«Mitocrazia», di Yves Citton. Prefazione di Wu Ming 1, postfazione di Enrico Manera

Mitocrazia - copertina

[La casa editrice Alegre ha da poco dato alle stampe la traduzione di Mythocratie, importante saggio del filosofo francese Yves Citton. La prefazione è scritta da Wu Ming 1, la postfazione da Enrico Manera. Proponiamo qui entrambi i testi. Il libro è acquistabile sul sito di Alegre con il 15% di sconto e senza spese di spedizione.]

L’incontro tra il salmone e gli asparagi sul tavolo del narratologo

di Wu Ming 1

Verso la fine degli anni Zero ci colse il sospetto che in Francia la riflessione «da sinistra» su miti e narrazioni stesse prendendo una brutta piega.
Il libro Storytelling di Christian Salmon, improvvisamente e improvvidamente à la page, stava imponendo un approccio semplicistico e consolatorio al problema. Salmon descriveva un grande e maligno complotto finalizzato a imporre un Nuovo Ordine Narrativo (NON) per mezzo di un’arma di distrazione di massa chiamata – appunto – storytelling. In inglese il vocabolo non designa altro che l’atto basilare e primevo di raccontare storie, ma nella neolingua salmoniana si zavorrava di connotazioni sinistre: raccontare equivaleva tout court a ingannare, abbindolare, irretire, manipolare; le storie erano strumenti del dominio capitalistico in mano a pubblicitari e markettari; lo storytelling era il male.

Leggemmo quel libro prima ancora che fosse tradotto in italiano, lo trovammo decisamente raffazzonato ed esprimemmo il nostro giudizio fuori dai denti. Al fondo, c’era un’incomprensione del rapporto tra esseri umani e storie, ovvero l’idea che i primi possano fare a meno delle seconde. In quell’occasione, ricapitolammo quelle che per noi sono «banalità di base»:

Non c’è mai stata un’età del mondo in cui la comunicazione fosse sganciata dal racconto e dalle mitologie depositate nel linguaggio. La narrazione non occupa un campo specifico (di mero intrattenimento), e non esiste un discorso logico-razionale “puro”. Leibniz sperava che un giorno qualunque disputa si sarebbe potuta risolvere con un calcolo, ma per fortuna quell’alba non è mai sorta. Il positivismo ha sognato che la scienza potesse emanciparsi una volta per tutte dai suoi trascorsi filosofici e letterari, ma i maestri del sospetto – Marx, Nietzsche e Freud – hanno rinvenuto tre cariche esplosive alle fondamenta dell’oggettività scientifica: gli interessi economici, la volontà di potenza e l’inconscio. Quest’ultimo è molto più vasto di quel che si credesse fino a trent’anni fa: non comprende solo istinti e desideri repressi. La scienza cognitiva ha scoperto che il pensiero lavora per lo più in maniera inconscia e che buona parte di questi meccanismi neurali nascosti richiamano strutture narrative. Scheletri di miti e leggende sono tatuati sui nostri cervelli con un inchiostro elettrico. Le storie ci sono indispensabili per capire la realtà, per dare un senso ai fatti, per raccontarci chi siamo. Abbiamo bisogno di scenari e le narrazioni ce li forniscono, spesso con un vantaggio importante rispetto alle cosiddette analisi razionali: le storie ci fanno emozionare e le emozioni, lungi dal contagiarla, sono invece un ingrediente essenziale della ragione. Senza rabbia, passione, tristezza e speranza non saremmo in grado di ponderare la più piccola scelta […] Non sorprende allora che il potere si sia sempre appoggiato a miti e leggende. E forse, per tutta risposta, basterebbe continuare a fare quel che abbiamo sempre fatto: sgonfiare le favole dei potenti, raccontare altre storie.

Per Salmon, invece, il capitalismo aveva imposto andamenti e schemi narrativi a porzioni di realtà in precedenza esterne alle narrazioni (?), finendo per «inflazionare» e corrompere irreparabilmente l’atto di raccontare. Atto che andava – non si capiva bene come – disertato.

Christian Salmon

L’autore lesse la nostra critica e se ne ebbe a male, ma che potevamo farci? E’ malsano voler piacere a tutti, e mica ce l’avevamo con lui personalmente. In ogni caso, non gli arrecammo nessun danno. Il suo libro, tradotto in varie lingue, continuò ad avere successo. Le geremiadi funzionano sempre.

Quella narrazione capziosa mascherata da critica del narrare capzioso ebbe tale e tanta presa sull’intellighenzia che fra gli scrittori d’Oltralpe si diffuse come un senso di vergogna: «Che senso ha il nostro lavoro se raccontare storie è il modo più banale di fare il gioco del Potere?»
Vergogna non del tutto sincera né priva di pulsione narcisistica. Lo scrittore che si denuda e flagella in pubblico è un cliché dei più retrivi: «Guardatemi, me tapino! Quel che faccio è inutile, anzi, scrivere si ritorce contro di me! Ciò che volevo liberante è cagione di schiavitù! Oh, quanto mi dilania quest’eterogenesi dei fini!».

