Traversata – appunti di un apprendista olivicoltore (Prima Parte)

di Filippo “Filo” Sottile

All'orizzonte Panarea e Stromboli

Uno.
Mica è facile tenere insieme i pezzi. Coppola, cicca, foulard: il vento fa di tutto per strapparmeli via. Sistemo al collo il drappo indiano, nascondo in tasca la coppola. Le folate mi privano anche degli odori. Né il lezzo del porto di Palermo, né il fumo della sigaretta trovano la via delle narici. Mi stringo nella giacca a vento, cerco di compattarmi il più possibile. Provo a resistere ancora un minuto qui fuori. Alzo lo sguardo sulla città e, mentre cerco di capire a che tipo di bruttezza appartengano i palazzi di via Crispi, faccio la conta dei danni fisici.
Un occhio gonfio e iniettato di sangue (due giorni fa una libecciata mi ha infilato una manciata di segatura sotto la palpebra); un’unghia spaccata a metà da un colpo di seghetto; un lobo artigliato e tumefatto da una fronda che mi ha strappato un orecchino e un graffio più profondo e fastidioso degli altri nell’incavo del braccio sinistro. Mi è andata di lusso, l’isola ha preteso un modesto tributo di sangue questa volta. (Mi è andata peggio quando ne sono uscito con una cicatrice della dimensione di un uovo sulla caviglia o quando, in due distinte occasioni, mi sono fratturato gli alluci).
Spengo la sigaretta, asciugo le lacrime che sbrodolano dall’occhio malconcio e poi, con un’ora di ritardo, la nave parte.

Due.
Quest’anno compirò 38 anni. Quando ne avevo esattamente la metà ho scritto un racconto che si concludeva qui, al porto di Palermo, con una nave che come questa faceva rotta su Genova. In Suluq, così si intitolava, avevo condensato tutto quello che avevo capito della Sicilia e del mio (non) essere siciliano.
Quel non ci ha messo tre lustri a maturare. Mio nonno materno sosteneva che a quattro anni andassi in giro a dire “Ciugnu cicilianu”. A quindici, più spesso a sproposito che no, declamavo l’intro parlata di Sono Siciliano dei Nuovi Briganti:

La Sicilia non è tutta mafia, niathri nun semu mafiusi, âmu a sconfiggiri â mafia, âmu esseri tutti uniti a combatterla e âmu un giornu gridare ai quattro venti: sugnu sicilianu! Sugnu sicilianu! Sugnu sicilianu!
Quando nel 2000 ho cominciato a scrivere canzoni per la Brigata Torquemada e a interrogarmi su che cosa potesse significare cultura popolare e su cosa implicasse l’appartenenza a un territorio, ho iniziato a intuire di essere un prodotto culturale abbastanza tipico della banlieue torinese. A quel punto, a cascata, ho potuto concedermi di conoscere e amare il luogo in cui vivo.
Fino a quel momento vivevo in Piemonte come un esiliato.
Ero affetto da una sindrome, la siculocentrite cronica, affezione che colpisce soprattutto il genere maschile.
Ne era affetto Francis Zappa, padre di Frank, che «aveva sempre sognato di scrivere una storia del mondo con la Sicilia come fulcro»1. E poi, in in ordine alfabetico: Amari, Borgese, Bonaviri, Bufalino, Camilleri, Consolo, eccetera, almeno uno per lettera, fino ad arrivare a Verga. Vite letterarie spese a cercare di risolvere il rebus di quest’isola e di questi isolani.

Tre.

In Suluq, Peppe, il personaggio a cui prestavo i miei pensieri, guidava una Uno scassata sulla groviera d’asfalto che disputa alla Salerno-Reggio Calabria la palma di autostrada più incompiuta e disastrata d’Italia, la Messina-Palermo. Sul sedile del passeggero la sua fidanzata, Giusy, e dietro gli zii emigrati al Nord. Il viaggio, meno di 200 chilometri, era interminabile e si concludeva sulla banchina del porto. La stessa che io ora vedo allontanarsi da un finestrotto incrostato di sale.
Negli occhi e nelle parole degli zii, la Sicilia era immutata, immutabile, sempre vergine e pura e contemporaneamente degradata, derisa: una bambina violentata dal suo magnaccia.
Peppe replicava di rado agli sproloqui e alle proposte per il rilancio dell’isola dello zio Melo. La zia Nicolina e Giusy restavano confinate nel recinto dei monosillabi, l’una occupata a servire e prevenire ogni esigenza del marito e l’altra tutta proiettata al momento in cui avrebbe potuto fumarsi una canna.

