Sbirri, sarete mica voi degli infami? Appunti per una discussione sul moderno concetto di eroe

di Genus Migrans

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Mi colpisce il fatto che sono donne, e forse non dovrebbe. Non dovrebbe colpirmi. La sorella di Stefano, la sorella di Giuseppe, la mamma di Federico, la moglie di Aldo… Sono donne che urlano di dolore. Urlano perché sono morti i lori cari. E non sul Carso, né sul fronte russo, né alle porte di Troia. Sono morti sul campo di battaglia della civiltà. Questi avevano commesso reati che nelle nostre esperienze quotidiane ripetiamo con lucida consapevolezza: ci droghiamo, beviamo, urliamo, ci sfoghiamo e disperiamo consapevoli di dover provare a superare il segno, per inquadrare esperienze che altrimenti ci sfuggirebbero senza sosta. Questo inquadrare esperienze è ciò che ci serve a costruire l’esistenza, sottraendola all’ottusità della norma. Ma non è pacifico, né affermarlo, né compierlo. Perché oltre il segno c’è il serio pericolo di doversi scontrare con quella stessa ottusità a cui ci si vuole sottrarre. Le donne che urlano la loro disperazione lo sanno, e lo sapevano prima e forse hanno urlato anche in passato, mettendo in guardia dal pericolo gli stessi uomini che ora piangono.

Adesso però, trascinando il cadavere a casa, oltre al nome del caro, vogliono urlare forte quello di coloro i quali lo hanno ucciso. Forse, dicono, avete fatto il vostro dovere: avete difeso Troia, avete risposto agli assalti, avete garantito la tenuta del sistema, perché vivete e per questo vi pagano, voi siete la Patria. E di quelli come voi le Patrie sono piene. Ma il nome non gli esce di bocca, il nome di chi si è battuto sul campo, con il fisico scolpito e l’ardore del guerriero che deve annientare il nemico, sembra nascosto tra altri nomi, stringhe di legge, altari e procedure. Eppure loro sanno, queste donne, che dietro questo nascondimento si cela un pericolo più grande, un pericolo atroce, il peggiore di tutti, il pericolo dell’infamia.
Solo l’infame è colui del quale non si può pronunciare il nome, colui che deve essere dimenticato perché ha commesso il più abominevole dei reati. Quell’eroe di Ulisse, vanitoso ma lontano da ogni rischio di infamia, sentì l’urgenza di dichiarare il suo nome a Polifemo, dopo averlo orrendamente ferito. Ulisse ha bisogno di sentirsi grande, e paga.

Allora, si domandano queste donne: che eroi siete voi, che pure servite la Patria, ma vi negate costantemente? Che pur avendo fatto il vostro dovere non dite il nome, né il vostro volto è possibile conoscere? Sbirri, sarete mica voi degli infami? Siete voi gente di cui non dobbiamo avere memoria? Di cui va perso il nome e il volto? Se sì, dichiaratelo e vi accontenteremo, altrimenti fatevi vedere. Questo urlano. E mi colpisce il fatto che siano donne. E forse non dovrebbe. Non dovrebbe colpirmi.

La sorella di Stefano, la sorella di Giuseppe, la mamma di Federico, la moglie di Aldo…
Ma dove stanno gli uomini?

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One Comment

  1. E poi voglio dire, a chi interessa il destino dell Italia? A nessuno! Si protesta piu per la vergogna del giudizio estero che per il proprio paese, in un declino forse irreversibile, mentre patetiche femministe si preoccupano dell eventuale risvolto moralistico di una sana indignazione di massa.

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