L’indignazione contro lo storytelling, insomma, fornì ad alcuni nostri colleghi l’ennesima occasione di navigarsi l’ombelico. L’onta esibita e la sfiducia affettata, preincanalate nei varchi di un certo postmodernismo stagionato, diedero luogo a metanarrazioni. Lo scrittore raccontava della propria sfiducia nei confronti del raccontare: «Mi piacerebbe scrivere un romanzo, ma il romanzo è un’arma del potere, e allora scrivo sì un romanzo, ma ogni due pagine mi intrometto per ribadire che il romanzo è un’arma del potere e nemmeno questo sfugge… Anzi, un po’ sfugge, perché proprio grazie a queste mie intromissioni non è davvero un romanzo ma un romanzo che si nega come tale etc. etc.»

Laurent Binet

Tutto questo per inseguire quella che Salmon, vagamente e senza fornire alcun ragguaglio, chiamava «contronarrazione». Si capiva soltanto che doveva tendere allo «sfuocare» lo sguardo del narratore, per «sfumare» la potenza seduttiva delle storie. Tante pagine di sacro furore per concludere che il vino annacquato ubriaca di meno.

Lungi dal fornire al lettore utili strumenti di decodifica e demistificazione, simili estenuanti «aggiunte» finirono per debilitare opere altrimenti potenti. L’esempio più eclatante lo avemmo leggendo HhHH di Laurent Binet, ricostruzione dell’attentato partigiano in cui morì il caporione nazista Reinhard Heydrich (Praga, 4 giugno 1942). Grazie a quel libro ci accorgemmo dell’influenza perniciosa delle teorie antinarrative di Salmon. Recensendo HhHH, Wu Ming 2 scrisse:

Qui c’è una contraddizione di fondo che finisce per rendere comici gli sforzi di Binet (che infatti non di rado ci scherza su volentieri). Egli è talmente affascinato dalla letteratura, da trasformare sé stesso in personaggio: un personaggio che quando apre bocca, sputa sugli elementi chiave della letteratura stessa. A me ricorda mio figlio quando assaggia gli asparagi e dice: «Buoni. Però un po’ cattivi.» Ma voi mio figlio non lo conoscete, quindi vi faccio un altro esempio. Avete presente il protagonista di In & Out, quando per convincersi di essere macho, si mette ad ascoltare I Will Survive a tutto volume, cercando disperatamente di non sculettare a ritmo di musica? Oppure ancora quei ragazzini che vorrebbero tanto fare un gioco infantile, ma lo rifiutano per dimostrarsi «grandi»? […] Voialtri siete troppo intelligenti per giocare con noi, giusto? Siete troppo sgamati. E bisogna a tutti costi che ce lo dimostriate, mettendovi in un angolino a fumare Camel, mentre noi ci divertiamo come cretini […] Ho come l’impressione che in Francia il problema delle «tossine narrative» sia stato posto in maniera sbagliata. Invece di interrogarsi su quali figure retoriche o bias cognitivi portano un narratore a manipolare il suo pubblico e a nascondere la realtà, si è deciso che raccontare storie equivale a spacciare frottole, sempre e comunque, salvo poi rincorrere un’incomprensibile contro-narrazione, come fa Salmon, o inchinarsi di fronte al “potere imponderabile e nefasto” della letteratura, come fa Binet. Ma un conto è criticare i clichés di tanti romanzi storici, un altro è negare che l’invenzione letteraria può essere una forma di indagine della Storia, e non soltanto un ingranaggio pretenzioso e ridicolo per rimodellarla. Mentre Hayden White ha mostrato come le strutture narrative sono uno strumento legittimo dell’analisi storica, Laurent Binet vorrebbe ripulire la letteratura da ogni artificio retorico: e meno male per lui che non ci riesce affatto.