Quattro.
Una volta, potevo avere 23 o 24 anni, ho incontrato Chiara, la mia maestra delle elementari. Ci siamo salutati e abbiamo parlato un po’, poi, abbastanza puntuale, ho fatto la mia solita teatrata del siciliano esiliato. Lei mi ha ascoltato due minuti e poi mi ha chiesto cosa pensassero i miei genitori: ci sarebbero tornati a vivere in Sicilia, loro?
– Mio padre dice che da vecchio ci vuole tornare.
– E tua madre?
– Mia madre no.
– Le donne non vogliono tornare mai.
Mi ricordo che quel pomeriggio non ho parlato più. La Sicilia eterna, la Sicilia rifugio, la Sicilia dell’età dell’oro si è sgretolata. La domanda di Chiara l’aveva demolita.
Quella conversazione è conservata nel mio calepino delle indicazioni preziose. Contemporaneamente mi diceva due cose: guarda cosa fanno le donne e ascolta il tuo lato femminile. Il seme forse c’era già, ma la coscienza di (non) essere siciliano credo sia germogliata lì, in quello scambio.
Ora, quando mi chiedono, dico che sono nato e cresciuto in provincia di Torino, figlio di siciliani, passeggero del pianeta Terra nel suo peregrinare per la galassia, pulviscolo vivo nel cosmo.
E non so immaginare una risposta migliore.

Cinque.
Mio padre è il terzo di otto figli. Nel 2014 ha donato a mia sorella e a me un pezzo di terra con circa 80 alberi. Sono quasi tutti olivi, cinque mandorli, due peri, un fico, un melo e poco altro. I miei nonni hanno lasciato la stessa quantità di alberi a ognuno dei loro figli.
Poche ore dopo l’atto di donazione, dopo aver proposto a mia sorella di spianare tutto e costruire un centro commerciale (scherzo! scherzo!), ho chiamato mio zio e gli ho chiesto:
– Quando vengo a raccogliere le olive?
– Vieni quando vuoi – mi ha risposto – anche subito, ma per le olive lascia stare, non ce n’è.

Gli olivi per natura alternano produzioni scarse a produzioni abbondanti, ma nel 2014, si è andati oltre la scarsità. Il clima e la mosca hanno più che dimezzato i raccolti. Da noi niente.

Sei.
La famiglia di mio padre è di Oliveri, costa tirrenica, 50 chilometri da Messina, giusto in faccia alle Eolie. Ci ho fatto almeno venti estati e sono tornato ancora in altre stagioni a montare mobili. Di quel posto (e anche di Marsala, la città di mia madre) conservo in memoria migliaia di informazioni e sensazioni: le spine dei fichi d’India, il profumo del mare al tramonto, la perfezione antica dei gusci delle lumache attuppateddhri, le mandorle mangiate a maggio quando sono ancora morbide. Datemi dieci minuti e vi faccio un elenco di cento memorie sensibili dell’isola. Ma c’è una Sicilia che assaporo ogni giorno: è l’olio di Oliveri. È verde, selvatico, deciso, gentile.

