esitazioni, Giobi inforca la salita che conduce all’interno del parchetto. I rami e le frasche sono come tentacoli, ai lati del cemento, e quasi gli pare che arrivino a ghermirlo, a imbozzolarlo nel viscidume e inghiottirselo come farebbe una pianta carnivora. Ma riesce a svincolarsi dall’assalto immaginario e, arrancando per un’altra decina di metri, a raggiungere il punto più alto del giardino.
La scena, in cima, è di quelle che mozzano il fiato, se mai ce ne fosse ancora bisogno: una pletora sterminata di animali dipinti si leva e prende vita sulle due dimensioni di una parete ondivaga, fluttuante. Dai pesci agli uccelli, passando per rettili, anfibi e finanche dinosauri, tutti i graffiti prendono a brulicare in ogni direzione. È un circo impazzito, un’orgia senza freni, uno zoo a gabbie spalancate. Le bestie più feroci mostrano artigli e digrignano denti, spalancano fauci, emettono versi terrificanti. I più deboli si agitano, dimenano zampe e ali e code, tentano di scappare ma restano imprigionati nel perimetro del murale.
Eccola, l’Arca della Fattanza! Il delirio! Onirico, lisergico delirio…
Giobi non lo regge e s’accascia, svenuto, al suolo.

Lo ridestano l’indomattina i rumori della città che si sveglia.
Si stropiccia gli occhi e contrae per quanto può i muscoli delle palpebre, più pesanti di saracinesche scassate. Vede i mostri. Ha il viso pallido e le orbite verdi, né più né meno la faccia che può avere uno dopo aver dormito ore su un materasso di calcestruzzo e sotto una coltre di nebbia autunnale. Minchia, che levataccia! Ma do’ cazzo si trova? Si guarda intorno ciecato di sonno e mezzo ammaccato, stonato com’a una scimmia del Borneo.lo ridestano
Un minuto e più per ricalibrare la vista e mettere a fuoco: niente, i graffiti sono lì, ognuno al suo posto. Immobili tatuaggi sulla pelle nuda della città. Svanito è il delirio della notte prima, ma… che ne è di tutto il resto? Le amebe, le scritte semoventi, il coniglio… Il coniglio! Do’ cazzo è il coniglio?
Lo cerca nei dintorni, non lo trova.
È talmente assurdo quello che ha visto nel cuore della notte che si ribella all’idea di ripensarci, di costruirci sopra un qualunque tipo di ragionamento. E poi neppure ci riuscirebbe, tanto è rintronato… Ma che or’è? Le nove passate, ‘orcoggiuda! Ci sarebbe lezione, e farebbe pure in tempo ad andarci, ma con la faccia da zombi che si ritrova forse è il caso di rintanarsi in casa e restarci fino a svernare.
C’ha voglia di fumare ma non ha sigarette. Può comprarle al primo distributore, la tessera sanitaria dovrebbe averl… No, cazzo!, se l’è scordata in camera, sulla scrivania. E manco c’ha l’accendino, il suo fedele, inarraffabile accendino, con sopra la scritta Fight for your lighter.
Sfiga! No, perso no… deve avere scordato pure quello a casa. Come la cazzo di tessera sanitaria, il cervello, l’iPod e tutto il resto… Anzi no, aspe’… l’iPod, per intercessione della mano di chissà quale santo, lo tiene in tasca. Fruga e lo tira fuori, assieme a uno strano biglietto che dice: Via dell’Inferno 10, ultimo piano.
Ma che robba è? La calligrafia pare quella di uno sballato. Curioso, comunque: deve averglielo rifilato qualcuno durante uno dei buchi della notte scorsa…
Sono ancora troppe le cose che Giobi non riesce a ricordare. Avrà il tempo di pensarci, di ricostruire, magari di andarci pure, all’inferno, dopo aver capito dov’è. Ma per ora vuole solo tornarsene a casa, a fare un cazzo di niente fino a dopodomani. Impugna l’iPod, infila le cuffie e lascia partire un album a caso dalla playlist dei preferiti…
Are you such a dreamer | To put the world to rights?… | I’ll lay down the tracks | Sandbag and hide… | And two and two always makes a five | It’s the devil’s way now | There is no way out | You can scream and you can shout | It is too late now | Because you have not been paying attention, paying attention, paying attention, paying attention…

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