Mitocrazia  non partecipa di quest’equivoco. E’ un libro spinoziano fino al midollo, quindi ha tutti gli anticorpi per non ammalarsi d’apocalisse e passioni tristi. Di più: Yves Citton prende – seppure amabilmente – per i fondelli l’approccio di Salmon e dei suoi epigoni (che descrive come produttori di «pastiches dall’esito incerto», quasi sicuramente pensando alle estenuanti elucubrazioni di Binet):

Il grande Impero… si apprestava a lanciare delle incursioni nella terra di Gallia – questa fiera nazione di cittadini druidi e di irriducibili intellettuali – quando ad un tratto un intrepido cavaliere Christian soffiò nel suo olifante… Il suo richiamo alla crociata attirò i prodi al di là di ogni aspettativa…

Yves Citton

Si può dire che Mitocrazia sia stato scritto per «disincagliare» il dibattito, per portarlo oltre le secche nelle quali Christian Salmon l’aveva condotto e abbandonato. Il sottotitolo è una dichiarazione d’intenti in nominalstil: «Storytelling e immaginario di sinistra», e l’enfasi cade sul secondo elemento. Citton non è un Savonarola, non si accontenta di denunciare, di gridare che il capitalismo ci rincretinisce raccontandoci storie seducenti, ma tiene sempre presente la dimensione del «che fare»: come raccontare «da sinistra»? Come si svolge un racconto «di sinistra»? Cosa lo distingue dai racconti «di destra» che sentiamo ogni giorno?

Per rispondere a queste domande, Citton fa alcuni passi indietro nella storia del pensiero filosofico: ricorre all’ariosa catalogazione di affetti e passioni proposta da Spinoza; rilegge  con la lente d’ingrandimento il romanzo filosofico di Denis Diderot (il più spinoziano degli illuministi) Jacques il fatalista e il suo padrone; soprattutto, riparte dalle fondamentali riflessioni di Michel Foucault sulle relazioni di potere. A determinare e muovere queste ultime è una costante attività di «scenarizzazione», predisposizione di ruoli all’interno di cornici narrative (frame)  che, una volta attivate, permettono di «condurre le condotte» degli esseri umani. Citton tira fuori dalla cassetta svariati concetti-utensili – attrattori, agganci, plot, infrapolitica… – e spiega con dovizia di esempi come funziona la scenarizzazione.
Nel farlo, si guarda bene dal proporre rigide antinomie tra scenarizzazioni «buone» e «cattive»: anche la cornice narrativa più «malintenzionata» può produrre effetti impredicibili, anche la narrazione più malevolmente ideologica (il mito più intenzionalmente «tecnicizzato», direbbe Furio Jesi) può spingere all’attenzione una singola scena, un passaggio, una frase che si aggancia a un ricordo e innesca una reazione inattesa, avviando un percorso emotivo e riflessivo divergente da quello preventivato.

Anche su questa consapevolezza si fonda la proposta – derivata da Jean-Luc Nancy – di «interrompere il mito». Narrazioni egualitarie possono sorgere dal basso per spezzare e deviare l’andamento in apparenza ineluttabile delle narrazioni dominanti, di quelle che in Italia vengono spacciate per «memorie condivise» e sono tanto più artificiose quanto più si presentano come naturali emanazioni della comunità.

Qui la ricognizione di Citton è per forza di cose sommaria, ma non è per nulla «sfuocata», il profilo delle «contronarrazioni» che Citton ha in mente è nitido, gli esempi ispiranti. Fanno capolino – forse un po’… ingigantiti dalla distanza – anche gli autori di questa prefazione, cosa che ci ha fatto tentennare: «Se introduciamo il libro, siamo o non siamo in conflitto d’interessi?» Dopo attento rimuginare, abbiamo deciso che valeva la pena introdurlo. I maligni maligneranno, e allora? Nil novi sub sole.

Noi ci fermiamo qui. La parola a Citton. Altre cose, ben più approfondite sotto l’aspetto filosofico, le scrive Enrico Manera nella postfazione. Prima del congedo, non resta che ringraziare lui (Manera) e Maurizio Vito, per averci, praticamente in simultanea, fatto conoscere Mitocrazia. Da cosa nasce cosa nasce cosa, e adesso – per opera di Alegre – il libro esiste in italiano.
Buona lettura.

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Mitopoiesi, mitodinamica e mitocrazia. Appunti di lavoro per una nuova sinistra mitocratica

di Enrico Manera

Ho letto Mythocratie poco dopo l’uscita dell’edizione originale francese (2010) grazie alla segnalazione di Andrea Cortellessa – e a lui va un ringraziamento –, in occasione di un mio contributo al dibattito sul mito, su Furio Jesi in particolare, per un numero di alfabeta2.

Tre anni di lavoro di ricerca sulle mitologie, da un punto di vista teorico, storico-storiografico e letterario mi hanno reso particolarmente sensibile alla riflessione politica sul mito, sulla critica della sua presenza ma anche sul suo uso possibile nell’attualità: un impegno in cui, partire dall’interesse per l’opera di Jesi, sono stato felicemente coinvolto su Giap da Wu Ming 1 e in altri ambienti. Da lì inizia la catena di eventi che porta, grazie alle edizioni Alegre, alla pubblicazione del libro che il lettore ha tra le mani.

Al centro del discorso sta il rapporto tra mito e politica, che è fondativo della dimensione del politico stesso e che si rivela sempre più attuale in anni di attività politica mediatizzata, spettacolare e ‘liquida’.