Sette.
Sono stato in sovrappeso tante volte. A un certo punto, ho anche sfondato la barriera fisica e psicologica degli 80 chili. Niente male per uno alto un metro, settanta centimetri e due olive. A quel punto, mia madre mi consigliò una dieta a punti.
In questo genere di diete si mettono in colonna peso, età, altezza, attività lavorativa e si tira fuori un numero. Questo numero è lo spauracchio quotidiano sotto al quale si deve rimanere: quel bicchiere di vino non lo bere, il quadretto di cioccolato non lo mangiare, non fare scarpetta che sennò sfori.
Con la dieta a punti dimagrivo, ma star bene è un’altra cosa. Dentro mi si faceva un vuoto che neppure abbuffandomi di alimenti a zero punti si poteva arginare. E poi mi mancava l’olio.
La dieta diceva che non doveva mai e per nessuna ragione superare i tre cucchiaini al giorno. Ma come si fa a cucinare una cosa semplice e gustosa senza l’olio? E perché negarsi il ricciolo a crudo sulla zuppa di legumi o sull’insalata?
Il manualetto della dieta asseriva che i grassi sono nemici della linea e quindi della salute. Dopo tre o quattro mesi di supplizio, ho mandato a fare in culo i contabili della dieta a punti: meglio grasso che depresso. L’olio di Oliveri ed io avremmo ripreso a frequentarci liberamente.

Otto.
A ottobre scorso mia madre, mio padre e io siamo scesi a raccogliere le olive, anzi, per utilizzare il termine tecnico di zona: a cutulari. Il primo giorno Nino, mio zio, fratello di mio padre, ci ha spiegato come disporre le reti sotto gli alberi, ha dato una canna con la cima rinforzata di nastro isolante a ognuno di noi, ci ha mostrato i movimenti principali e buon divertimento.
Dopo un’ora di quella ginnastica, dopo che i muscoli iniziavano a friggere, mia madre ha chiesto:
– Ma ci sono dei canti per la raccolta delle olive?
– No, – dice Nino – quannu si cutola aliva, si thravagghia e basta!

Nove.
Vale solo la pratica quando non c’è la grammatica. A furia di batti e ribatti ho scoperto che con un solo colpo secco sul grondaccio, dato a strisciare dall’alto verso il basso, puoi svuotarlo di olive senza massacrare troppo la pianta. Per i rami alti ci vuole la canna lunga e funzionano bene i colpi dall’interno verso l’esterno, l’unico problema è che vi sparano le olive fuori dalle reti. Il movimento classico, comunque, è una percussione veloce e ossessiva, un blastbeat alla Napalm Death, se ve ne intendete di musica grindcore. Il concetto è di istupidire i rami a tal punto da costringerli a mollare le olive.

Apprendistato con la canna. Primo giornoPer svuotare l’interno e la parte alta dell’albero è indispensabile salirci. La maggior parte dei nostri alberi è impostata a vaso policono. La prima impalcatura è bassa, è facile arrampicarsi. Poi, aiutandosi e bestemmiando contro la selva di succhioni, si può salire ai palchi superiori. Cutulari dal centro richiede una certa dimestichezza con l’equilibrismo arboreo. La canna di chi cotula da sopra è corta (Nino usa un manico di scopa segato) che va maneggiata a due mani: primo, perché sennò ti spacchi i polsi; secondo, perché sennò fatichi senza concludere niente. E quindi chi cotula dal centro deve saper stare in equilibrio sui rami senza tenersi con le mani.
Otto ore al giorno con la canna in mano mi hanno fatto vagheggiare di scrivere un manualetto per i neofiti e intitolarlo L’aikido e l’arte di cutulari aliva.

Ho fatto aikido solo tre mesi, poi sono caduto dalla bici e mi sono rotto lo scafoide. Dopo cinquantotto giorni di gesso è nata mia figlia ed è finito l’aikido. Peccato, mi piaceva.
Il maestro una volta mi ha detto: occhio ai piedi, devono essere rivolti nella direzione in cui eserciti la forza.
Vale lo stesso per la canna. Se i piedi non sono ben orientati, fai come quelli che in acqua alzano un metro di schiuma senza guadagnare un centimetro.
Comunque la cutulatura con la canna (bacchiatura, in italiano) non è l’unico metodo per raccogliere le olive. Un altro fratello di mio padre passa un pettine di legno fra le fronde (pettinatura); il marito di mio zia le spenna (brucatura a mano); lo zio proprietario del lotto sotto al mio fa raccolta e potatura insieme, cioè taglia alla base i rami a cui non arriva e mia zia li pulisce a terra (metodo Giannetto). Per completezza vanno menzionati i metodi di raccolta con attrezzi meccanici, battitori (elettrici e pneumatici) e macchinari che scrollano il tronco. Nino e mio padre negli ultimi tre giorni della nostra permanenza hanno tradito la purezza antica della cutulatura e si sono comperati un battitore pneumatico. Non me l’hanno fatto neanche provare, come a dire: te la cavi così bene con la canna…
In effetti, avevo preso il giro e poi c’avevo da pensare e non potevo perdere tempo a familiarizzare con il nuovo attrezzo. Mi arrovellavo su due questioni: uno che ci fossero così tanti metodi di raccolta all’interno di una stessa famiglia e due che nessuno ricordasse canzoni. Poi, quando mi stancavo di lambiccare il cervello, cantavo.

