«Tifiamo asteroide». Cento racconti per annientare il governo Letta

da GIAP

Tifiamo asteroide

Ci sono voluti due mesi (l’appello è datato 6 giugno). Non è stato facile gestire l’abnorme mole di materiali ricevuti, a riprova che questo governo è molto apprezzato. Non è stato facile, ma alla fine eccola qui: Tifiamo asteroide, l’antologia di racconti che annichilisce il governo Letta e le sue basse intese, e lo fa non una volta, ma cento volte, cento volte cento, cento volte cento volte cento!
A cura di Mauro Vanetti.
Da un’idea di Alberto Biraghi.
Postilla di Wu Ming.
Editing e revisione a cura di Simona Ardito, Roberto Gastaldo, Natale aka VecioBaeordo, Mauro Vanetti e Alessandro Villari.
Copertina di Luigi Farrauto.
Progetto grafico e impaginazione di Simona Ardito.


in PDF e in ePub

[L’ePub ha ancora qualche sbavatura, ma le Perseidi non attendono. Lo sistemeremo nei prossimi giorni. Aggiungeremo anche il formato mobi/Kindle.]

Proponiamo qui la nota/prefazione scritta da Mauro Vanetti.

NOTA DEL CURATORE

Asteroide

A metà mattina ho sentito il telefonino vibrare: era qualcuno che mi menzionava su Twitter. Ero impegnato e non ci ho badato. Sono andato a controllare pochi minuti dopo ed erano i Wu Ming.
Due anni fa li avevo conosciuti di persona, così: «Ma sei a Bologna? Allora stiamo facendo un chiasmo perché noi invece siamo a Pavia».
Un chiasmo. Miracolo che ricordassi dal liceo, per giunta scientifico, che diamine fosse un chiasmo.
Avevo proposto un caffè per l’indomani a Pavia, loro in partenza per tornare a Bologna e io appena rientrato nella mia città. In effetti mi avevano poi chiamato per far colazione: «Ciao, siamo i Wu Ming».
Questo è per dire che sono dei tipi che a volte saltano dei passaggi.

Su Twitter avevano scritto che nominavano «ufficialmente e a sua insaputa» me curatore di una raccolta di racconti che era stata appena immaginata. Ero perplesso ma lusingato. L’hashtag che stavano utilizzando era #TifiamoAsteroide. L’idea, che veniva fuori dal cazzeggio antigovernativo sui social network di Alberto Biraghi, era abbastanza essenziale: un ebook, scaricabile gratuitamente dal celebre sito dei Wu Ming, Giap, fatto di un gran numero di racconti tutti con lo stesso finale. Il finale era semplice ed efficace: un grande meteorite, forse addirittura un asteroide, colpisce e annienta il governo Letta.
Lo dico per i posteri: il Letta i era un’aberrante formula di governo concepita nella primavera 2013 e basata sulla collaborazione dei maggiori partiti conservatori italiani, collaborazione già sperimentata l’anno prima con un governo di economisti cyborg non appartenenti a nessuna formazione politica. Tra questi partiti ve ne era uno, il Partito Democratico, che, per ragioni storiche e residui legami con l’apparato sindacale, molti consideravano appartenente al campo progressista, ma era in realtà diretto da mutanti. Questo aveva senz’altro aumentato lo scandalo visto che in tale formula di governo il pd si trovava alleato col suo presunto avversario storico, il supervillain miliardario megalomane Silvio Berlusconi. Nel periodo del governo Monti la collaborazione in sostegno dei ministri bionici era stata giustificata sulla base della avanzata tecnologia su cui si basavano quegli organismi semiartificiali. Era un governo hi-tech, non connotato politicamente, i cui membri obbedivano soltanto alla Legge Meno Uno della Robotica: «Un ministro del governo Monti non può permettere che, per le sue azioni o a causa della sua inazione, un membro dell’élite umana subisca un danno». Se tutto sommato funzionava coi cyborg – pensarono – andrà bene anche direttamente con i politici, e al posto degli androidi ci si sono messi loro, cercando comunque di obbedire alla medesima Legge.
Come si noterà, la politica italiana di questi tempi è già molto simile a un cattivo fumetto di fantascienza distopica. Nel predire e auspicare e metaforizzare una fine fumettosamente catastrofica per i suoi protagonisti non abbiamo fatto altro che spingere la realtà alle sue estreme conseguenze.

