Viva la mamma

di Kai Zen

Sfilata di balilla per le strade di Asmara, 1936

 

Estate 1941 Asmara, Eritrea

Devo sbrigarmi con ‘ste benedette frazioni.
Quelli mi aspettano già da un’ora, se non di più. Vitto, Carlo, Totò il nano col suo cugino mezzo africano e soprattutto Anaya, la sorella. Anaya…
Sarà anche Faccetta nera ma il suo sguardo mi fa battere forte il cuore. Gli occhi neri che brillano, i capelli lunghi e bellissimi. E il suo corpo mi viene in mente ogni volta che mi chiudo in bagno. Mi si accelera il respiro, mi viene duro. Non riesco a trattenermi.
Vedi? Continuo a perdere tempo, anche adesso, e sono sempre alla terza frazione di ‘sto maledetto compito. Sette fratto centoquaranta. La proprietà invariantiva?
I ragazzi si saranno stufati di aspettarmi, avranno già preso la strada per il Tagliero e chi si è visto si è visto. Caro Vinicio tu ti fai sempre aspettare troppo. Già la sento la voce nasale del nano, quel filibustiero. E Anaya avrà già addosso come minimo una dozzina di occhi sporcaccioni. Con quei vestiti di lino bianco, quei riccioli profumati che ondeggiano.
‘Al diavolo.’
Spazzo il tavolo con una bracciata decisa, libri, quaderni e matite volano per terra alla rinfusa. Metterà a posto mia madre, che non ha mai niente da fare. Sempre con questa scuola, e questa scuola… io voglio divertirmi, non posso mica studiare tutto il giorno. Voglio divertirmi e voglio suonare.
Sono il più grande batterista italiano in Africa. Non esagero. Mi alleno ogni giorno, dopo pranzo. Un’oretta o due: riscaldamento, ripasso generale, un po’ di classici, l’Orchestra Cetra, un po’ di jazz, come si chiama… e per ultimo le percussioni abissine, fantastiche. Il Kanda, il Negarit, l’Atamo, che io adoro. I negri sì che hanno il ritmo nel sangue, c’hanno ragione gli americani.
Lo dice sempre anche Renato, il mio vicino. Renato Carosone, sì, proprio lui. Gente importante. Solo che lui si arrabbia sempre con me, quando mi vede. Una volta è apparso d’improvviso nel seminterrato, mentre stavo provando un ritmo forsennato.
Mi ha guardato in cagnesco, spettinato e in vestaglia. Si è messo a urlare, prima con me poi con mia madre, su di sopra. Diceva che non potevamo farlo, ‘sto baccano. Diceva che lui lavorava fino alle luci del mattino, nei locali notturni dell’Asmara. Che si faceva un mazzo tanto con la sua orchestra per i compaesani, e che di giorno dorme e vuole dormire, almeno fino alle tre, diceva. No, le due ribatteva mia madre, cercando di ricavarmi un’oretta di esercizio dopo pranzo. Le tre. Anzi, facciamo le quattro per sicurezza, diceva Renato, e mia madre annuiva. Non poteva mica mettersi contro. Carosone è conosciuto e rispettato all’Asmara, e in tutta l’Abissinia.
Anche adesso che ci sono gli inglesi, che l’Impero è già andato a farsi friggere.
Tutti lo conoscono, lui fa divertire. Porta musica e gioia in questa valle di lacrime, dice sempre mia madre. E io devo rispettarlo, dice. Per cui non posso più suonare prima delle quattro, in casa.
Ma aspettare così tanto dopo pranzo è una vergogna! Vitto e gli altri vanno in giro tutto il
pomeriggio, come faccio a stare con loro se posso suonare solo alle quattro?
E poi Anaya chi la vede più? E quella si sposa qualcuno, sicuro. Se non ci sono io, quella si
sposa in un baleno.
Non si può mettere dei tappi alle orecchie Carosone?
Adesso ci sono gli inglesi a comandare. Il generale Plat, come si scrive… Un bellimbusto dalla pelle bianchissima, chissà come farà a resistere al sole d’Africa. Si sono insediati il primo aprile scorso, gli inglesi. Hanno cacciato gli italiani dal palazzo, li hanno presi a calci in culo, li hanno anche fatti fuori, dicono.
È cambiato tutto per noi, dicono. È diventato pericoloso. Dovremmo andarcene tutti, sostengono. Ma io sinceramente ‘sto grosso cambiamento non lo vedo. Io vivo sempre qui, nel quartiere Alfa Romeo. Vado sempre alla scuola italiana, studio ‘sta matematica e ‘st’analisi logica e suono sempre la batteria. Sempre.
E mi tocco in continuazione. C’ho le caldane, c’ho. C’ho la smania. Forse diventerò cieco, lo dice anche don Olivio. Ma a me che me ne frega. Dio, i seni di Anaya… Sono grossi, sodi, pieni.
Impazzisco.