In modo più radicale e profondo rispetto all’impiego propagandistico del mito teorizzato da Georges Sorel agli inizi del ‘900 e alla “tecnicizzazione” fascista analizzata da Ernst Cassirer e Károly Kérènyi dal secondo dopoguerra, parlare di mitologia significa qui parlare in termini teorici più ampi di ‘grandi narrazioni’, la crisi delle quali coincide con la condizione post-moderna (Lyotard); significa anche dire ideologia, nei termini di un marxismo critico e post-francofortese che consideri la sovrastruttura come fattore determinante e costituivo del potere e non solo una sua funzione derivata e secondaria.

Significa in termini pratici constatare i risultati desolanti dell’oggi in cui risulta mortificata ogni passione politica che si voglia aliena dalla professione, dalla spettacolarizzazione e dal malaffare; una situazione che richiede nuovi strumenti per la comprensione delle nuove forme mitologiche capace di determinare gli orizzonti di senso del mondo in cui viviamo, aggiornando la cassetta degli attrezzi teorica che è stata inaugurata da Roland Barthes già dai tardi anni cinquanta e portata ai massimi livelli dalla svolta semiotica della cultura degli anni settanta.

Nelle società contemporanee lo spazio pubblico è stato egemonizzato da una civiltà delle immagini di derivazione televisiva, e via via digitali, multimediali e transmediali, capace di mettere in crisi una consolidata tradizione di pensiero critico. In Italia, la cui crisi politica può essere pienamente spiegata da vent’anni di mitologia berlusconiana trionfante (farsesca versione di quella neoliberale) che hanno oscurato nel senso comune oltre cento anni di epos dell’emancipazione legata al movimento operaio e sindacale: la fine delle grandi lotte operaie nel 1980 chiude la stagione di rivendicazioni sociali apertasi nel 1969 e prefigura il trionfo del pensiero economico che, fatto proprio dalla stessa socialdemocrazia, ha comportato la cancellazione dall’immaginario collettivo di decenni di storia delle classi subalterne e la fine della coscienza di classe come visione del mondo capace di mutarlo. Seguono l’esplosione delle televisioni private e il correlato a livello di massa di conformismo, omologazione, edonismo, narcisismo, implosione della critica e assorbimento dell’utopia.

Il resto, con le vicende dei due crolli – del Muro di Berlino e delle Torri Gemelle – è noto al lettore e ci accompagna lungo un piano inclinato alla crisi irreversibile della sinistra istituzionale, superata per modalità e temi da una realtà difficilmente inquadrabile come il Movimento 5 Stelle e disintegratasi dall’interno per scontri di potere e inconciliabilità delle sue anime. Neanche la crisi economica successiva al 2007, che pure ha fatto da moltiplicatore e da acceleratore per situazioni di protesta e rivolta in tutta Europa e nel mondo, in Italia ha fornito ragioni e motivi per una rinascita della sinistra : se realtà militanti e pensanti continuano ad esistere e a proporre alternative, non esiste un soggetto politico che sia in grado di interpretarle o comunque di proporle come forma di governo.

In ogni caso, anche in Europa, è in gioco la questione della legittimazione delle democrazie moderne con i suoi diversi addentellati, che siano la crisi della sinistra o il dominio della destra.

Il problema principale rimane il fatto che se da un lato è necessaria la critica di un modo di comunicare autoritario e ideologico, incantatorio e mitologico quale è la narrazione ‘di destra’, neoconservatrice e neoliberale, continua a mancare una narrazione nuova ed autentica che possa definirsi ‘di sinistra’ e che possa realizzare e attualizzare l’emancipazione e il riscatto per un’ampia comunità di soggetti, all’interno di un progetto di utopia .

Questa rapida sintesi, che trova un corrispettivo visivo in un recente film molto intelligente come Viva la libertà di Roberto Andò, descrive una questione dai vasti contorni e correlata a una bibliografia immensa, in cui rientra il dibattito contemporaneo sul mito, sull’identità e sulla teologia politica. Un discorso in cui è facile perdersi e di cui il libro di Citton appare come una mirabile disamina, capace di condensare agilmente decenni di riflessioni prodotte all’interno della sinistra critica contemporanea.

Si tratta di un modo per rimettere insieme i diversi fili dell’aspetto strategico dell’analisi ma anche per provare a dare delle risposte al più difficile, impegnativo e paralizzante che fare? , in un momento in cui, pur disponendo di strumenti di analisi raffinati, risulta davvero oscuro come uscire dall’ impasse e come ripensare la narrazione in quanto fatto eminentemente politico, in grado di ridefinire scenari futuri e di fornire respiro all’azione collettiva.