Ho dunque stabilito poche righe di finale obbligato, cioè queste:

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Ho voluto complicare un po’ la sfida mettendoci quella prima persona plurale e “quella musica”. Come si vede, però, non ho esplicitamente parlato della caduta di un corpo celeste; questo ha permesso numerosi tentativi di hacking basati sul rispetto del finale ma sull’attribuzione alla catastrofe di una natura diversa da quanto previsto dal titolo della raccolta. E a proposito di fraintendimenti volontari del finale obbligato, anche il governo delle larghe intese non è detto che fosse questo primo governo Letta; molti autori hanno ipotizzato infatti (forse solo per esorcizzarlo) che il 2013 apra una lunga era di governi di larghe intese, segnando di fatto l’entrata in un regime semi-dittatoriale. Risuona sinistramente bene con questa ipotesi minacciosa l’assurda rielezione di Giorgio Napolitano, che si trova così nella paradossale condizione di capostipite di una dinastia di presidenti costituita solo da lui. Presidenti che si autoclonano, pontefici doppi, un Enrico Letta e un Gianni Letta: un’epoca di moltiplicazioni che sembrano ingannevoli come gli sdoppiamenti della propria immagine nei labirinti di specchi. Qualcuno ha pensato bene di moltiplicare pure Letta, immaginando che l’Enrico Letta del finale obbligato non fosse lo stesso Enrico Letta oggi vivente, ma un suo successore, un suo sequel.
Insomma, le regole che avevo messo sono state strapazzate in tutti i modi. «Immaginate», direbbe qualcuno, «perché avremo bisogno di tutta la vostra fantasia». Non è mancato chi ha esagerato in fantasia, cambiando il finale, in quei casi (con una sola, meritevole e consapevole eccezione) ho accolto il racconto ma discutendo con l’autore un suo riadattamento alla prescrizione.

Aspettando l'asteroide

Nell’insieme dei racconti, compare un gran numero di personaggi, alcuni dei quali ricorrono per ragioni ovvie: i ministri. Va registrato che il ministro Josefa Idem, sbeffeggiata in alcuni contributi, è stata costretta a dimettersi per la potenza evocativa dell’asteroide ancora prima che il libro venisse pubblicato, segno forse – speriamo! – che questo governo si sgretolerà molto prima che Enrico Letta faccia in tempo a clonarsi.
La compagna Margherita Hack, invece, che è protagonista senza nome di un altro racconto, è morta prima che il libro uscisse: le porgiamo così un omaggio e un ricordo.
Ci sono autori (l’autentico Girolamo De Michele, un dubbio Francesco Guccini) che sono anche citati in altri racconti, così come i Wu Ming e addirittura… io.
Non mancano diverse figure mitiche e storiche, incluso Iddio e il Suo eterno Nemico. Berlusconi compare diverse volte come una figura patetica e malinconica, impegnato in riflessioni introspettive e retrospettive. Un famoso comico che non fa più ridere fa diverse apparizioni (ma, vi garantiamo, almeno questa volta non ha preso una lira di royalties) e da un racconto all’altro non interpreta sempre lo stesso ruolo. Sono citati Hitler, Marx e naturalmente moltissimi musicisti di tutti i generi, da due Strauss (Richard e Johann, non imparentati, il secondo è anche spacciato per autore) ai Rancid. L’eclettica combriccola farebbe ingrigire d’invidia la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

I racconti citano più o meno l’intera letteratura e filmografia fantascientifica mondiale, con una certa predilezione per le storie di alieni che vengono declinate nelle loro tre forme principali: l’extraterrestre invasore o bombardatore, l’extraterrestre profugo o immigrato, l’extraterrestre protagonista di una vicenda a parti ribaltate dove gli alieni siano noi. Il contatto con ciò che è radicalmente diverso, foss’anche nella forma di un provvidenziale filotto cosmico, sembra l’unica terapia alla sindrome da adattamento alle larghe intese.
Molti autori hanno anche attinto dalle sceneggiature dei film catastrofici di Hollywood, rovesciando la retorica dell’emergenza nazionale che domina le giustificazioni governative almeno dall’estate del 2011.
Il thriller cospirativo è un altro genere che sembra apprezzato da chi ha contribuito a Tifiamo asteroide; spesso i complotti sono architettati da manipoli di ribelli, come in Matrix o in Guerre stellari, talvolta sono macchinazioni di chi regge le sorti del Paese: se nel Ciclo della Fondazione Isaac Asimov aveva immaginato fondazioni secolari basate sulla “psicostoria” capaci di predire e guidare gli sviluppi politici, noi ci dobbiamo accontentare dei nostri psicostoriografi caserecci, la piduisteggiante Fondazione VeDrò, da cui sembra sia stata selezionata una parte consistente del personale politico tripartisan dell’esecutivo Letta, a partire dagli stessi Letta e Alfano. Quest’estate per la prima volta i vedroidi, come si autodefiniscono (il nome non può che alludere alla presenza tra loro di alcuni individui robotici), non terranno il loro summit pubblico a Dro, in Trentino: i fan asimoviani riconosceranno la strategia occulta pensata da Hari Seldon per l’elusiva Seconda Fondazione. Ma davvero non ci siamo contenuti per quanto riguarda le ispirazioni dei contenuti: ci sono le metafore allucinate di Dick, c’è il totalitarismo invadente di Orwell, c’è la guerra interplanetaria di Wells, ci sono le migrazioni forzate di Battlestar Galactica, c’è la balistica spannometrica di Verne, ci sono i fenomeni paranormali di massa di Valerio Evangelisti, c’è il futuro anteriore de Il pianeta delle scimmie e tutto l’armamentario dei paradossi temporali. Siamo riusciti a fare anche un capitoletto fantasy! E non manca l’ironia, la presa per i fondelli, la cazzata goliardica, qualche volta la pura e semplice evocazione di un accidente allo stramaledetto governo ladro, il “che vi venga un colpo!” che prelude sempre a ogni sommossa e a ogni insurrezione.