Voglio diventare un batterista d’orchestra. D’orchestra jazz, possibilmente, se mi volete fare un favore. Come l’orchestra di Renato Carosone, o quella di Gigi Ferraccioli. E poi mi voglio sposare con Anaya, si può? Anche se io sono italiano, e bianco, e lei africana, e negra. Che mi interessa a me, se è negra. Tanti sono negri, e sono simpatici. Tanti italiani sono quasi negri, a dire la verità, hai visto quelli della Sicilia? E della Puglia? Sanzone il benzinaio, per esempio, è più nero dei negri!
I negri amano la musica, vogliono scatenarsi, cantare, ballare, mica sono stoccafissi come i ragazzi italiani, o quelli inglesi, che se ne stanno a parlare, a bere, a gridare tra maschi. Manco un ballo si fanno.

 

***

 

Vigliacchi.
Li abbiamo incrociati mentre tornavamo a casa di sera dal Tagliero, li ho riconosciuti tutti.
Tutti della scuola, ragazzi più grandi, del liceo, dell’istituto tecnico, ma anche quei mocciosi amici di Tullio Trapezio e di Gerardo. Lo spaccone della scuola. Il balilla impavido.
Mi hanno accerchiato in un attimo, manco mi sono accorto. Vittore è sparito nel nulla, volatilizzato, Totò e gli africani sono stati spintonati via da qualche parte, non li ho più visti dopo un istante. Ero io e loro. Trapezio non c’era e nemmeno Gerardo, ma c’erano gli altri, i leccapiedi, i viscidi. Come si chiamano… Pietro Banzi, Colella, Zanin piccolo. Quello storpio infelice. Tutti intorno, tutti a intonarmi in coro:

Faccetta nera, bell’abissina
Aspetta e spera che già l’ora si avvicina!

Io mi guardavo intorno. Dov’era finita Anaya? Cosa gli stavano facendo? Non la vedevo e non la sentivo. E nemmeno sentivo il fratello, Aziz, che di solito si azzuffa un po’ con tutti. Allora ho sorriso, facevo finta di niente, dicevo dai basta ragazzi, anche a me piace ‘sta canzone, la suono sempre! Perché mi state addosso … E dai…
Ma loro non smettevano, anzi alzavano la voce, sembrava che prendermi in giro li rinvigorisse tutti. Banzi mi alitava in faccia la seconda strofa, gli puzzava l’alito di aglio e di spezie, una cosa schifosa. Poi hanno stretto il cerchio intorno a me, in quel momento ho avuto paura. Da quando gli inglesi ci avevano spodestati c’erano sempre più zuffe tra italiani, incidenti, botte da orbi. Qualche morto ammazzato. Tutti arrabbiati gli ex coloni, forse smarriti. Se la prendevano con i più deboli, come al solito. E in quel caso il debole ero io, mezzo cotto per un’abissina negra e traditrice.
‘Quando la smetti di fare il filo a quella schiava, allora?’
‘Non faccio il filo a nessuno, hai capito?’
‘Come no… si vede lontano un miglio, sei innamorato cotto. Di una negra, e pure traditrice.’
‘Perché, cos’ha fatto Anaya?’
Tanti sguardi sprezzanti addosso. ‘Cos’ha fatto? Non vedi come ci guardano tutti male da quando sono arrivati gli inglesi? Ci odiano, è sicuro. Ci vogliono male. Ci vogliono tutti morti, e anche lei.’
‘Ma se non la conoscete nemmeno. Lei è diversa, è mezza italiana. Suo… zio è di Macerata.’
Risate sfottenti. ‘Sì certo, come no… ‘sta negra traditrice, lei e suo zio pure.’
Mi sentivo sconfitto, a corto di forze, di idee. ‘E comunque non mi piace neanche. Non mi è mai piaciuta, davvero.’
’E giuralo allora, su tua madre che muore se non è vero.’
Una piccola esitazione. ‘Lo giuro.’
Mi sono sentito una merda. E non ho nemmeno buscato, che forse mi avrebbe fatto bene.
Niente. Mi hanno lasciato andare, sono andato via con un’andatura da bullo. Ma provavo solo vergogna.