E la pampina di l’aliva
di l’aliva la pampina
veni lu ventu la cutulìa
la cimiddhria
cascari la fa

Dieci.

Nubi su Capo Milazzo

Il volo Ryan Air, se lo prenoti per tempo, costa più o meno come il pullman da Catania a Milazzo. A metà agosto abbiamo chiesto a Nino quando saremmo dovuti andare a raccogliere le olive. Lui per un po’ ha eluso la domanda: come si fa a prevedere il momento giusto a ferragosto? Poi, pressato dalle nostre richieste, è capitolato: fra due mesi.
Il giorno dopo abbiamo prenotato per il 14 ottobre. All’indomani in Sicilia ha iniziato a piovere e le olive hanno rallentato la maturazione.
Per la raccolta bisogna aspettare il momento giusto, quando la drupa è più carica d’olio. Se si aspetta troppo l’olio è meno buono. Se si raccoglie in anticipo, come abbiamo fatto noi, ci sono due problemi: uno è che la resa è bassa. Abbiamo oscillato fra il 12,3 e il 15,7% con una media reale del 13,8%, che significa che da una tonnellata di olive si tirano fuori 138 chili d’olio (150 litri circa). Un po’ poco se ci metti che raccogliendo in anticipo si ingenera un secondo problema: le olive sembrano inchiodate all’albero e non scendono né con le buone, né con le brutte.

Undici.
La nave viaggia. Mi sono tolto gli scarponi, sto a gambe incrociate su un divano semicircolare. Se alzo lo sguardo vedo una sequela di oblò che si aprono sul buio. Inutilmente cerco di individuare la linea di separazione fra mare e cielo, allora riprendo a scrivere questi appunti.
Qualche minuto fa è passato un tipo e mi ha fatto segno con la mano, come a dire sono tutti cazzi tuoi. Mi sono sfilato gli auricolari dalle orecchie:
– Che succede?
Dice che la nave è partita lo stesso, ma è previsto mare forza 10.
Mica da ridere. Guardo fuori e rivolgo una preghiera alle forze del cosmo perché conducano la nave in porto, ci facciano sbarcare sani e salvi e magari mi conservino l’olio e il furgone. Il dubbio si insinua: l’avrò messo il freno a mano?
Poi mi infilo di nuovo le cuffie e Zappa e soci sembra che mi sfottano: cantano You’re probably wonder why I’m here. Non lo so perché sono qui, butto giù questi appunti proprio per questo. Provo a elencare i pezzi, metterli vicini e vedere se ne esce un disegno comprensibile.
Tra l’altro il quaderno è agli sgoccioli, spero che dieci facciate mi bastino.
La nave scricchiola.
Deglutisco.
Mare forza 10?

Dodici.
Cominciamo dai dati concreti.
Come mai in questo inizio di 2016 sono sceso in Sicilia? No, non solo per recuperare l’olio. I nostri olivi avevano bisogno di una bella potata. Da quando è morto mio nonno, ventuno anni fa, ce li ha sempre curati Nino. Ma Nino ha avuto una serie di guai fisici molto seri e sono cinque anni che gli alberi non vedono lame.
Nell’ultimo anno, grazie al maestro Vinassa, mentore di tanti potatori della Val Susa, e a Enzo, amico e compagno No Tav, mi sono fatto una certa esperienza sugli alberi. Di olivi no, ne ho toccato solo qualcuno confinato in giardini di villette piemontesi.
A Oliveri gli olivi sono impostati a vaso policono. I potatori tolgono il secco, i succhioni (rami vigorosi, verticalissimi), svuotano il centro della pianta e danno alle fronde superstiti una forma a ciambella. A tutta prima sembra una cosa semplice, ma invece no, o almeno non subito.