Le mitologie ci fanno essere quello che siamo

Dai tempi de La dialettica dell’illuminismo di Adorno-Horkheimer è chiaro come l’errore di ogni illuminismo consista nel credere di potersi disfare del mito; nel non vedere come esso si riproduca in modo proteiforme e nel sottovalutarne l’importanza e il radicamento nell’umano, nel trascurarlo e nel farlo a pezzi, consegnandolo di fatto al pensiero reazionario e populista: la demitizzazione radicale, il sogno razionalistico che accomuna illuminismo e marxismo, risulta impossibile perché la sola razionalità analitica e amministrativa non sembra essere capace di superare le secche del nichilismo e del disincanto, preparando il terreno – e soprattutto le masse – a nuovi imbonitori e a reincantamenti inaspettati, fondamentalisti e dogmatici. Se il mito e la cultura di destra sorgono dentro le stesse logiche sacralizzanti fin dall’età moderna e sono destinati a un sodalizio continuo per la forma del loro linguaggio stereotipante e monumentale, la stessa sinistra nelle sue peggiori manifestazioni storiche, come il Diamat e il culto stalinista, si è trasformata in una dogmatica repressiva o all’altro estremo nel vacuo estetismo che produce le icone di Che Guevara e le grandi kermesse canore del Primo maggio: in ciò si rivela di fatto ‘cultura di destra’ (Jesi).

L’esito più fecondo di un dibattito europeo sul mito, sviluppato in particolare in Germania dai tardi anni sessanta con il coinvolgimento di numerosi studiosi ( su tutti Hans Blumenberg, Manfred Frank, Leszek Kolakowski, Jürgen Habermas ), è che il mito va accolto, decostruito e umanizzato senza misconoscerne significati, immagini e emozioni che, se negati, finiscono per alimentare nostalgie tradizionaliste e neo-identitarie. Il mito politico ritorna nella contemporaneità in forme nuove e inaspettate perché risponde alle spinte disgreganti della globalizzazione, avvertita come fonte di disorientamento e alla crisi delle grandi storie che per secoli hanno garantito la stabilità dell’identità europea. La svolta sociocostruttivista delle scienze sociali ha mostrato che le identità politiche, sociali e culturali si costruiscono attraverso diverse narrazioni mitologiche, serie testuali e immaginali che determinano e consolidano le memorie culturali e le strutture connettive dei gruppi umani determinando «immaginario sociale» (Castoriadis), la rete simbolica in cui si radicano atti individuali e collettivi nella loro relazione con la significatività . Da un lato dunque il mito è forma di dominazione, come lo studio dei totalitarismi e poi la critica delle democrazie post-moderne e populiste hanno messo in luce; dall’altro continua ad apparire come strumento di critica, progresso ed emancipazione, invocato dalla crisi del significato collettivo, poiché del mito si scopre il valore di legittimazione quando questo viene meno, in seguito alla nietzscheiana «morte di Dio».

Su queste premesse si inserisce Citton, che ha un profilo biografico molto interessante: nato nel 1962 a Ginevra, è teorico della letteratura e filosofo politico con un curriculum denso e internazionale, insegna all’università a Grenoble, è redattore della rivista militante Multitudes, nutre interessi contemporanei quali il free-jazz e l’indie-rock . A partire da questa postura esistenziale e da una forte consapevolezza meta-sociologica, lungi da fare il m aître à penser che invita alla rivolta dal salotto buono, sintetizza i risultati più interessanti del recente dibattito francese mettendo al centro del suo discorso la lettura recente di Spinoza, il pensatore classico moderno che per primo ha affermato che ogni potere emana dalla moltitudine e che tutte le società si basano sull’immaginazione politica . U n mito politico è tale non solo per il contenuto della storia che narra, ma per il fatto che questa narrazione è performativa e coagulante, che è condivisa da un gruppo e che fornisce significatività alle condizioni politiche, cioè alle condizioni relative al conflitto per la distribuzione del potere e delle risorse.

A fianco all’asse teorico dell’immanenza e del materialismo antropologico si ritrova quello legato all’opera di Foucault, il classico contemporaneo che ha permesso di riformulare una teoria del potere, oltre e accanto a quelle liberali e marxiste. Com’è noto, nel moderno il potere si esercita in istituzioni disciplinari che hanno un «potere di normalizzazione» e di «naturalizzazione» della realtà, lavora in modo «microfisico» permeando ogni piega della società. Esso si incarna dunque non tanto nei simboli e nei grandi eventi dell’uso pubblico e del monopolio legittimo della violenza (come in Weber) quanto in una miriade reticolare di campi di forze in tensione che coinvolge tutti gli individui all’interno di più meccanismi impersonali, per indicare i quali viene usato il termine «dispositivi». B iopolitica significa la serie di strategie anonime in cui si realizza un potere opaco, esercitato sulla vita delle persone e caratterizzato da controllo dei corpi. Le istituzioni, sorte dall’incrocio di saperi e poteri (igiene fisica e mentale, carceri, manicomi, scuole, università, fabbriche, uffici, mezzi di comunicazione…) organizzano la vita dei cittadini di uno Stato in modo invisibile e diffuso, basato sull’adesione a un sistema di valori e realizzando una struttura reticolare. Foucault analizza le procedure di trasformazione degli uomini in “soggetti”: le strategie di istituzionalizzazione, ovvero le modalità attraverso cui gli individui soggettivano la norma, la riferiscono a se stessi e se ne impossessano, e le forme di soggettivazione, la formazione di uno stile di vita e della personalità etica, che egli intende come le regole che fondano la soggettività.