Red Asteroid

Mentre con l’aiuto inestimabile di quattro volontari, che sono anche autori, ho letto, corretto, rivisto e ordinato i cento racconti che abbiamo ricevuto, mi sono accorto che qualcuno avrebbe potuto criticare il format della catastrofe risolutiva come espressione di un senso di impotenza da parte della sinistra di classe, dei movimenti di lotta sociale, delle organizzazioni e dei collettivi anticapitalisti in Italia. Si potrebbe anche malignare sulla confusione ideologica, vista la varietà di riferimenti ideali che più o meno trasparentemente sono sottesi ai diversi racconti.
Il ritardo dell’esplosione della rabbia popolare e proletaria in Italia, con tutte le contraddittorie teorie che usiamo per spiegarlo, è un tema che innerva molte di queste pagine. La ricerca di scorciatoie in questi casi è naturale; i mandarini al potere dovrebbero già esser sollevati dal fatto che ci siamo limitati a scorciatoie scritte e sognate e non a quelle praticate…
Mi vengono in mente certe circolari di polizia di epoca fascista, dove i questurini segnalavano con preoccupazione al governo centrale la comparsa sempre più frequente di scritte murali contro il regime. Chi, rischiando la pelle, scriveva con un pennellaccio Abbasso il duce sul muro di un’osteria di paese, era un frustrato o faceva palestra di Resistenza?
E sia: forse è davvero frustrazione la nostra, ma c’è frustrazione e frustrazione. C’è la frustrazione operosa di chi si agita per uscire da una condizione intollerabile, come il pulcino che cerca col becco il primo punto di frattura del guscio, e c’è la frustrazione sterile. Se inizialmente sembrano condizioni analoghe, il risultato finale è diverso quanto il canto di un gallo è diverso da una frittata. In alcuni racconti in particolare, e nell’intera raccolta vista come incoerentissima opera complessiva, si intravede l’ombra del beccuccio che tasta l’uovo dall’interno, si capisce che il tracciato del sentiero non vuol essere una scorciatoia ma solo la pista dell’esploratore in avanscoperta, che sa che quando si va davvero, si parte tutti insieme, tutti insieme si torna.

Li abbiamo messi dentro tutti e cento, senza filtro, scartandone solo uno che era un’evidente provocazione fascistoide (siamo buoni ma mica fessi).
Alcuni sono molto belli e non sfigurano al fianco di un paio di divertenti contributi di scrittori affermati che hanno voluto partecipare. Ce n’è anche qualcuno così così, ma è folklore popolare, non lamentatevi: ci si può sempre divertire con l’effetto “dilettanti allo sbaraglio” e comunque non ci prendiamo troppo sul serio.
Avevo scritto che la lunghezza massima ammessa era dieci milioni di battute, poco superiore all’opera monumentale di Proust Alla ricerca del tempo perduto, e vedo che qualcuno è stato appena dentro il limite; altri invece hanno puntato sull’effetto fulminante del racconto brevissimo.
Alla fine del lunghissimo processo di revisione e impaginazione, io e alcuni dei co-curatori ci siamo trovati simultaneamente online per dare gli ultimi ritocchi al libro. Abbiamo messo in sottofondo la colonna sonora dei racconti, che avevamo raccolto coscienziosamente su uno spreadsheet condiviso via Web, alzando il volume al massimo.
A un certo punto via chat l’impaginatrice ci ha scritto di accendere subito la televisione, perché stava succedendo un fatto pazzesco. Ho pensato che forse per qualche miserabile conflittucolo di palazzo era caduto il governo prima che facessimo in tempo a pubblicare l’antologia, e sarebbe stato un peccato: volevamo farlo cadere noi!
Ho acceso lo schermo e ho fatto appena in tempo a vedere le ultime scene della catastrofe che aveva appena colpito Roma. Al momento dell’impatto, da tutte le case attorno, da tutte le famiglie raccolte davanti alla tv, si è levato un urlo fortissimo di esultanza, sembrava quando tutti gridano «gol!» in simultanea alle partite dei mondiali ma innaturalmente più poderoso; l’aria è tremata mentre la telecamera della diretta vacillava per l’onda d’urto.
Stava andando una delle varie canzoni di Bob Dylan presenti nella playlist, forse quella del raccontino di Prunetti. Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Il cratere


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