Varietà nusthraleInnanzitutto, ogni varietà di olivo ha il suo portamento e le sue caratteristiche e richiede accorgimenti diversi. Noi abbiamo tre qualità: nusthrale (nostrana, che credo di aver identificato come ogliarola messinese), santagatese e verdella. La nusthrale garantisce la quantità, fa olive grosse e che hanno una buona resa. Santagatese e verdella hanno frutti più piccoli che danno pregio e gusto all’olio.
L’albero di santagatese ha un portamento molto acrotono (tende a scappare in alto), produce molti succhioni (lividdhruna a Oliveri) e una volta tolti quelli si fa in fretta a rifinire. Diverso il discorso per verdella e nusthrale. Quest’ultimo ha un portamento disordinato e produce moltissimi rami misti, all’inizio mi ha messo in seria difficoltà.
Ieri, ultimo giorno di potatura – anzi, è passata mezzanotte, devo dire due giorni fa – mi sono sentito in obbligo di risalire su due nusthrali sui quali avevo lavorato il primo giorno e rifinirli ulteriormente. Il potatore lascia il suo lavoro sotto il sole, alla mercé del giudizio di tutti e soffre a ricevere critiche che sente di non meritare. Subentra poi anche un senso di conformismo. Ogni singolo albero potato è parte di un paesaggio più vasto che comprende oltre cento oliveti, solo motivazioni di forza maggiore mi permetterebbero di lasciare a cuor leggero un albero mal potato.

Tredici.
A Oliveri il sole sorge prima che a Torino. Alle otto meno venti sono già sul campo. Gli olivi sono abbarbicati fra le colline alle spalle del paese. Davanti a noi il mare e le Eolie. Dalla nostra prospettiva Vulcano, che pure è vicinissima, non si vede, resta dietro la montagna di Tindari. Si vedono invece molto bene Panarea e Stromboli. Dietro di noi ci sono i Nebrodi. Montagne mute per me.
Mi pare di riconoscere solo la caratteristica cima della Rocca Novara. Su a Torino mi basta alzare lo sguardo per poter snocciolare un certo numero di nomi di alture, luoghi in cui ho consumato gli scarponi, sudato, respirato aria pulita. Qui niente.
Mi pare di aver letto in un saggio di Benjamin che la natura è triste perché le manca il linguaggio. Forse non dice proprio così, ma è per dire che sono triste io a non saper dare un nome a nessuna cima.
In Sicilia ho fatto solo due uscite montane, entrambe, se non fallimentari, molto insoddisfacenti. La prima nell’estate del 2013 al Bosco di Malabotta, sopra Montalbano Elicona. Prima di partire mia cugina ci ha detto:
– Siete sicuri? Dicono che nessuno ritorna dal Bosco di Malabotta.
Sara, Miriam ed io ci siamo avventurati lo stesso, ma non abbiamo trovato sentieri segnati e ci siamo addentrati ben poco. A un certo punto, durante il pic-nic, siamo stati presi da un’inquietudine insopportabile, abbiamo raccolto tutto e fatto dietro front. Almeno non abbiamo allungato la lista dei dispersi.
Anche nel 2008, sui Nebrodi, nei dintorni di Capizzi, sarà per l’assoluta assenza di indicazioni, per l’incontro con una mamma cinghiale preoccupata per l’incolumità della prole, per un morso di ragno, per una bambola decapitata o per il sommarsi di tutte queste cose, siamo proprio scappati a gambe levate.
Se penso alle montagne della Sicilia mi torna il gusto della sconfitta, del mistero, del rifiuto. Non ne so niente e mi sento come se non mi fossi meritato di conoscerle. Non mi sento siciliano per niente.

Il rollio aumenta. Guardo fuori, non si vede nulla: chissà dove siamo.
Gli occhi sfarfallano, metto via il quaderno, la penna, gli occhiali e mi infilo nel sacco a pelo.

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