Sintetizza Citton: «Se l’espressione “pensare il potere” ha un senso, questo è precisamente quello di pensare all’intreccio intricato delle meta-condotte (strategiche) che inducono le nostre condotte». I racconti in cui siamo avviluppati nella nostra esistenza quotidiana avvengono all’interno di una vera e propria «scenarizzazione»: «raccontare una storia a qualcuno non implica solo articolare determinate rappresentazioni d’azione seguendo una specifica successione, ma comporta anche “condurre le condotte” di chi ascolta, a seconda dell’inclinazione conferita alle articolazioni e alle concatenazioni. Mettendo in scena le trame dei personaggi (fittizi) del mio racconto, contribuisco – in maniera più o meno efficace, più o meno incisiva – a scenarizzare il comportamento delle persone (reali) cui rivolgo il mio racconto».

La riflessione sul potere diventa una riflessione sul «potere di scenarizzazione» e si situa all’incrocio tra antropologia, sociologia, narratologia e semiotica: «passare dalla problematica della narrazione a quella della scenarizzazione significa chiedersi in che modo – attraverso quali strutture della comunicazione e con quali effetti possibili – una storia possa coinvolgere un pubblico e orientarne i futuri comportamenti». Nell’analisi di Citton «un racconto costituisce un marchingegno per catturare (…) desideri e (…) convinzioni». Simile a una macchina da guerra o teatrale, lo storytelling è un meccanismo operativo e strategico che, in quanto struttura di integrazione dell’individuo in un sistema culturale ed economico, è essenzialmente donazione di senso. I suoi prodotti, i racconti, orientano desideri e convinzioni – comportamenti, azioni, condotte –, all’interno di una economia degli affetti che è snodo decisivo del potere nelle società del controllo, un potere che prende l’aspetto di un «Nuovo ordine narrativo» realizzato dall’«immenso cumulo di racconti che le società moderne producono».

Attraverso la costruzione linguistica e visiva dell’immaginario sociale l’ideologia dominante si esercita anche quando non mostra contenuti apertamente ideologici. Un’ industria culturale ormai sovrapposta completamente al potere globale nelle sue forme sempre più accessibili e semplificate continua a essere nella società contemporanea uno dei principali fattori di fabbricazione dei “miti” nei quali ai suoi membri è dato di rispecchiarsi. Citton fornisce la formulazione aggiornata e uno sguardo di insieme di un dibattito teorico che troppo spesso si ferma agli anni Ottanta, di estrema utilità tanto allo studioso di mitologie contemporanee quanto al militante di sinistra. Come le mitologie fasciste e nazionaliste sono state il correlato alla spersonalizzazione della massa, il linguaggio dell’intrattenimento e dell’immaginario hollywoodiano, quello televisivo delle soap opera e dei talk show, dei telegiornali della sera e dell’intimità esposta nei social network sono il codice adatto alla dimensione pubblica della società di massa e dello spettacolo nelle sue mutazioni contemporanee.

Uno stesso principio logico-genetico lega lo stato etico e organicista alla retoriche dell’intimità veicolate nella sfera del rotocalco, della pubblicità e oggi del reality show o dell’informazione spettacolare in tempo reale : viene creato uno spazio ideale che illumina le esistenze individuali sollevandole dalla loro percepita banalità e le colloca in un’aura di eccezionalità. La naturalizzazione della realtà diventa iper-realismo nella società dell’immagine, alla cui adesione la realtà stessa viene piegata. Modelli culturali e stili determinati divengono simboli di un sistema di valori e credenze dalla cui adesione dipendono l’inserimento sociale e la realizzazione personale: le esistenze individuali diventano recitazione di ruoli all’interno di un copione scritto e organizzato da un sistema di potere invisibile e dai contorni inafferrabili. Lo storytelling è il potere di oggi, o quantomeno uno dei suoi aspetti cruciali considerato che Citton per primo ci ricorda che il Soft Power non potrà mai sostituire l’Hard Power che lo fonda.

Una ‘mitologia di sinistra’ è possibile?