 

***

 

Ho incontrato Anaya il giorno dopo, vicino a casa sua. Ero passato a prendere il pane per mia madre al forno dei suoi cugini. Le ho sorriso, lei mi ha guardato con disprezzo.
Ho capito subito.
‘Che succede?’
‘Lasciami stare. Vattene.’
‘Perché? Che c’è che non va?’
‘Ti ho sentito ieri, con quegli idioti. Vattene, non ti voglio più vedere.’
Le ho raccontato qualche frottola, poi ho provato a spiegare. Era furiosa.
‘Non capisco. Cosa vuoi da me? Cosa volete tutti quanti? Che ci fate qui, veramente? Tu, tua madre, i tuoi amici, gli inglesi… che volete? Non siete a casa vostra, questa è casa nostra, è casa mia. Dovreste sparire tutti quanti. Adesso.’
Una stratta allo stomaco, fortissima. ‘Vuoi davvero che sparisca adesso?’
‘Sì.’
Me ne sono andato, senza voltarmi. Aveva ragione.

Sono arrabbiato. Sono disperato. Non capisco cosa stia succedendo. Perché non posso più cantare a squarciagola Asmarina Asmarina per strada, come ho sempre fatto? Perché non posso più suonare per pomeriggi interi il Negarit con gli abissini? Chi l’ha detto?
Mi guardano tutti male, girano al largo da me, sembrano impauriti. Perché? Mi evitano. Mi isolano. Tutti ci isolano, a noi italiani, e neanche Anaya mi vuole più parlare.
Ho bisogno di sfogarmi. E non con la batteria, come al solito. Non con le pelli dei tamburi questa volta, ho bisogno di spaccare qualcosa, di ribellarmi, di far vedere a tutti di che pasta sono fatto.
Cammino con le mani in tasca, all’imbrunire. Qualcuno mi osserva da una finestra socchiusa, sento lo sguardo addosso.
‘Go back home, paisà!’
Che siate tutti maledetti. Conquistatori e conquistati.
Giro l’angolo e mi imbatto in un capannello di inglesi. Soldati controllano la strada, militari e civili stanno entrando in un edificio bianco e altissimo. Fuori, le loro vetture di rappresentanza, auto nere e lunghe, i loro autisti a parlottare in cerchio: approfittano del tempo libero per fumare sigarette e raccontare storielle. Ridono a crepapelle.
Passo inosservato accanto a loro e, prima di svoltare verso sinistra e raggiungere il ponte della ferrovia per Massaua, tiro fuori il pezzo di ferro appuntito tutto ruggine che tengo sempre nella sacca e lo striscio con forza lungo la fiancata di una delle auto scure, luccicante di pulito. La squarcio. Faccio un dannato rumore.
Poi mi metto a correre a perdifiato. Destra, sinistra, destra, ancora destra all’incrocio grande. Mi volto con il fiatone: nessuno mi segue. E mi sento meglio, come se mi fossi liberato.
Salgo in casa in silenzio. Mia madre legge, vado subito in camera. Mi infilo a letto, la finestra aperta e i suoni della sera asmarina in sottofondo.
Mi addormento dopo aver pensato a lungo ad Anaya, all’Italia, all’Abissinia. Agli inglesi. Alla guerra imminente. Un’altra guerra. Poi chissà come mi addormento e dormo come un bambino, fino a quando mia madre mi sveglia nel cuore della notte, agitata.
Dice che ci sono persone alla porta, chiedono di me.
L’ansia mi sconvolge, corro in bagno per un conato. Come? Chi? Mi sciacquo il viso e mi
rivesto, mentre mia madre torna a parlare con gli uomini sull’uscio. Sento le loro voci. Sono due inglesi, c’è un abissino con loro.
Mi madre torna in camera e mi fulmina con lo sguardo. ‘Cosa hai combinato a un’auto inglese? Era quella del funzionario dell’ambasciata. Ora devi andare con loro. Vinicio… che cosa…’
Mi manca il respiro. Mi sento sprofondare in un abisso più scuro ancora della notte.
‘Come? Io non ho fatto niente, io non…’
Gli uomini entrano e si avvicinano. Ho solo il tempo di prendere un documento e di abbracciare mia madre per un istante.

