Pipi ritto ‘un vòr consigli (favola del degrado e di san valentino)

di Ape

degrado

Tictictictictic..ore 7.48
“Senti, ‘un c’ho punta voglia oggi d’entrá.”
“E ‘un entrá, dèh.”
“Buchi con me?”
“Mmmmhh..nnnnnìssssònnnosì.Si potrebbe anco fà. E dove si va?”
“Intanto si va alla Tazza a fá colazione che manca già dieci all’otto e bisogna svignarsela, poi ci si penserà. Scitto n’hai?”
“No.”
“Cicchini?”
“Quattro diana. Blu, ovviamente.”
“Ce le faremo bastare. Vai a prendere ir motore, che io passo dal cortile, e poi mi vieni a prènde dinanzi alla sala giochi.”

Tictictictictic..ore 9.23
“Cinque, sei, e l’urtima sette. E dù figure. T’ho babbeizzato ancora.”
“Per forza, c’avevi tutti gli stilli. C’hai più culo che anima.”
“Pallina, come diceva il cavalier Catellani, la mia è classe, non culo.”
“E come no. Allora? Si va ar mare?”
“’Un c’ho miscela, e nemmeno i varini per falla. Se te ce l’hai..”
“No, n’ho pochini anch’io.”
“Andiamo al Giardino Scotto.”
“Passiamo dal Lungarno?”
“Sei impazzita? Rischiamo che ci sgamino di brutto. No, facciamo San Martino ed entriamo da via Bovio.”
“In due, senza casco e in controsenso. Se becchiamo i caramba ci arrestano.”
“Se becchiamo i caramba ci buttiamo in via Bruno e ci diamo alla macchia.”
“Come vuoi, tanto ir motorino è tuo. Così già che ci passiamo davanti ci fermiamo all’edicola di piazza che voglio comprà l’urtimo di Dylan Dog.”
“Io invece penso che mi prenderò Prèibòi.”
“Per andarti poi a nascondere dietro un cespuglio col giornaletto?”
“Ma no, per quello c’è Le Ore.. Prèibòi è diverso, serve ad immaginarsi un mondo di prasti’a, immoto, con te seduto su una sedia a sdraio con l’accappatoio, un cocktail in una mano e la fava nell’altra mentre da dietro i Rèibàn osservi tutte quelle topine patinate che fanno il bagno nude come mamma l’ha fatte nella tua personale piscina olimpionica.”
“Ma sentilo, il compagno..ma perché ‘un t’accontenti di vello che ti passa ir convento?”
“Cosa ‘ntendi?”
“Quello che ho detto.”
“Oh, io sarò anche pieno di ‘ontraddizioni, ma una cosa qui te la dico e qui te la nego: fra vent’anni io indosserò ancora l’eskimo, te invece brontolerai contro tutto il corpo insegnante perché sciopera o perché fà dù ore d’assemblea sindacale e te ‘un sai come e dove parcheggià ir filliolo.”
“Te di vesto ‘un ti devi preoccupà. Preoccupati se andrò ancora in giro con le puppe ar vento.”
“E’ la cosa più intellijente che tu abbia detto da stamani.”

Tictictictictic..ore 10.41
“Com’è l’ultimo Dylan?”
“’Nzomma..e poi, ‘un m’hanno nemmeno pubbri’ato la lettera che gli ho mandato.”
“Per forza, con quello stile ondivago che t’arritrovi, che ‘un si ‘apisce mai una sega su dove vuoi andare a parà.”
“Spiritoso. Sarò una grande scrittrice, un giorno.”
“Ah, io non avrò di questi problemi. Non so scrivere.”
“E baciare?”
“Vuoi mettermi alla prova?”
“Te che dici?”

Tictictictictic..ore 11.05
Dopo VENTIQUATTRO minuti di feroci slinguazzate e di tentativi andati a vuoto, finalmente riuscì a sganciare UN bottone della camicetta. Ma era IL bottone, il terzo dall’alto e il quinto dal basso, quello che apriva le porte del Paradiso. All’interno del sistema nervoso centrale le protezioni non intervennero: le sinapsi andarono in corto, l’orecchi divennero rossi che c’avresti potuto còce un òvo, il sangue defluì dal cervello, le tubazioni si ruppero, i polpastrelli cominciarono a sudare, le asole si aprirono. Ma:

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“E adesso chi è?”
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“Ma no, ma proprio ora?”

“Babbo.”
“Mamma.”
“Sono a scuola.”
“Sono appena tornato da ricreazione.”
“E te come lo sai?”
“E te come fai a sapello?”
“Avete ricevuto un’email sul cellulare dalla scuola che vi ha avvisato della nostra assenza?”
“E come fate ad avè uno smarfòn nel 1995?”
“E come facciamo noi ad avere un cellulare co’ ‘ste musichine?”
“Ah, è quer bischero dell’autore che ha deciso di inserire nella storia questo anacronismo?”
“Allora possiamo riprènde a limonà in santa pace e fra dù ore veniamo a desinà come se ‘un fosse successo nulla.”
“Dici di no? Oramai siamo der gatto?”
“Va bene, veniamo subito a casa. E poi, sì, facciamo i conti.”

Tictictictictic..ore 18.01
“Signore?”
“Sì.”
“Le ho fatto una domanda.”
“Mi scusi, mi ero distratto. Può ripetere?”
“Quindi, Le dicevo, è una bella cosa che le scuole t’avvisino subito via mail se i nostri ragazzi sono in classe oppure no, non trova? Oramai al giorno d’oggi se ne sentono di ogni.”

Prima no, invece.
Ettate di hashish jeder Tag.
Decine di paste che giravano il sabato mattina che sembrava d’èsse da Lilli sull’Aurelia.
E se ti serviva la gnugna, tranquillo che c’era anche quella.

“Beh..”
Guardò nell’abbondante scollatura della moglie del coglione con cui aveva attaccato bottone in treno. La guardò negli occhi, vide che ridevano divertiti.

Dì la verità: anche a te ti garbava bu’à ogni tanto per andà al Giardino Scotto, vent’anni fa.

“..scusate, è la mia fermata. Piacere di avervi conosciuti. Buonasera.”

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