Il significato inemendabile del mito nella definizione delle memorie culturali e delle identità politiche invoca un suo possibile uso legittimo, differente da quello ‘di destra’ e praticabile nella lotta di sinistra per la definizione degli orizzonti, dei problemi e dei frames di riferimento. Se il discorso mitologico è prassi comunicativa capace di costruire realtà mediante l’immaginario, oltre alla necessaria ‘distruzione’ del mito-violenza, non bisogna abbandonare il mito-utopia, narrazione che è insieme riflessione al servizio di una razionalità cosciente e responsabile.

Ma come fare a non cadere nel gorgo del mito e nella sua ipnosi incantatoria, visto che gli umani sembrano filogeneticamente predisposti alla credulità e alla mancanza di ragionamento? Il ricorso al mito da parte della propaganda politica è per sua stessa natura “reazionario”, se non “fascista”, anche quando le sue finalità sono progressiste. Una volta che si abbia a che fare con soggetti di forte impatto emotigeno, come sono le immagini mitologiche, la razionalità critica rischia di essere messa fuori gioco. « Com’ è possibile indurre gli uomini a comportarsi in un determinato modo – grazie alla forza esercitata da opportune evocazione mitiche –, e successivamente indurli a un atteggiamento critico verso il movente mitico del comportamento ?», si chiedeva Furio Jesi. Dal secondo dopoguerra sulla scia di Mann, di Brecht, di Benjamin, di Adorno la sinistra intellettuale ha sempre avanzato l’idea che il discorso artistico fosse l’unica possibile esperienza mitica “genuina’” capace di parlare alla collettività nel rispetto per l’uomo.

Se già Benjamin sosteneva la «politicizzazione dell’arte» tipica delle avanguardie contro l’«estetizzazione della politica» operata dal fascismo, si può ormai riconoscere un paesaggio intellettuale recente di riflessione mitologico-politica che dall’«ontologia della finzione» di Jean-Luc Nancy in La comunità inoperosa (1983, con importanti considerazioni sul «comunismo letterario») giunge fino al «potere di scenarizzazione» di cui ci parla Citton nel 2010.

La mitopoiesi è una dinamica elementare di costruzione della realtà: miti, luoghi comuni, strutture narrative ricorrenti determinano modalità di comportamento; la narrazione – concatenazione di simboli preesistenti in sequenze temporali, spaziali e causali – fonda, dà luogo e stabilizza la soggettività stessa. Tramite l’inserimento del sé in una narrazione, il racconto mitico si fa parte costitutiva di ogni programma di senso e azione. La storia del proprio vissuto, il racconto interiore, è l’identità stessa, processo di organizzazione narrativa della memoria e di autocostruzione che riguarda tanto il piano individuale quanto quello collettivo. Un modo antropologico di essere di sinistra necessita di uno storytelling adeguato e deve guardare al realismo critico e alla letteratura: questa in particolare è discorsività che articola in sequenze idee e immagini e le ‘raffredda’ e le de-metafisicizza. Il linguaggio creativo produce la mitologia, ne istituisce il tempo segreto senza produrre l’illusione della trascendenza ma rimanendo fedele all’immanenza, come risvolto utopico del tempo della storia. La scrittura (nel termine più ampio di produzione umana di immaginario sull’umano) è la macchina mitologica che genera la miticità esibendo il segno umano della sua produzione, neutralizza l’effetto ipnotico del mito-sostanza senza soffocare l’emozione che l’immagine suscita: il dispositivo linguistico-ideativo genera lo spazio letterario, extra-quotidiano e latore di significatività che illumina l’esistenza e realizza il mito umanizzato.

Dotati di valore pubblico e politico, la scrittura, il cinema e la musica (protagonista della proposta di Citton, che si interessa di culture pop e alternative) svolgono ancora un ruolo fondamentale nella battaglia per la narrazione contro il discorso mitologico neo-metafisico avanzato dall’immagine mediatica dominante.

Per un autore come Jesi, che non ha potuto vivere gli anni Ottanta, nell’elaborazione del proprio immaginario il mito-creativo deve mostrare la sua genesi artificiale grazie al montaggio ironico e parodistico, con un effetto simile allo straniamento che Brecht nel teatro e Benjamin nella critica praticavano sistematicamente in senso emancipativo per disinnescare l’immedesimazione ipnotica o consolatoria. Analogamente, aggiornando il discorso al terzo millennio con le sue specificità legate alla comunicazione, Citton introduce la nozione di «svolta verso Saturno» indicando nella mitocrazia del jazzista afro-americano Sun Ra e nelle pratiche delle arti espressive contemporanee radicali un modo possibile per riscattare il racconto mitico salvandone la significatività e il potenziale comunicativo, fino a farne uno strumento di mitologia ‘autentica’ per comunità in rivolta in cui «singolarità di ogni scrittura e la dimensione comune della moltitudine», individuo e comunità, trovino il loro equilibrio.

