Maledizione

di Jenuina

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Una notte senza luna, come testimonia più di un poeta, un indiano d’America, da poco diventato uomo, scappando da solo, tre spine nel piede destro, la sua gente morta ammazzata, si nasconde dagli spagnoli in un cespuglio d’ortiche.

Il suo spirito va e viene dal mondo degli spiriti, non si siede per mangiare da giorni, da settimane non fuma con nessuno, i bisonti, la pelle mischiata alla paura com’era, non lo riconoscono. Pensa alle trecce di Trecce di stelle e non se le ricorda più. Erano anni che il mattino non si alzava che nero come minaccia, erano anni che la notte languiva e moriva lentamente. Non più giochi negli occhi, non più terra di caccia sotto le unghie.

Lontano si sentivano spari e dopo quattro o cinque tempi di vento arrivava la puzza di sconosciuti demoni, poteri magici degli spagnoli. Ma l’indiano diceva, che può, a bassavoce, ai vermi vivi e invisibili diceva, che può una violenza così brutta, che può un cuore così vuoto, che può farmi, che può farci a noi, ai custodi gentili d’una luna lontana. Vinceremo noi, perché per noi non v’è guerra, le radici d’oro della famiglia degli alberi faranno loro da ostacolo, li faranno inciampare, cadranno, rideranno della caduta. Ameranno durante la notte, per sbaglio, per stupro abortito, una delle nostre donne. Si sveglieranno svegliati, sentiranno il profumo dei morti che porta la neve, tra il fumo di dieci e venti cadaveri vedranno qualcosa, un segreto che rimarrà loro in bocca, che non potranno deglutire. Canteranno, balleranno e saranno liberi dalle catene dei loro vestiti tutti uguali, sentiranno un fiume scorrere nel folto d’una foresta, seguiranno il richiamo, lo raggiungeranno nudi, masticheranno nuotando funghi selvatici, voleranno.

Ma se non dovesse tutto questo succedere, se dovessero fallire, se dovessero perdersi sulla strada difficile dell’umanità, io li maledico.
Maledico tutti quelli che hanno obbedito prima e di più quelli che hanno dato degli ordini, maledico le loro famiglie fino a mille generazioni nel futuro, il loro cibo, la loro acqua, maledico i loro dottori, i loro saggi. Se dovessero per debolezza continuare nella ferocia fino alla fine, io li maledico e invoco gli animali tutti a testimoni. Li maledico con queste mani che hanno cucito pelli, che hanno scorticato cortecce, che hanno mescolato erbe dal nome per loro per sempre perduto. Li maledico con questi capelli che sono cresciuti nelle notti sacre di dei che loro non indovineranno mai, con questi piedi duri d’un inverno amico, con questo sesso sciolto, con questo cuore ricolmo di vite che per loro non sono neanche vive. Li maledico con questo corpo che è in comunione con i serpenti e con gli scorpioni, un corpo che io li condanno a dimenticare come utilizzare. Li maledico nei giorni delle piogge e in quelli delle prime calure, che non capiscano più i messaggi degli insetti, che si assopisca in loro il ruggito dei temporali. Che pensino di essere diversi dal tutto, che pensino di essere migliori. Li maledico sopra ogni soffio di stagione, sopra ogni melodia naturale. Se mai avranno una terra, che sia prigioniera di un passato insormontabile, che sia arida come il loro ventre.

Vi maledico tutti, stranieri per presunzione, stranieri per scelta. Potevamo essere fratelli, potevamo bere dallo stesso corno, potevamo saziarsi della sazietà dell’altro, poteva insegnarci a vicenda ognuno le proprie leggende. Vi maledico fino alle fine del tempo del mondo, vi maledico con tutto l’amore di cui sono scrigno, vi maledico senza odio, senza intenzione, come un passero maledice il gelo, come una iena maledice ridendo, come uno scorpione maledice uccidendo.

Fonte: https://jenuina.wordpress.com

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