Le stanze di River

Testo e immagini di Sonno

– Ti senti te stessa in questo momento?sonno1
– Sì.
– Ti chiamano River, ma non è il tuo vero nome, giusto?
– Giusto.
Il mio nome per loro era River.
Non era importante che fossi un uomo o una donna, loro ti davano un nome indipendentemente dal tuo aspetto fisico o dal tuo carattere.
Vivevo in campagna, bevevo birra nell’unico posto che potesse assomigliere ad un bar, poi avevo un fucile, un cane ed una vecchia vicina vedova.
Quel pese aveva qualcosa di inquietante, ma nel momento in cui, spaventato dai lupi o dall’eccessiva quantità di sangue sui vestiti del macellaio decidevi di ritornare in città, qualcuno bussava alla tua porta di casa regalandoti conigli e maiali morti oppure qualche puttana troppo truccata.
M’innmorai della barista che non mi faceva pagare la birra dal terzo boccale in poi.
– Tu mi vuoi ubriaco! – le dicevo ogni pomeriggio – Qua dentro se non sei ubriaco non ti diverti. – rispondeva sempre lei.
La barista morì ammazzata dal macellaio, cioè, secondo lo sceriffo fu vittima di un raptus suicida, ma il macellaio aveva sempre troppo sangue sui vestiti.
Dopo la morte della barista incominciai a pensare di tornare in città, dalla mia tivvù e nel mio vecchio appartamento, così, mi ritrovai il macellaio davanti casa con un grasso maiale morto tra le braccia. Presi quel corpo come una madre prende un bambino svenuto, convinto che il macellaio fosse capace, in qualche strano modo, di ascoltare i miei pensieri.
Bambini travestiti da conigli e da assassini correvano per tutto il paese, era il giorno di Halloween e io avevo solo dei pezzi di maiale da dare a quei piccoli mostri.
Decisi che quel giorno non sarei uscito di casa, chiusi la porta a chiave, presi il mio fucile e mi sedetti su la mia poltrona verde. Avevo paura.
Mi assalì una paura folle, incredible, da manicomio. Chiamai il mio cane, sentivo puzza di bruciato e non vedevo arrivare il mio cane.
Guardai fuori dalla finestra.
sonno2Il macellaio mi guardava, un ciccione stava parlando con una puttana e in mezzo alla piazza un grande fuoco. I bambini correvano intorno alla legna, che non era legna, erano animali. Erano cani.
Uscii immediatamente di casa e corsi urlando contro i bambini, cercai di spegnere il fuoco e vidi il mi cane. Morto bruciato.
Mi sdraiai a terra, ero spaventato e confuso, i bambini cantavano una canzone di Natale.
– Perchè cantano una canzone di Natale? Non è Natale, perchè lo fanno? – pensai, disperato. Subito dopo svenni.
Mi risvegliai tra gli schiaffi di una donna, eravamo in macchina.
– Dove mi state portando?- dissi con pochissima voce.
– Ti senti te stessa in questo momento? – mi chiese la donna, il suo rossetto mi ricordava il sangue sui vestiti del macellaio.
– Io non sono una donna. – risposi, la donna guardò l’uomo seduto alla mia sinistra.
– Ti senti te stessa in questo momento? – questa volta la donna mi guardò negli occhi come se mi stesse puntando un’ arma sotto il mento.
– Sì.
La macchina si fermò.
Mi portarono dentro un grande edificio e attraversammo un lungo corridoio pieno di porte bianche. Ero confuso.
– Mi avete drogato brutti bastardi! – gridai fermandomi in mezzo al corridoio. Guardai bene la donna, era la barista, poi mi girai verso l’uomo, era lo sceriffo.
Caddi.
– Oh mio Dio. – mormorai.
Ricordai il piccolo coniglio appeso allo specchietto retrovisore della macchia che mi aveva portato qui, la foto della vecchia vicina su un cartellone pubblicitario, che di sfuggita, ricordavo di aver visto.
Mi trascinarono dentro una stanza con pareti e mobili di legno. Di legno, proprio come la mia casa in quel paese.
Seduto dietro una scrivania, il macellaio mi fissava. Ma non era lui, era in giacca e cravatta, senza una goccia si sangue sui vestiti.
In alto, fucili appesi alle pareti e teste di animali. Il volto del macellaio, lo sceriffo, la barista, il suo rossetto rosso sangue.
Il mio cane, il mio cane vicino al macellaio.
Mi fecero sedere su una poltrona verde, la mia poltrona verde.
– Chi siete voi? Cosa mi avete fatto??
– Ti chiamano River, ma non è il tuo vero nome, giusto? – disse il macellaio.
– Giusto. – sapevo che avrei dovuto rispondere in questo modo, anche se non conoscevo altri miei nomi oltre River.
– Se la creatrice delle Stanze di River, nonchè la prima ad averle provate. Forse potrà sembrarti impossibile, ma noi siamo tutti tuoi dipendenti addestrati da anni ad affrontare questo giorno.
– Cosa sono le Stanze di River?? – domandai girandomi verso tutti e tre, il macellaio, la barista e lo sceriffo.
– Buffo come colei che ha ideato qualcosa di così tanto geniale non sia neanche a conoscenza di cosa sia, no? – risero tutti e tre, io abbozzai un sorriso.
– Le Stanza di River sono fisicamente delle stranze che ti permettono di avere un’altra vita, non per forza migliore, solo diversa. Abbiamo scoperto ora che in queste stanze tutte le emozioni sono amplificate, nel tuo caso la paura e la confusione che ti hanno fatto svenire. – disse il macellaio fissandomi.
– In questo momento sono in una stanza? – sentii una goccia di sudore attraversarmi la fronte.
– River, sei nella prima stanza. La stanza neutra, in cui tutto inizia. Sei svenuto, per paura che stessi troppo male abbiamo dovuto riportarti qui. – disse la barista mettendomi la mano sulla spalla.
– Ma io non sono River, io non sono una donna. Io sono un uomo? Datemi uno specchio! Io, io non so chi sono.
Saltai dalla sedia e iniziai a cercare qualcosa, non so neanche cosa, ma sapevo che l’avrei trovata. Vidi una porta nera, sentivo di doverla aprire.
– No, River! Fermati! – gridò la barista.
Aprii la porta ed entrai dentro un’enorme metropoli. Ero su un marciapiede, dietro di me, il cesso di un bar. La porta nera era sparita
Improvvisamente il mio corpo si riempì di crampi ed era come se un trapano mi stesse perforando la testa. Ancora dolore, non riuscivo a vedere per le lacrime, gridai disperato e poi, ancora una volta, svenni.
Il mio nome per loro era River.
Non era importante che fossi un uomo o una donna, loro ti davano un nome indipendentemente dal tuo aspetto fisico o dal tuo carattere.
Vivevo in città, bevevo birra nel bar sotto casa, poi avevo un buon lavoro, un cane ed una vecchia vicina vedova

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