La stessa funzione ha la proposta della «mitocrazia del virtuale tizio qualunque», che si ritrova nella parte conclusiva del libro: il tizio che noi siamo, spersi nella moltitudine ma ad essa appartenenti e in essa desideranti, la cui storia «conta di più proprio perché conta di meno» e in ciò acquisisce un forte potere di «contro-scenarizzazione» contro i miti dominanti della crescita illimitata (e della fine del welfare “perché non possiamo più permettercelo”).

Esiste una continuità, da tempo nota e praticata, tra la linea di ribellione/emancipazione che solca le controculture giovanili (che non a caso sono state sterilizzate, inquadrate e commercializzate mentre le giovani generazioni subiscono fin dalla più tenera età una colonizzazione dell’immaginario da parte del Nuovo ordine narrativo) e le tante vicende di rivolta e rivoluzione della storia: in questo modo si producono «attraverso le gioie del contagio» i «germogli» di «nuovi mondi del possibile preclusi alla ragione contabile» e le ragioni di una ricerca della «felicità» presente.

In questo contesto Citton chiama in causa il progetto culturale e politico di Wu Ming, che «condensa una serie di pratiche, di partiti presi e di teorizzazioni che forniscono un’eccellente piattaforma di riflessione sullo statuto delle storie, dei miti, delle comunità e delle scenarizzazioni ancora da inventare».

É il felice esempio di una scrittura narrativa in grado di additare la svolta ‘saturnale’ e di produrre condivisione per diversi motivi: la decostruzione del mito dell’autore, la dimensione collettiva intensamente praticata, la tematizzazione di eroi eccentrici, di nodi storici complessi e comunità minoritarie e trasversali, i plot irriducibili a stereotipi maistream e trionfali, il legame con i movimenti militanti e con un’eterogenea opposizione culturale, il radicamento in una transmedialità in divenire attraverso la rete, la programmatica nuova epicità ragionante.

La nuova sinistra a cui ci invita Citton si vuole dunque mitocratica, non perché ogni altra via è risultata perdente ma perché ogni altra scelta perdente è stata finora il contrario di questo: un progetto «fondato sul principio di partecipazione di tutti e di ognuno alle attività di narrazione e di scenarizzazione», «un cantiere comune per la costruzione di una dimensione comune attraverso delle virtuose collaborazioni tra tizi qualunque» per «aprire varchi nelle nostre immaginazioni». «”Ciò che resta del mito quando questo si interrompe” sono forse le voci delle instabili epopee minoritarie che ci insegnano a vivere in un eterno cantiere (…) sempre aperto ai nuovi concatenamenti che il potere di scenarizzazione saprà inventare».

Il fascino di queste pagine sta nel suggerire non i contenuti ma le forme narrative di un contro-potere che coincidono con la sua realtà performativa in un progetto che ripropone con gli strumenti dell’oggi il ruolo di un’avanguardia politica che voglia riconquistare un’egemonia culturale: «non tanto un sistema di idee, coerente e totalizzante, fermamente ancorato al rigore del concetto e capace di rassicurare gli animi inquieti con la sua pretesa d’avere una risposta per tutto ( un’ideologia), bensì piuttosto un bricolage eteroclito di immagini frammentarie, di metafore dubbiose, di interpretazioni discutibili, di intuizioni vaghe, di sentimenti oscuri, di folli speranze, di racconti senza cornice e di miti interrotti che prendano insieme la consistenza di un immaginario , tenuto insieme, ancor prima che da una coerenza logica, dal gioco di risonanze comuni che attraversano la loro eterogeneità per affermare la loro fragilità singolare».

Da un simile bricolage emergono le risorse comunicative di una sinistra, dai riferimenti teorici post-moderni e post-strutturalisti, che ponga le condizioni cognitive per non cadere in nuove tecnicizzazioni destrorse, mercantilistiche e neoconservatrici dei propri miti: prima fra tutti la capacità di entrare nella sfera del racconto senza mai smettere di riflettere sull’emozione che essi generano.

Il ritorno di narrazioni emancipative e di giustizia sociale coincide con una consapevole mitopoiesi ‘leggera’: una poetica della politica come racconto (metafisicamente) infondato che renda palese ciò che sta dietro le quinte del mito dei vincitori, evidenziando la dimensione umana, collettiva, euristica dei propri e la frattura tra realtà e immaginazione utopica. Un nuovo mythos di resistenza, cambiamento e condivisione, al tempo stesso dichiarazione di sfiducia verso ogni ‘Mito’ e metacritica di sé, antidoto del suo precipitare in idolo per le comunità che in esso si cercano.

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