Mi portano in una stazione di polizia militare che non conosco, vicino al Mai Bela. Mi sbattono in una cella. Mi insultano, due guardie inglesi mi strattonano, mi sputano addosso. Forse perché sono solo un ragazzino non mi picchiano. Ero già pronto a parare calci e pugni, nervi e muscoli tesi, invece chiudono la cella piccola e puzzolente, spengono le luci e lasciano uno spiraglio aperto della porta che comunica con le altre stanze.
Prima credo di impazzire, poi di morire di fame, poi di venire scorticato vivo dagli altri
prigionieri, che però non ho ancora visto.
Poi la porta si spalanca e filtra una luce fortissima: il sole è alto da tempo. Il funzionario che mi squadra ha lunghi baffi rossicci e un’espressione bonaria, annoiata. Parla in inglese e non capisco niente. Ma il tono è rassicurante, credo siano buone notizie.
Mia madre è con lui, il volto segnato dalla sofferenza della notte appena finita. Si sforza di
sorridermi.
‘Vinicio, i signori qui ti perdonano. Ma dobbiamo andarcene, torniamo in Italia.’
‘Mamma, ma io…’
Mi accarezza. ‘Torniamo in Italia, figliolo. Qui non c’è più posto per noi. Potrai fare il
Conservatorio, come volevi. Pensaci.’

A scuola la voce della mia bravata è già girata, tutti mi fissano, alcuni si danno di gomito. Le femmine mi fanno gli occhi dolci e i sorrisini: un impavido balilla che si prende gioco dei maledetti inglesi: niente male per un compagno di scuola mingherlino e insignificante.
Vitto, Totò il nano, Trapezio, Gerardo: li saluto tutti. Pacche sulle spalle, complimenti, ordini
marziali e scatti improvvisi come presa in giro. Anche dopo, in cortile, tutti chiedono, vogliono sapere.
E Anaya? Dov’è Anaya? Non l’ho ancora vista, nessuno sembra averla vista. A fine giornata vado al forno dei cugini, mi guardano male, dicono di andarmene. Insisto, e un abissino gigantesco incolla il viso al mio, abbassandosi:
‘Vai via.’ Lo dice in italiano.

Passano due giorni e la vita torna normale, ma Anaya non c’è. Non ne sanno nulla a scuola, tra gli amici, al forno. Ho un nodo in gola perenne e capisco che per me è davvero finita qui.
Capisco che mamma ha ragione, che è tempo per noi di andare. Gliene parlo la sera, non sembra
stupita, anzi ha già organizzato tutto: partiremo tra pochi giorni.

 

***

 

La nave sta salpando dal porto di Massaua. Vitto e il nano mi guardano dalla banchina, attoniti. Ci eravamo giurati amicizia eterna. Li osservo, sono i miei amici per la pelle e li sto
abbandonando.Mia madre sembra raggiante. L’Africa deve averla provata, anche se non l’ha mai ammesso.
L’Africa, l’Abissinia. L’Impero dell’Africa Orientale Italiana, andato a male in un batter d’occhio.
E Anaya?
Mia madre sorride, mi fa un buffetto. Sembra leggere i miei pensieri. La nave sbuffa potente, ci stiamo muovendo. Faccio un cenno con la mano verso gli amici, che ricambiano. Poi si girano sui tacchi e se ne vanno sconsolati.
‘Mamma, sai dov’è Anaya?’
Lei fa una smorfia, finge, e io capisco. Capisco tutto.
‘Anaya? E chi è?’

Togliere di mezzo l’unico motivo per cui l’Abissinia conti qualcosa per me.
Accontentare gli inglesi dopo il mio gesto.
Cambiare aria prima che per gli italiani qui sia davvero un problema.
Mia madre, come tutte le madri, si è preoccupata e si è messa in mezzo.
E io provo disgusto nei suoi confronti, adesso.

Viva la mamma.

Viva l’Italia.

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